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La poetica umanità di Dostojevskij al Teatro Stabile della Sardegna PDF Stampa E-mail
Teatro - Teatro
Scritto da Margherita Sanna   
Mercoledì 28 Marzo 2012 15:22

È terminato ieri sera il Festival di Filosofia organizzato dal Teatro Stabile della Sardegna. Grande successo per quest'evento che ha visto avvicendarsi dal 24 al 27 Marzo filosofi di fama internazionale, quali Remo Bodei, Gustavo Zagrebelsky, Sergio Givone, Vito Mancuso e Margherita Pieracci Harwell, per discutere di tematiche che hanno coinvolto sempiternamente l'uomo come la libertà, la spiritualità e la legge. Il Teatro Massimo è stato inondato da un flusso di intellettuali, professori, studiosi e soprattutto giovani, tutti in fila per entrare al Festival come ad un concerto, entusiasti e anelanti. Un evento che ha stupito gli stessi organizzatori per la risposta del pubblico. Ogni giornata si è conclusa con la rappresentazione de I Fratelli Karamazov tratto dall'omonimo romanzo di Fedor Dostoevskij, pubblicato a puntate su “Il Messaggero russo” nel 1879, un'opera che ha solcato non solo la letteratura russa, ma quella mondiale, intrisa dell'essenza stessa dell'uomo. Difficile rappresentare un romanzo di oltre mille pagine così denso e ricco di significato, nel quale l'arte stessa dello scrittore ha raggiunto uno dei vertici più alti della sua produzione. Eppure la compagnia del Teatro Stabile della Sardegna con quella del Teatro Metastasio Stabile della Toscana è riuscita nell'ardua impresa. Chapeau dunque, di fronte a questo immane sforzo visibile in ogni battuta, in ogni gesto, in ogni luce che compone questo spettacolo. In poco meno di tre ore le vicende umane de I Fratelli Karamazov, “insetti” come tutti gli uomini, si sviluppano commuovendo lo spettatore fino all'acmé finale. È Alëša (interpretato dal giovane Francesco Borchi), il più piccolo e angelico dei fratelli, il meno “insetto” di tutti, l'occhio attraverso il quale Guido De Monticelli e Roberta Arcelloni - che hanno curato la drammaturgia- hanno deciso di guardare questi Fratelli Karamazov, tagliando e ricucendo al di là dei salti temporali, hanno focalizzato l'attenzione su Alëša, il testimone di quest'umanità disperata eppure così umana! Si parte in medias res, tralasciando tutto il preambolo che costituisce gran parte del libro primo di Dostoevskij, troviamo Fëdor Pàvlovič Karamazov (Mauro Malinverno nella riduzione teatrale) e i suoi figli Ivan (interpretato magistralmente da Corrado Giannetti) ed Alëša (Francesco Borchi) riuniti insieme a bere intorno al tavolo, oggetto protagonista dell'intera messa in scena, e a discutere sull'esistenza di Dio. “Dio c'è?” è questa la domanda che il padre buffone rivolge ai figli e che percorre l'intero dramma. Dio c'è in un mondo pieno di orrori, vizi, cattiverie, anche ai danni delle creature più innocenti? Dio c'è se permette tutto questo?

L'assassinio del padre, l'amore di Dmitrij (Fabio Mascagni) per Grùšen'ka (Valentina Banci), la ricerca della virtù di Katerina (Elisa Cecilia Langone), la necessità di approvazione di Chochlakòva (Mariagrazia Sughi), il cinismo poetico di Ivàn, la saggezza dello Stàrec Zosima (Paolo Meloni) vengono affrontati con grazia e poesia prima ancora da Dostojevskij e poi da questa splendida riduzione teatrale. Dmitrij, il mascalzone che s'innamora finalmente di un'unica donna per la quale sarebbe disposto ad uccidere perfino il padre, è uno di noi, Ivan con i suoi splendidi interrogativi sulla fede e il conflitto tra fede e ragione, è uno di noi, fra gli spiriti più eletti che guardano lontano dalle contingenze, la sua lotta con il suo diavolo (splendida interpretazione di Mauro Malinverno) fa parte del vivere quotidiano di tanti uomini, e come non commuoversi di fronte a quel padre buffone che è Fëdor Pàvlovič Karamazov, un uomo che lo Stàrec riesce a rappresentare in pochi battute. Mauro Malinverno è un perfetto Fëdor Pàvlovič Karamazov, in lui si riverberano i tic, i gesti, gli sguardi, che Dostojevskij non ha mai scritto, ma evidentemente ha saputo far intuire fra le sue righe, nei suoi dialoghi così ben strutturati. Francesco Borchi poi ha il candore e l'aria splendidamente tenera dell'Alëša dostojevskiano, lui che forse è ancora più umano e Karamazov dunque di tutta la congerie di esseri umani che a lui si affidano per avere risposte e suggerimenti, porta sulla scena una ventata di freschezza e giovinezza che ha reso lo spettacolo a tratti commovente.

La scenografia, scarna ed essenziale, con un tavolo posto al centro che diventa bara, ma anche divano, metamorfico come l'uomo, è curata nel minimo dettaglio. La musica di Mario Borciani, ricavata dal repertorio popolare russo, riesce a sposarsi perfettamente con il gesto e le luci, intensificando maggiormente momenti cruciali della vicenda, come sempre dovrebbe essere nelle rappresentazioni teatrali. I Fratelli Karamazov, frutto del fortunato incontro tra il Teatro Stabile della Sardegna e il Teatro Metastasio Stabile della Toscana, è uno spettacolo che meriterebbe di essere diffuso e conosciuto sempre di più perché affronta con grande impegno e serietà una delle opere più belle e più utili pedagogicamente che il nostro patrimonio letterario possa contare.


 

Margherita Sanna

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 28 Marzo 2012 16:58
 

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