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Un film come un incubo: DIAZ PDF Stampa E-mail
Cinema - Cinema
Scritto da Margherita Sanna   
Sabato 05 Maggio 2012 17:13

Diaz e la morte temporanea di una democrazia. Diaz e il buio. Diaz e i manganelli. Diaz. Un film. Un fatto storico. Un processo, ancora in corso. “La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”, così definì Amnesty International quanto accadde alla scuola Diaz quella notte del 21 luglio 2001. Una notte oscura il cui peso greve è ben manifestato nel film di Daniele Vicari “Diaz”, vincitore del Premio del Pubblico nella sessantaduesima edizione del Festival di Berlino. Prodotto da Fandango, casa di prudzione e distribuzione cinematografica italiana da poco al cinema con l'ultimo di Ozpetek, Diaz è girato prevalentemente a Budapest, ricreando la città di Genova (alcune scene sono state girate però nella stessa città italiana). Basandosi su quanto emerso nel processo e le sulle testimonianze, Diaz racconta quella notte presso la scuola Diaz e i giorni successivi presso la caserma di Bolzaneto. Tra le 22 e la mezzanotte di quel nero sabato genovese fecero irruzione presso la scuola Diaz e – per errore – nella vicina scuola Pascoli, adibite a sede del Genoa Social Forum, più di trecento operatori delle forze dell’ordine. Lo scopo: la cattura dei black block che avevano “messo a ferro e fuoco” la città di Genova. Dal 20 Luglio infatti, in occasione del summit delle otto grandi potenze mondiali (G8 di Genova, 19 – 22 Luglio 2001), si erano riunite nella la città centinaia di miglia di persone per protestare contro il G8, fra di loro alcune – i black block – avevano deciso per una forma di protesta violenta. Genova era teatro di una quotidiana guerriglia urbana che aveva impegnato fino allo stremo le forze dell’ordine. Inoltre la morte di Carlo Giuliani – avvenuta il 20 Luglio – aveva esacerbato ancora di più la protesta. La notte di sabato 21 Luglio le manifestazioni ormai erano terminate, i ragazzi si preparavano a partire, altri erano pronti a discutere sui quanto accaduto in quei giorni, altri ancora si occupavano delle persone scomparse durante il G8, eppure il clima che respiravano non era sereno. Il film evidenzia con grande acutezza la paura che aleggiava fra di loro, consapevoli che il conflitto con le forze dell’ordine aveva raggiunto un acmé di violenza che nemmeno con la morte di Carlo Giuliani si era stemperata. Daniele Vicari rincorre le storie di alcuni di questi ragazzi, sovrapponendole a chi era a Genova per caso, o per lavoro, e si era fermato lì, alla scuola Diaz, per dormire una notte ancora, oppure chi era lì solo per quell'unica notte. L’irruzione fissa quel momento come un fermo immagine, un istante di tempo in cui il prima e il dopo assumeranno significati totalmente differenti, inaspettati, per tutti. Il buio, i manganelli dei poliziotti che sembrano non fermarsi mai nemmeno di fronte all’esibizione del tesserino stampa, oppure alle mani alzate, sono minuti che sembrano un’eternità per lo spettatore, quella mezz’ora di irruzione si dilata fino a provocare nello spettatore sgomento e rifiuto. Ma il proseguimento del buio non finisce lì, anzi, la Diaz è solo il prologo di Bolzaneto. Nel provvisorio carcere di Bolzaneto si consuma l’annientamento della dignità umana. Riga di lacrime lo schermo una bravissima Jennifer Ulrich nei panni di Alma Koch, manifestante anarchica tedesca che finisce nelle “fauci” della caserma di Bolzaneto. Le urla, i pianti, i lamenti, che muoiono inascoltati nelle mura del carcere, straziano l’anima dello spettatore senza alcuna possibilità di riemergere dalla visione di Diaz così come si è giunti. Daniele Vicari stordisce quelle anime che sia accostano al film, fino a fargli domandare in un’ossessionante ripetizione: veramente è successo questo? Com’è potuto accadere?

Basta un’occhiata alle sentenze dei processi per capire l’accurato lavoro di indagine che sta alla base di questo lavoro. Daniele Vicari - che firma la sceneggiatura insieme a Federica Paolucci- ha ricostruito la Genova di quei giorni con puntigliosa attenzione, restituendo a ogni personaggio la sua stessa lingua e quell’inglese semplice e basico che si parla fra abitanti del mondo, per capirsi, per interagire fra mondi diversi. Questo aspetto conferisce un valore aggiunto alla recitazione di ogni attore, in una mimesi del reale che fa trapelare uno degli aspetti più belli del Genoa Social Forum come di ogni manifestazione, aggregazione di persone, evento, internazionale, ma in particolar modo quelli a scopo sociale. Il film scandaglia molto brevemente le vite dei protagonisti principali, spostandosi da una storia all'altra attraverso l'espediente della ripetizione: in una reiterata apparizione delle immagini del lancio della bottiglia che fu utilizzata come motivazione per l’irruzione nella scuola, Daniele Vicari ripercorre, lascia, riprende le storie dei principali protagonisti del film. C'è Elio Germano, nei panni di Luca Gualtieri, giornalista che andrà al G8 per toccare con mano ciò che stava succedendo; Claudio Santamaria, vicequestore che sgomento intimerà ai suoi uomini di fermare le violenze; Renato Scarpa, ex militante della Cgl ormai anziano, che si ritroverà a “prenderle” fra i giovani, e tanti altri. Ben 130 attori, 8000 comparse, Diaz cinematograficamente ricorda più un action movie americano piuttosto che un film italiano, il cui genere tanto caro è la commedia. Tragicamente vivo e sorprendente, il film di Daniele Vicari è il primo a portare con così tanta forza e potenza gli avvenimenti del 21 luglio tra la scuola Diaz e il carcere di Bolzaneto.

Diaz è un film necessario, per chi c’era, per chi ha visto solo immagini alla tv di quei fatti, per chi undici anni fa ancora non era in grado di capire. Diaz è più di un film: è un momento di riflessione collettiva di un Paese.

Margherita Sanna

 

Intervista a Daniele Vicari di Margherita Sanna

 

Margherita Sanna: Da quanto tempo lei ci lavorava sul film e come mai ha deciso di affrontare questo tema così difficile?

Daniele Vicari: Su Diaz io ho cominciato a lavorarci all’indomani della sentenza di primo grado che c’è stata nel Novembre del 2008. Il tema in sé in qualche modo l’avevo già incrociato perché avevo tentato di fare un film sui fatti di Genova raccontando una storia molto particolare, che era accaduta subito dopo i fatti di Genova: cioè la storia di un caro amico di Carlo Giuliani che si chiamava Edoardo Parodi e che, a differenza di Carlo, non era a Genova in quei giorni lì e ha visto morire l’amico in televisione. Poi Edo morì sei mesi dopo Carlo, e io sono venuto a sapere questa storia e volevo raccontare la storia di Edo. Scrivendo la sceneggiatura per questo film avevo comunque approfondito un po’ le questioni relative ai fatti di Genova, quello che era accaduto nella città, alla Diaz e a Bolzaneto, e ne ero interessato. Avevo anche messo piede nel processo, ero andato a sentire una o due udienze, però senza avere intenzione di fare un film. L’idea di fare il film nasce proprio dalla sentenza di primo grado che in qualche modo ha fatto sì che venissero fuori delle questioni che fino ad allora erano state trattate molto poco anche dalla stampa. La documentazione esposta nel processo è una documentazione inoppugnabile, per cui siccome i reati di cui erano accusati i poliziotti o sono ancora accusati i poliziotti, sono molto gravi, l’unico modo serio per fare un film così era proprio attenersi agli atti dei processi.

Margherita Sanna: Ed è questo il motivo per cui lei anziché parlare degli antefatti del G8 di Genova, è partito quasi direttamente nel raccontare quello che è successo alla Diaz e a Bolzaneto?

Daniele Vicari: No, non è questo il motivo. Il motivo è che quando si racconta una storia si deve decidere che taglio dare a questa storia, e a me è sempre sembrato che la storia interessante da raccontare fosse la vicenda della Diaz e quella successiva di Bolzaneto. Raccontare tutto quello che è successo prima è praticamente impossibile in un film di due ore, bisognerebbe fare un film di dodici puntate per raccontare tutto ciò che è successo a Genova. Raccontare i fatti della Diaz in maniera seria ha significato per me fin da subito occupare tutto il tempo narrativo di due ore, per cui ho preso questa decisione, anche perché i fatti della Diaz e di Bolzaneto sono dei fatti gravi in sé, hanno una vita autonoma, cioè la sospensione dei diritti civili accaduta dentro la scuola Diaz e ancora di più a Bolzaneto, è un salto di qualità gigantesco anche rispetto alle cose accadute nelle strade. La narrazione ruota intorno a quei fatti, tutto qua, non c’è nessun altro motivo per cui ho scelto di raccontare i fatti della Diaz o di Bolzaneto.

Margherita Sanna: Lei quando ha deciso di lavorare sul film ha ascoltato le testimonianze di chi è stato alla Diaz, a parte nel processo?

Daniele Vicari: Io prima di tutto ho letto gli atti, dopo ho incontrato gli avvocati. Parlando con loro ho capito quali erano le persone giuste da incontrare, e dopodiché ho deciso di incontrare le persone che mi interessavano. Ho incontrato una decina di persone tra poliziotti e parti offese. Questa serie di incontri sono stati molto importanti per me, perché mi hanno dato modo dopo dieci anni quasi di toccare con mano le ferite aperte di quella vicenda, che sono molte e molto gravi.

Margherita Sanna: Ascoltando le testimonianze dei poliziotti che ha incontrato, ha scoperto qualche motivazione del loro atteggiamento, il perché, che è in realtà la domanda finale con la quale lo spettatore esce dal film?

Daniele Vicari: Mah no, perché io non è che ho fatto degli interrogatori, e questo vale sia per i poliziotti che per le persone che sono state picchiate. Io ho incontrato queste persone per avere un rapporto umano con le persone di cui avrei raccontato la storia. I fatti diciamo salienti, queste persone le hanno raccontate nel processo, non c’era nessun bisogno di farseli raccontare, né tantomeno li avrebbero raccontati a me. Questi incontri per me sono stati importanti perché ho guardato negli occhi queste persone. Ovviamente abbiamo parlato anche delle conseguenze di tutta questa roba qui, e posso dire che molti dei poliziotti hanno la consapevolezza della gravità degli accadimenti. Però ciascuno di loro legittimamente nel processo tenta di difendersi, cercando di non essere condannato. Per cui non ha nessuna voglia di raccontare nel dettaglio cos’è accaduto. Per fortuna esistono le testimonianze delle parti offese che concordano in maniera perfetta, e hanno permesso ai PM e anche a me, di ricostruire in maniera molto fedele gli accadimenti salienti, quelli che poi io racconto nel film.

Margherita Sanna: Anche se poi molti poliziotti non è stato possibile individuarli…

Daniele Vicari: E certo! Quello è stato il problema numero uno del processo. Gli unici che avevano l’ordine di servizio lì alla Diaz erano i poliziotti del Settimo Nucleo Sperimentale di Roma, e infatti i loro Capi Squadra sono stati tutti condannati, e gli altri poliziotti condannati sono stati identificati attraverso i video, per cui solamente in questo modo i PM sono riusciti a identificare le persone perché in altri modi non è stato possibile.

Margherita Sanna: Ma quelli che lei ha tratteggiato come figure all’interno del film, come ad esempio Santamaria, sono ispirati a personaggi reali, cioè ha incontrato queste persone? Oppure ha messo insieme un po’ qua e là dei tratti di ognuno di loro ricostruendo i personaggi di ciascun poliziotto all’interno del film?

Daniele Vicari: Guarda io sono stato molto preciso con le persone che ho incontrato. Siccome sono imputati io ho promesso loro di non fare i loro nomi. Li ho ringraziati genericamente alla fine del film. Per cui io non ho incontrato questo o quello pubblicamente, io ho incontrato in maniera informale queste persone e non mi va di tirarle in ballo. Ripeto: li ho incontrati e ringraziati alla fine del film in maniera generica ringraziando tutti gli uomini e le donne che hanno accettato di incontrarmi. Quello che io ho fatto è stato di approfondire il più possibile le udienze che riguardano i poliziotti di cui ho raccontato la storia, e tutti gli articoli e le interviste che loro hanno rilasciato negli ultimi dieci anni, che non sono poche, nelle quali loro si raccontano anche un po’ sia sul piano personale che sul piano giudiziario.

Margherita Sanna: All’interno del film ci sono attori di ottimo livello come Elio Germano, Santamaria, e altri, però lei ha scelto una narrazione corale in cui quasi sono impersonali i loro personaggi, nel senso che non si approfondisce un soggetto e basta, ma sono tanti. Come mai e soprattutto come gli attori hanno percepito questo tipo di sceneggiatura?

Daniele Vicari: Questo è un film corale, però non è un film corale classico nel quale ci sono due, tre protagonisti, e gli altri sono nello sfondo. È un film corale veramente, nel quale sono decine e decine i personaggi principali. In realtà però il protagonista del film è la storia, il fatto, non è un personaggio. Gli attori che hanno letto la sceneggiatura si sono entusiasmati, perché hanno capito che questa forma narrativa – piuttosto inconsueta per il nostro cinema- dava loro la possibilità di avere una grande libertà. Non avendo dei personaggi costruiti in termini psicologici o psicanalitici, ciascuno di loro poteva in qualche modo mettere in questi personaggi quello che voleva. E io ho lasciato liberi gli attori di muoversi in maniera assolutamente personale. Ci sono dei ruoli che sono particolarmente difficili nel film. Per esempio il ruolo ricoperto da Jennifer Ulrich, che è il ruolo di Alma, è un ruolo molto difficile. Perché con poche scene bisogna raccontare il dramma pazzesco di una persona che sprofonda agli inferi, e che vive un incubo quasi irraccontabile. E per poter arrivare a questo livello di profondità, gli attori hanno dovuto fare un grosso lavoro su sé stessi, perché era necessario attraverso piccoli gesti, sguardi, poche battute, rendere credibile queste storie, e quindi è stata una sfida importante per gli attori, e anche per me.

Margherita Sanna: Come mai avete girato a Bucarest?

Daniele Vicari: Abbiamo girato a Bucarest per una serie di motivi. Uno di questi è che uno dei coproduttori del film è il regista e coproduttore rumeno che si chiama Bobby Paunescu, e quando abbiamo dovuto decidere dove fare il film, lui ha messo in campo anche questa ipotesi. Andare a Bucarest però ha significato anche alleggerire il rapporto del film con la città di Genova. Se noi avessimo girato il film nella città di Genova avremmo dovuto bloccare la città per alcuni mesi. Ed è bastato starci sette giorni per capire che abbiamo fatto bene a girare a Bucarest, perché in sette giorni abbiamo creato il panico nella città. Genova è una città molto complicata da un punto di vista della viabilità: se fermi una strada fermi tutta la città. E noi avevamo bisogno di assoluta libertà di movimento, non potevamo non avere libertà di movimento. E girare a Bucarest, ricostruendo perfettamente gli spazi, ci ha dato questa libertà.

Margherita Sanna: Lei è un regista che ha girato diversi documentari, come mai per Diaz non ha scelto questa forma?

Daniele Vicari: Non mi sono mai posto il problema di fare un documentario sui fatti della Diaz, perché le testimonianze delle persone – che tra l’altro sono presenti in un documentario prodotto da Fandango in contemporanea a Diaz, cioè Black Block – sono molto forti e molto emozionanti, ma sono testimonianze di persona. Io volevo che lo spettatore entrasse lì dentro, e l’unico modo perché lo spettatore entrasse lì dentro è fare un film di finzione nel quale si potesse fare un gioco libero tra immaginazione e fatti reali, volevo anche che in qualche modo questo racconto diventasse anche metaforico. Questo è uno dei motivi che mi ha spinto a raccontare esclusivamente i fatti della Diaz e di Bolzaneto, escludendo tutto quello che ci ruota intorno in qualche modo, perché il film vuole essere anche una metafora del rapporto tra cittadini e potere. In questo film il potere, abbastanza impersonale, senza volto, è quello della polizia. Ma il potere purtroppo ormai, quello che abbiamo intorno, è impersonale e senza volto. Per cui questo rapporto violento che c’è tra i cittadini e il potere, in qualche modo, nel film viene reso in tutta la sua asprezza.

Margherita Sanna: Come mai non ha deciso di “calcare la mano” o comunque descrivere più accuratamente il governo in carica, i fatti che hanno portato a ciò che è accaduto, e chi ha deciso in realtà tutto quello che stava succedendo?

Daniele Vicari: E chi ha deciso? Se lei è in grado di dirmi chi ha deciso io può darsi che poi riesca a ragionare insieme a lei intorno a questo argomento.

Margherita Sanna: Non lo so.

Daniele Vicari: Per dare la sensazione allo spettatore delle decisioni politiche quantomeno avrei dovuto incominciare a raccontare nel film a partire dai fatti di Napoli, che risalgono al marzo dello stesso anno, dove sotto un governo di centro sinistra sono successe le stesse cose che sono successe a Genova. Però poi, anche per dare un’idea dell’internazionalità della repressione di cui il movimento è stato oggetto, avrei dovuto raccontare anche Goteborg, in cui una persona è rimasta stesa a terra. Per raccontare tutta questa roba c’è bisogno di un saggio storico, in un film non è possibile, anche per questo trovo ridicole certe osservazioni.

Margherita Sanna: Che le hanno mossa da più parti.

Daniele Vicari: Mah, da più parti. Da due parti: cioè da un sindacato della polizia e da un ex dirigente del movimento, perché poi il resto del mondo non si è fatto questo problema. Ed è molto interessante che questi due punti di vista finiscano per coincidere proprio su questo punto perché ciascuno cerca una giustificazione a ciò che è accaduto pro domo sua. Ma questa giustificazione non c’è. Se centinaia di poliziotti sono entrati lì dentro sicuri di poter fare tutto quello che hanno fatto non è nemmeno sufficiente pensare che sia stato un ordine dato da qualcuno, a rendere, a dare loro la sensazione di poter essere liberi sino in fondo. Dietro le loro spalle c’è un’intera società, che siamo io, lei, e tutte le altre persone che vivono qui. Perché siamo noi che in qualche modo diamo un mandato allo stato di gestire la nostra vita. E se noi prima e dopo questi fatti non ci siamo posti nessun problema serio, rispetto a come viene gestita la cosa pubblica, a come viene gestito lo stato, a come vanno gestiti i diritti, che sono di tutti noi, allora è inutile andarsi a chiedere chi è che ha dato l’ordine e chi non l’ha dato. Dobbiamo guardare dentro le nostre coscienze e farci qualche domanda più radicale. Ripeto: è troppo comodo pensare persino che le devastazioni che ci sono state in giro per Genova possano giustificare o motivare quello che è successo alla Diaz e a Bolzaneto, perché se così fosse questa roba dovrebbe succedere tutti i giorni. Nel senso che un delinquente spara a qualcuno per strada, dopodiché la polizia entra in una prigione e ammazza di botte tutti quelli che ci sono perché appartengono a quella categoria. Sono cose che non stanno né in cielo né in terra, sono talmente puerili come rilievi che tendo normalmente a non prendere nemmeno in considerazione, poi quando sono costretto a rispondere, rispondo.

Margherita Sanna: Lei ha visto il film A.C.A.B?

Daniele Vicari:

Margherita Sanna: Anche in A.C.A.B. c’è un rimando ai fatti di Genova, un attore chiede all’altro cos’era veramente successo e l’altro risponde “una macelleria”.

Daniele Vicari: No, non mi pare che risponda una macelleria.

Margherita Sanna: Io credo di sì.

Daniele Vicari: Ma è una scena assolutamente irrilevante, quel film ha tutto un altro taglio, racconta tutta un’altra cosa, non c’entra niente con la vicenda di Diaz.

Margherita Sanna: Sì, anche se vedendo l’uno e l’altro la sensazione che si prova è che certe cose – anche se non in maniera eccessiva come avvenne alla Diaz- sono connaturate all’animo umano: tanto più potere gli si dà, tanto peggio agisce.

Daniele Vicari: Il film di Stefano racconto un ambito sociologico, un mondo che vive di odio, di repulsione nei confronti del diverso. Ed è questo l’intento che ha il regista nel film, non ha nemmeno un intento politico, però secondo me coglie nel segno nel momento in cui mette in crisi il rapporto di queste persone – che hanno una divisa- con la violenza. È un rapporto molto problematico. È una cosa su cui vale la pena riflettere. È molto importante che si facciano dei film e delle riflessioni pubbliche su questi temi.

Margherita Sanna: Lei, per quanto riguarda i finanziamenti, ha avuto dei problemi?

Daniele Vicari: Nessun problema, nel senso che il film non ha avuto dei finanziamenti finché non è partito diciamo. Il produttore ha messo di tasca sua la cifra per intero per realizzare il film. Dopodiché una volta che è stato presentato il film, si è sciolto un po’ l’iceberg. È arrivato un piccolo finanziamento pubblico, poi dopo si è aggiunta una Film Commission, e piano piano, dopo che il film è stato presentato a Berlino, è arrivata anche una banca. Però a monte non c’è stato nessun tipo di finanziamento, se l’è guadagnato dopo. Stiamo parlando comunque di piccole cifre che sono importanti anche culturalmente e politicamente per il produttore.

Margherita Sanna: Crede che sia dovuto al fatto che la tematica affrontata facesse un po’ paura?

Daniele Vicari: Ma non credo che Diaz faccia paura. Secondo me semplicemente c’è un enorme, gigantesca, censura e autocensura che riguarda i temi più rilevanti del nostro vivere sociale.

Margherita Sanna: E perché?

Daniele Vicari: Perché siamo in una società che non ha digerito la democrazia, secondo il mio parere. E questo fatto fa sì anche che succedano dei fatti pazzeschi come quello della Diaz e di Bolzaneto. Perché fondamentalmente noi e alcuni organi dello Stato, alcune frazioni, non hanno digerito la cultura democratica, la Costituzione. E quindi continuano a pensare che questo vale anche per i cittadini, una parte dei cittadini e della politica. Si continua a pensare con la testa rivolta al passato.

Margherita Sanna: Secondo lei cosa si potrebbe fare perché non si pensi più con la testa rivolta al passato?

Daniele Vicari: Bisogna andare avanti. Adesso siamo sull’orlo del baratro, in qualche modo abbiamo una grandissima occasione per riflettere su quanto accaduto. Se noi non ci mettiamo a riflettere non andiamo da nessuna parte. Bisogna riflettere. Per esempio, Diaz e Bolzaneto secondo me sono all’origine di un decennio che ha prodotto solo macerie sociali e anche politiche. Oggi non abbiamo più nessun punto di riferimento. È come se un intero sistema di valori, un intero sistema sociale sia crollato miseramente e siamo in mano a delle persone che si occupano di economia. Per arrivare a questo non basta attribuire la responsabilità a uno o due politici, è una situazione che riguarda tutti, collettiva. Esattamente quello che cercavo di spiegare prima. La Diaz e Bolzaneto sono prodotti della nostra società. Questo non significa che non ci sono dei colpevoli sul piano processuale, qualcuno infatti pagherà, spero che paghi, che renda conto di quello che è accaduto. Però potrebbe anche succedere che nessuno ne renda conto. Se la Cassazione decide di annullare il processo andrà tutto in prescrizione in breve tempo e non ci sarà nessun risarcimento per le vittime e nessun tipo di presa di posizione da parte delle autorità, e questo significherà che nel nostro Paese è inutile perfino vivere una tragedia.

Margherita Sanna: Un po’ come Primo Levi quando diceva che quello che successe allora era responsabilità collettiva.

Daniele Vicari: Ma io ne sono convinto di questo. È per questo che trovo stucchevoli le ricerche di responsabili, sono giustissime sul piano giudiziario, e perfino su quello politico, è giusto ricercare le responsabilità, però è necessario capire che quella roba lì succede perché c’è un intero Paese che pensa in un certo modo.

Margherita Sanna: Il problema è che se l’intero Paese capisse questo non si sa quanto riuscirebbe a rialzarsi da questa presa di coscienza.

Daniele Vicari: Ma tanto siamo sdraiati! Siamo a terra. Stiamo parlando di un Paese che spreca tutte le grandi occasioni che la Storia gli ha consegnato. Siamo un popolo di persone distratte da cose futili, e non ci rendiamo conto che stiamo correndo con una macchina contro un burrone. Per me il cinema, l’arte, l’espressione artistica in generale, può servire per gridare “allarme, attenzione”. Non è che può risolvere nulla, però intanto quel che si può fare si deve fare, per esempio gridare “attenzione, andiamo a sbattere contro un muro”.

Margherita Sanna: In fondo come artista è quasi un dovere, morale e civile.

Daniele Vicari: In certi momenti storici sì, bisogna correre il rischio anche di sbagliare e di dire “attenzione stanno succedendo cose che non dovrebbero succedere”. Ci sono dei momenti in cui chi se la sente deve prendersi questo rischio.

Margherita Sanna: Voi proiettate nel Parlamento Europeo Diaz, come ha accolto questa proposta?

Daniele Vicari: Siamo stati invitati a fare questa proiezione a Bruxelles da un gruppo di parlamentari socialdemocratici. Al momento questa è la prima e unica risposta delle istituzioni alle domande che il film pone. Per cui l’ho accolta con molto favore, sono molto contento. Spero che non ci fermiamo qui. Sono convinto che ci sia bisogno di avere delle risposte molto forti dall’Italia, dal Parlamento Italiano, dalle Istituzioni Italiane. Perché altrimenti non andiamo da nessuna parte. È anche vero che l’Europa supplisce spesso alle carenze della politica italiana su tanti fronti, e quello della Giustizia è uno di questi. Il nostro Paese sta perdendo sovranità per l’incapacità della propria classe dirigente di affrontare questi temi.

Margherita Sanna: Lei ha fatto un film internazionale con attori che provengono da tutto il mondo, e ha deciso di farli parlare con la propria lingua. Come mai?

Daniele Vicari: Perché ciascuno è bello che parli la propria lingua in un film così. Perché è una storia che non riguarda solo l’Italia, e perché odio i film in cui i tedeschi o i francesi parlano italiano, non mi piacciono. In questo caso in cui convivono tante nazionalità, sarebbe stato orrendo avere i tedeschi che parlano italiano, i francesi, ecc.. come gli italiani. Ho cercato di ricostruire come si viveva a Genova, nel Media Center, in quegli anni lì, cioè tra persone di nazionalità diverse si usa l’international english molto semplice, che serve per comunicare, e poi ciascuno, nei propri gruppi, parla la propria lingua. E questo dà, secondo me, una credibilità forte dal punto di vista narrativo.

Margherita Sanna: È stato molto difficile dirigerli?

Daniele Vicari: È stato più complicato del normale perché io per ciascun gruppo avevo una coach che mi aiutava a tenere sotto controllo i dialoghi, le intonazioni di ciascuna battuta. È un lavoro complesso, però molto affascinante.

Margherita Sanna: Quali progetti ci sono per il suo futuro?

Daniele Vicari: Sto finendo un documentario intitolato “La nave dolce”, è la storia della nave Flora, che nell’agosto del 1991 portò ventimila albanesi tutti insieme a Bari, che la invasero praticamente. Racconto tutta questa storia, con un film documentario che durerà circa un’ora e mezza prodotto dalla Indigo Film e dalla Puglia Film Commission.

Margherita Sanna: Verrà distribuito nei cinema?

Daniele Vicari: Penso di sì. Stiamo lavorando per quello.

 

Margherita Sanna

Ultimo aggiornamento Martedì 08 Maggio 2012 13:49
 

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