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Viaggio nel mondo dove il caffè è ‘alto’ PDF Stampa E-mail
Moda e tendenze - Moda e tendenze
Scritto da Flavia Attardi   
Domenica 24 Aprile 2011 19:56

Tra le tante esperienze che possono mettere a dura prova la nostra convinzione di potercela cavare all’estero anche senza le competenze linguistiche della mitica Olga Fernando c’è sicuramente una visita da Starbucks. Purché si tratti di una filiale nordamericana: non vale uscire indenni da uno Starbucks di Barcellona dove ci aiutano la lingua e l’accondiscendenza dello staff dietro il bancone. Posto che l’interprete per antonomasia (memorabili le sue apparizioni al Maurizio Costanzo Show) si sia mai recata nella catena di coffee shop più nota al mondo, dubitiamo sia stata presa dallo scoramento all’incalzare delle domande dei solerti baristi. La Fernando, di sicuro, sapeva bene cosa ordinare già prima di arrivare alla cassa e una volta lì non si faceva intimidire dall’inserviente che le sciorinava infinite permutazioni: voleva un espresso e usciva con un espresso, nulla di più e nulla di meno. Semmai restava delusa che il liquido acquistato a caro prezzo e trangugiato per strada da un bicchiere di carta non avesse nulla a che vedere con l’espresso di sua conoscenza, ma questa è un’altra faccenda.

Noi gente normale, noi italiani che lo Starbucks non ce l’abbiamo ancora proprio perché i signori del marketing dubitano di riuscire a stravolgere le nostre radicatissime abitudini da bar, entriamo da Starbucks e perdiamo il controllo della testa e del portafogli prima di arrivare al bancone. 

Man mano che ci avviciniamo alla lavagna perdiamo ogni certezza: il caffè sembra troppo banale se paragonato agli esotismi del Cocoa Cappuccino, del Cinnamon Dolce Latte, del Caramel Macchiato, del Peppermint Mocha e via discorrendo. Stiamo giusto valutando di farci sedurre da una qualsiasi di queste improbabili, mostruosamente caloriche e costosissime misture quando distrattamente entriamo nell’area di competenza del sollecito banconista. Come da standard nordamericano, prima che ce ne accorgiamo, ci ha già salutato con un sorriso a 32 denti, si è informato di com’è andata la nostra giornata fino a quel momento e di come stanno i parenti a casa; naturalmente ci ha già chiesto un paio di volte cosa può servirci ma noi è già molto se abbiamo risposto al saluto. Appena ci riprendiamo, buttiamo un altro disperato sguardo alla lavagna e scegliamo una cosa a caso pur di uscire dalle corde. Peccato che a quel punto il diligente aguzzino inizi ad elencarci tutte le possibili aggiunte: panna, granella, sciroppi e mille opzioni per ‘personalizzare’ la nostra bevanda. Di solito ripetiamo una delle ultime parole che abbiamo sentito per cavarci d’impiccio. Non è importante averla capita né che gli accostamenti siano di nostro gusto ma siamo in ballo e dobbiamo ballare.

A questo punto il barista zelante chiede che dimensioni gradiamo. Trattandosi di Nordamerica, la scelta è praticamente tra fiasco, damigiana o tanica. Cerchiamo di limitare i danni supplicando con occhi strabici – lo sforzo di trovare aiuto nella lavagna senza distogliere lo sguardo dal labiale del barista è immane – il nostro  interlocutore che ci soccorre con un suggerimento. La fila dietro di noi rumoreggia impaziente: ordiniamo la misura più piccola, ‘tall’, che letteralmente sarebbe ‘alto’ ma da questo lato dell’Atlantico edulcorano.

Ce l’abbiamo fatta. Con orgoglio sborsiamo l’equivalente di un onesto pranzo (fuori da Starbucks mangiare e bere costa molto meno che in Italia), decliniamo l’offerta di biscotti-disco volante, pagnotte pallide e muffin estrogenati e veniamo congedati dal barista alla cassa che è già passato al prossimo cliente. Ancora disorientati, ci guardiamo intorno per scoprire che la mescita è in un’altra zona del bancone dove chiamano ad alta voce le bevande con tutte le specifiche. Peccato non avere assolutamente idea di quello che abbiamo finito per ordinare nella foga del momento. Niente scontrino da leggere (qui non è obbligatorio darlo se non richiesto) e noi sempre lì a guardare come ebeti in attesa del nostro turno. L’addetto chiama per la decima volta un ordine e noi afferriamo il bicchierone confidando nella fortuna. Usciamo a passo svelto per timore qualcuno si accorga che abbiamo sbagliato e azzardiamo il primo sorso. Va da sé che non riconosciamo il sapore né siamo certi di bere ciò che avevamo ordinato ma ci incamminiamo felici per essere sopravvissuti anche a questa prova. Certo, fossimo stati la Fernando avremmo speso meno e bevuto meglio però vuoi mettere la soddisfazione?

Flavia Attardi

Ultimo aggiornamento Venerdì 29 Aprile 2011 20:56
 

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