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“Il giardino di cemento” PDF Stampa E-mail
Libri - Libri
Scritto da Luisa Cocco   
Mercoledì 17 Agosto 2011 00:00

“Non ho ucciso mio padre, ma certe volte mi sembra di avergli dato una mano a morire”. Si apre così, con i pensieri più intimi di un giovane adolescente sulla dolorosa esperienza della morte paterna, la narrazione del primo romanzo di Ian McEwan, Il giardino di cemento. Il fortunato romanzo d’esordio, pubblicato nel 1978, ha poi ispirato l’omonimo film di successo diretto dal regista Andrew Birkin. A raccontare è Jack un ragazzino sporco e foruncoloso che nel bel mezzo di una torrida estate inglese si troverà a fare i conti prima con la morte del padre, venuto a mancare mentre con fatica tentava di coprire di cemento il suo vecchio giardino, troppo orgoglioso per chiedere aiuto. E poi con quella della madre sprofondata, subito dopo, in una grave depressione per la perdita del marito. Improvvisamente solo, sarà dunque lui insieme alla sorella più grande, Julie, a doversi fare carico della casa e degli altri due fratellini, Tom e Sue.

Ambientata nella squallida periferia di una grande città, metafora più che riuscita del senso di vuoto e abbandono che pervade i personaggi, la storia racconta quindi la drammatica esperienza della morte e della solitudine attraverso lo sguardo dei quattro fratellini. Nel pieno dello sviluppo e della formazione del carattere, ciascuno di loro vive infatti il suo dolore in modo diverso. La sorella maggiore diventa la capofamiglia proprio nel pieno di un’adolescenza turbolenta fatta di primi amori e tanta insicurezza, mentre il fratello un po’ più piccolo si trova ad affrontare l’inizio dell’età più difficile creando con lei un legame morboso e a tratti incestuoso. Di grande interesse è anche il fratello più piccolo, Tom, che pur di richiamare l’attenzione delle sorelle su di sé vuole diventare una femminuccia. Pienamente assecondato, il piccolo si lascerà andare alle sue fantasie al punto di regredire sino allo stadio più remoto dell’infanzia, riprendendo persino a dormire nella culla. Meno rumorosa ma per questo non meno definita la personalità dell’altra sorella, Sue, che trova conforto al dolore passando le ore a scrivere nel suo diario. A tenerli uniti la complicità di un grande segreto. Soli e completamente abbandonati a sé stessi, questi bambini continuano a condurre la loro esistenza indifferenti a qualunque cosa accada fuori dalle mura di casa. Anziché cercare un aiuto dal mondo esterno- un mondo normalmente fatto di vicini, amici, parenti e istituzioni- questi ragazzi, infatti, alzano come un muro per difendersi da sguardi indiscreti. Ma senza regole e privati di qualsiasi riferimento, non imparano a riconoscere la differenza tra il bene e il male, il confine tra ciò che è lecito e  quello che non lo è, affidandosi soltanto alla cieca verità degli istinti. E così in un’atmosfera profondamente cupa e surreale, i rapporti familiari si complicano e si fondono, fino a diventare morbosi e incestuosi nell’epilogo del libro, quando tutte le barriere cadono e quello che rimane è soltanto la ricerca dell’amore.

Sospeso a metà tra sogno e realtà, questo libro affronta un tema molto delicato come quello dell’adolescenza e la drammatica ricerca della propria identità di ruolo e di genere. Cinica e graffiante, la scrittura di McEwan affonda in profondità come il taglio di una lama risparmiando però al lettore il peso di qualsiasi giudizio: in questo libro, infatti, non ci sono né buoni né cattivi. Ci sono soltanto degli innocenti che, senza una guida morale o delle precise regole comportamentali, cercano di sopravvivere al proprio dolore travisando i limiti delle normali relazioni familiari. L’autore insomma non emette condanne, né parla di peccati casomai denuncia il rischio di vivere in una comunità priva di regole in cui la lotta per la sopravvivenza spesso passa anche attraverso questo “andare oltre”.

 
Luisa Cocco

 

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