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“In una stanza” PDF Stampa E-mail
Teatro - Teatro
Scritto da Marco Mura   
Venerdì 13 Maggio 2011 12:32

Dense, palpabili dinamiche attoriali ieri sera sul palcoscenico del Teatro Club di Via Roma a Cagliari. In una serata dedicata, con commozione, alla memoria di Giorgio Di Costanzo, è andato in scena lo spettacolo “In una stanza” scritto e interpretato mirabilmente da Nunzio Caponio, che firma anche la regia, e da una entusiasmante Francesca Falchi. Entrambi intensissimi. Un testo di straordinaria fattura per la accuratezza con cui vengono caratterizzati i due protagonisti. Una scrittura precisa, attenta e puntuale che offre alla considerazione degli spettatori non due personaggi ma due mondi.

Due mondi magicamente riuniti nella stessa stanza. Due mondi diversi, lontani per esperienze ed estrazione, distanti persino geograficamente. Eppure, entrambi, disperatamente umani. Due mondi che nonostante tutto cercano spasmodicamente di toccarsi. Mondi prigionieri di se stessi che stentano a trovare e a esprimere quella koinonia di sentimenti che pure esiste e che, sebbene in forma latente, c’è e li accomuna. Talmente avvinghiati alle loro convinzioni da risultare persino goffi, nel loro tentativo di instaurare un contatto con l’altro, tanto da finire col respingersi. Primo di una trilogia (insieme a Dentroterapia e Club X, ambientati sempre in spazi chiusi) il lavoro descrive con intensità e forza rappresentativa le dinamiche emotive e psicologiche di una scrittrice newyorkese in cerca di idee per la sua commedia e del suo ospite, un Cileno, che invita a cena nel suo appartamento.

 

Lei, emotivamente e sessualmente insoddisfatta, egocentrica con uno sguardo troppo corto sulla reale condizione umana: «Un dejavu, in una stanza, a sperare che qualcuno possa aprirmi la porta che dà sull’infinito. E poi? Cosa? Che stupida…basterebbe anche solo una finestra attraverso la quale poter volar via dalle mie illusioni. Qualcuno dice che dopo il settimo si perde il conto delle illusioni e dopo i trentasette si perde la speranza di essere illusa. È il senso di solitudine che fa brutti scherzi in questa città. Come in un deserto si formano miraggi e vedi cose che avresti giurato fossero reali se non fosse che, nel tentativo di renderli più vicini, intravedi la loro vera natura. Se avessi voluto una vita tranquilla avrei sposato  un tipo qualsiasi. Ne ho avuto più d’uno di tipi qualsiasi. Non ricordo chi, ma un tale mi ha chiesto addirittura di sposarlo. A quest’ora avrei un divorzio, dei figli, sarei esattamente allo stesso punto ma con l’assegno di mantenimento e la casa. Come la mia amica che vive sola con la sua cameriera. Mi sarei risparmiata l’umiliazione dei part time e la fatica dei traslochi. E no! E invece no! A me piace soffrire. È che senza sofferenza, la mia vita, non avrebbe senso. In un certo qual modo la sofferenza l’arricchisce. Ho sempre cercato dei tipi che, dopo aver fatto l’amore con me, con tono patetico mi dicevano “l’amore…l’amore non esiste”. Mi divertiva vederli rimpicciolire fino a quando sparivano all’orizzonte per poi non rivederli mai più. “Tu non sei degna dell’amore”. Come se bastasse scopare. Avrei potuto fare la psicologa con tutti i tipi strani che mi sono capitati.  La pulizia, la pelle, i tacchi,  la mamma…il tantra. Dovrei scrivere un libro. A letto senza peccato, Perché il peccato c’è solo quando si gode…e io, ora che ci penso, non ho mai goduto»

 

Lui, un reduce, uno scampato alla catastrofe della dittatura militare, col suo bagaglio di ferite ancora sanguinanti: «Voglio capire il tuo punto di vista sulla felicità. Secondo me la gente a seconda delle circostanze nelle quali vive ha dei concetti diversi di felicità e dei sogni. Nel mio paese fare la “rondella” era il sogno di molte persone. Per questo rimango perplesso quando mi parli di una rondella che si ribella…Tu esprimi la tua felicità esprimendo la tua vera natura. Per mio padre e per molte persone come lui, il desiderio più profondo era quello di poter provvedere alla famiglia. E quando ci riusciva era contento. Era una persona felice…Me gusta fare la vittima. È una mia paranoia. Me gusta fare la vittima perché mio fratello di un mese è morto mentre mia madre veniva torturata da militari che le infilavano cavi ad alta tensione nella vagina! Me gusta fare la vittima! Perché sono frustrato perché non sono riuscito a trovare il corpo di mio padre in una fossa comune piena di sangue. Me gusta fare la vittima e mi dispiace se questo non rientra nelle premesse dei tuoi scritti “reali”».

 

Due bolidi che nell’immensità del firmamento si sfiorano. Due solitudini che si protendono l’una verso l’altra. Dapprima con le propaggini più esili e delicate…per poi scontrarsi duramente con rabbia e astio irrisolto.

La sicura distanza si annulla all’istante e i due vissuti (veri e inventati) irrompono l’uno nell’altro apportando inevitabilmente cambiamenti e modificazioni che porteranno alla ricerca del senso delle cose. Ipocrisie e sofferenze si intrecciano si fondono e si azzannano senza mezzi termini. Si reifica il conflitto che sembra mancare negli scritti della protagonista. Si apre finalmente un canale di comunicazione…ma il lavoro da fare è ancora molto.

Francesca Falchi e Nunzio Caponio mai banali, interpretano alla perfezione l’enorme gamma dei grigi emozionali. Un binomio assolutamente capace di proporre le nevrosi le frustrazioni sessuali e quelle esistenziali, le ferite di due esseri umani che nel confronto anche violento e sfrontato si cercano. L’introspezione finisce con l’avere la meglio sulle sovrastrutture culturali e tutto, forse, può ricominciare.

Uno spettacolo intenso vivace assolutamente da non perdere.

E stasera e domani si replica.

 

 

Marco Mura

Ultimo aggiornamento Venerdì 13 Maggio 2011 13:02
 

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