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“Zanzibar” e la memoria dello spazio PDF Stampa E-mail
Cultura e spettacolo - Cultura e spettacolo
Scritto da Margherita Sanna   
Mercoledì 06 Giugno 2012 11:16

Monica Pietrangeli arriva a Cagliari per la Queerisima, i quaranta giorni di pride cagliaritani. A vederla in mezzo a tutti i ragazzi dell’Arc, le donne della Circola, non sembra un’ospite, ma una degli altri, perfettamente a suo agio. Lei di Festival LGBT ne ha visti tanti in questi tre anni dalla nascita di Zanzibar, il documentario di cui ha firmato regia e sceneggiatura insieme a Francesca Manieri, sullo storico locale lesbico e femminista della Roma di fine anni 70’. Un luogo simbolo. “Zanzibar: una storia d’amore” si intitola. La storia d’amore di chi l’ha creato (Nicola e Tiziana), e di tutte quelle donne che si sono sentite protette e accolte in quel luogo. Zanzibar è commovente e riflessivo. È un documento storico che sembra una storia di fantasia tanto appare romanticamente suggestiva e struggente. Monica Pietrangeli ci ha creduto fin dalla nascita in questo lavoro, un viaggio alla restituzione di una memoria collettiva di donne. Donne che hanno scritto le pagine di un’epoca di cui ancora troppo poco si sa, ma molto le si deve. Abbiamo provato insieme a conoscere meglio il lavoro di Monica, e il mondo di quegli anni.

 

Margherita Sanna: Da dove nasce questo documentario?

Monica Pietrangeli: Ci sono due cose fondamentali che hanno dato vita al progetto di Zanzibar: una è l’idea di raccontare una parte del movimento femminista e lesbico italiano e romano in particolare, perché io sono un’attivista e quindi ritengo che sia fondamentale che la memoria, la nostra memoria, possa trovare degli spazi e venire raccontata, visto che non esiste molto. Non esiste molta iconografia sul lesbismo. Non esiste molta iconografia sul movimento femminista e non esiste soprattutto un racconto di quelli che erano i luoghi fondamentali all’epoca per le femministe e per le lesbiche. I luoghi di incontro, giocoso e gioioso com’era Zanzibar, ma anche di incontri politici, perché poi le due cose negli anni 70’ si intrecciavano moltissimo. Da un lato quindi c’è una “passione politica” che sta alla base del documentario, e dall’altra parte c’è stato una specie di caso fortuito: l’altra coregista, Francesca Manieri, stava facendo un lavoro di ricerca su un soggetto che stava scrivendo per un film e si è accorta, facendo questa ricerca, che veniva fuori spesso il nome di questo locale. Quindi abbiamo cominciato a chiedere in giro alle donne che conoscevamo, di che tipo di locale si trattasse e abbiamo scoperto che c’erano tantissimi aneddoti divertenti su questo posto. Abbiamo così iniziato la ricerca che è durata un bel po’ di tempo. Abbiamo iniziato a contattare le persone che l’avevano aperto, dopodiché abbiamo scoperto che c’era anche del materiale di repertorio originale dell’epoca fatto all’interno del locale. C’è sembrato una specie di tesoro perché c’è stato affidato con grande tranquillità da parte di Tiziana Mazzi, che era la detentrice di queste immagini ed era anche quella che le aveva girate all’epoca. E poi il progetto pian piano ha preso vita con tutte le difficoltà del caso perché chiaramente ancora oggi parlare di lesbismo non è così semplice, tra le donne che abbiamo intervistato, alcune sono tuttora delle attiviste – e quindi non hanno problemi-, ma altre no, e quindi c’è anche tutto il discorso del costruire una relazione di fiducia con loro per far sì che si sentissero a loro agio, raccontate in modo corretto, ecc… La più grande soddisfazione del documentario è stata che alla fine quando loro l’hanno visto si sono sentite raccontate in modo corretto.

Margherita Sanna: Che cos’è Zanzibar?

Monica Pietrangeli: Zanzibar è stato il primo bar per sole donne che è stato aperto all’inizio di marzo del 1978. Credo sia, da quello che so io, il primo a Roma - ma anche in Italia - di quel tipo: un luogo dove per la prima volta due donne che si amavano, che stavano insieme, potevano stare pubblicamente. Era il cosiddetto “dopolavoro del femminismo romano”, in cui andavano anche le donne eterosessuali. Era il luogo dove dopo le riunioni del Governo vecchio, il centro del femminismo romano, le donne si spostavano per stare tranquille, bersi una cosa, ridere, scherzare, ecc… Ed è stato un luogo molto amato. Amato tantissimo dalle donne che l’hanno fondato e lo frequentavano; amato in generale da tante lesbiche e femministe che io poi ho incontrato in giro per l’Italia, che magari c’erano capitate e avevano un ricordo molto bello. Era un posto anche abbastanza mitico nell’immaginario di quegli anni, proprio perché mentre se andavi a New York – come racconta Tiziana, una delle donne che l’aveva aperto – avevi il bar dove si incontravano le donne che giocavano a biliardo, certamente in Italia era una cosa stravagante, inusuale, che ciò accadesse, e invece lo Zanzibar ha aperto un po’ la strada. Ha aperto la strada per tante secondo me, anche ad una visibilità pubblica.

Margherita Sanna: Ci sono testimonianze che non hai potuto mettere perché non potevano comparire?

Monica Pietrangeli: No, diciamo che le testimonianze che non potevano comparire semplicemente non le abbiamo raccolte. Siamo state aiutate in questo dalla produttrice, Franca Zacchei, anche lei era una che frequentava lo Zanzibar, ed è stata un po’ la chiave di volta per noi, perché lei è ancora amica di tutte le donne che l’hanno fondato e lo frequentavano e quindi ci ha un aiutate a cercare le persone che sapevamo già avrebbero accolto la nostra richiesta. Sicuramente tra quelle che noi avevamo in mente di voler intervistare abbiamo capito che con alcune non potevamo avere delle interviste perché non avevano voglia di comparire. Ancora oggi su questi temi non è che sia proprio sempre facilissimo trovare persone disposte a raccontare di sé.

Margherita Sanna: Ma perché poi non si è riuscite a riaprirlo?

Monica Pietrangeli: È stato chiuso molti anni fa, considerando che è stato aperto per sei anni (dal 78’ all’84’), quindi ormai sono passati tanti anni, diciamo che quell’esperienza lì era legata a quegli anni – come dicono anche loro nel documentario –, era un’esperienza legata a quello che accadeva negli anni 70’, all’inizio degli anni 80’.

Margherita Sanna: Quindi ora non avrebbe più senso?

Monica Pietrangeli: Mah! Io vedo che in realtà ci sono dei posti, che magari non sono sempre soltanto per donne, ma che hanno delle serate, e lì in realtà le donne ci vanno. Quindi c’è un bisogno di socialità separata. Probabilmente non ha più quella dirompenza che aveva in quegli anni lì, anche se io sono dell’idea che comunque almeno fare dei passaggi di separatismo, di percorso con le altre, di rimessa in discussione con le altre, sia sempre una cosa bella e fondamentale. Per me è stata una cosa fondamentale. Quindi io dico che non bisogna avere il pregiudizio e pensare che quell’esperienza lì sia un’esperienza di ghettizzazione, è un’esperienza di rafforzamento, che dà la possibilità di modificare il proprio punto di vista sulle cose e sul mondo. Perché insomma il mondo non è neutro. È maschile. Quindi bisogna riappropriarsi di uno sguardo proprio, e questo lo fai quando ti tiri un attimo fuori dal mondo che ti circonda. Secondo me è sempre un’esperienza molto importante. Purtroppo è stata vista sempre con ostilità, anche se le persone intelligenti la guardano con rispetto. Comunque, per tornare al fatto se sia oggi o meno importante, secondo me che ci siano dei luoghi separati è molto importante, poi quell’esperienza lì probabilmente era molto legata ad un periodo storico, quindi così, in quel modo, oggi non sarebbe possibile.

Margherita Sanna: Il separatismo dunque come passaggio fondamentale di riflessione di sé….

Monica Pietrangeli: È’ in genere un percorso fondamentale per tutti i gruppi che si sentono oppressi, poi in quegli anni ha avuto un senso ancora più dirompente perché non era una minoranza, era la metà del mondo che decideva di fare dei percorsi di autonomia e quindi la forza che ha avuto è tuttora visibile. Perché la spinta che ha dato, lascia stare che i grandi media, la narrativa mainstream considera il femminismo come qualcosa di passato, di trapassato, in realtà questo denota un grande disagio, una grande paura, nei confronti di un movimento che è stato uno dei pochi movimenti veramente rivoluzionari della nostra epoca, che ha trasformato i rapporti tra gli uomini e le donne, delle donne con il mondo. E Zanzibar racconta anche di quella parte del mondo, le lesbiche, che sono riuscite a potersi dire liberamente, a potersi raccontare. La radice del movimento lesbico italiano è molto legata al femminismo. C’è un debito di riconoscimento nei confronti del femminismo da parte delle lesbiche.

Margherita Sanna: Secondo te oggi ha ancora senso il femminismo?

Monica Pietrangeli: Sì, assolutamente sì. Oggi più che mai il femminismo ha ragione di essere.

Margherita Sanna: Ed è ancora possibile?

Monica Pietrangeli: Sì, è ancora possibile se riusciamo ad immaginare nuove prospettive, se riusciamo a lanciarci anche in percorsi strettamente legati al tempo presente. Non è possibile immaginare dei percorsi identici a quelli che ci sono stati negli anni passati, ma c’è ancora molto bisogno di femminismo: le donne hanno preso parola, però c’è bisogno ancora di uno sguardo rivoluzionario sul mondo che il femminismo può ancora offrire. Non parlo del femminismo istituzionale o emancipatorio, ma di un femminismo che riesce a mettere in discussione nel profondo quelli che sono i rapporti tra gli uomini e le donne. Ce n’è bisogno perché il rapporto tra gli uomini e le donne è ancora modificabile, perché altrimenti non avremmo un femminicidio ogni tre giorni. Oggi sul giornale c’è la notizia dell’ennesima vittima, siamo a 60 dall’inizio dell’anno. Ma non lo dico in senso vittimista, per me il femminismo non è solo una chiave di lettura per liberarsi della violenza. Il femminismo, se è radicato e se è radicale, offre chiavi di lettura sui rapporti di forza tra uomini e donne e poi anche su quelli di classe. Senza contare che le donne e le lesbiche afroamericane ci hanno insegnato tanto anche su come il femminismo possa parlare di razza e di razzismo. Secondo me è un mondo che potrebbe ancora offrire delle sorprese. Basta crederci e non farsi annullare dai discorsi che dicono che il femminismo sia una cosa superata.

Margherita Sanna: È stato difficile farlo circuitare e portarlo in giro?

Monica Pietrangeli: Allora, le difficoltà più grandi sono state il reperimento dei fondi che infatti non abbiamo quasi avuto. E questo è il grande problema che hanno tutte le persone che amano fare documentari oggi in Italia. Non ci sono fondi a disposizione. È difficilissimo trovare risorse. Per quello che riguarda la circuitazione la scelta è stata fatta da noi, ed è stata quella di mandare il documentario soltanto nei festival, perché era una sorta di patto con le donne che abbiamo intervistato. E da questo punto di vista ha circolato molto questo documentario. Non è un caso che siamo qui alla Queeresima di Cagliari del 2012, il documentario è del 2009, sono tre anni consecutivi che il documentario continua a circolare e ci viene continuamente richiesto da festival oppure da associazioni e da gruppi. All’estero è stato a Berlino, non alla Berlinale, però all’Independent Queer Festival di Berlino. In Italia ha girato un po’ in tutte le città. L’unico posto in cui non è stato – fra quelli che hanno anche festival- è stato Torino, che però ha fatto la scelta di non selezionarlo, non sappiamo il motivo. Per cui da quel punto di vista noi siamo molto contente, perché è un documentario che sta avendo una vita lunghissima, forse perché racconta la storia, quindi in un certo senso non si esaurisce. Non è tema di attualità che magari ad un certo punto perde la sua forza perché quell’argomento non è più di attualità. È un racconto, un pezzo di storia, e quindi naturalmente, c’è ancora tanta gente che lo vuole vedere, che vuole sentirsi raccontata, perché pur essendo soltanto la storia di un locale, si riesce a capire molto di quello che era quel periodo lì per le donne, e quindi da questo punto di vista è molto efficace.

Margherita Sanna: Come nasce la tua collaborazione con la Queeresima? Ti hanno chiamata loro?

Monica Pietrangeli: Sì, sono stata contattata prima da Pia Brancadori– che non è della Queeresima ma insomma ha delle relazioni con le persone che organizzano la Queeresima- e poi da Valeria Cossu. Avevano sentito parlare del documentario perché nel giro lesbico si sapeva, se ne parlava abbastanza. E loro hanno pensato che fosse una cosa bella che anche a Cagliari potesse essere visto.

Margherita Sanna: E tu sei qua da quanto? Quando sei arrivata?

Monica Pietrangeli: Io sono arrivata la sera della presentazione dei cortometraggi lesbici a cura di Luki Massa, che è un estratto del Some Prefer Cake, che è il festival di cinema lesbico che viene organizzato tutti gli anni a Bologna a Settembre, e poi volevo conoscere alcune di voi. Ho fatto un giro per la Sardegna a vedere alcuni progetti di amiche sparse per l’Isola, poi qualche puntatina al mare e da ieri sono di nuovo a Cagliari.

Margherita Sanna: Che idea ti sei fatta dell’ambiente di qua?

Monica Pietrangeli: Sono sempre molto colpita favorevolmente dalla vivacità che trovo nelle città più piccole che non conoscevo, o che magari conoscevo ma non sotto l’aspetto dell’attivismo politico. Mi è successa la stessa cosa lo scorso anno a Palermo, quando abbiamo proiettato Zanzibar in una serata di preparazione del Sicilia Queer Festival. E mi sta succedendo adesso qua a Cagliari. C’è sempre un’atmosfera molto bella, molto positiva, di grande energia, che spesso nella grande città che è più dispersiva perché ci sono più cose, perché è tutto più sfilacciato, non senti.

Margherita Sanna: O forse anche perché certi movimenti sono più consolidati, vengono da lontano….

Monica Pietrangeli: Tu dici che ci sia ancora l’entusiasmo della novità qui? Può darsi, ma secondo me è anche una questione di grandezza e quantità di cose. A Roma è più dispersivo perché magari la stessa sera hai tre cose differenti, e tu non hai la sensazione di una città che si mobilita per quell’evento. Questo entusiasmo che io sento è molto bello e mi dà anche tante energie, perché appunto magari delle volte a Roma sento la stanchezza delle cose che si fanno. Invece venire qui, conoscere voi, conoscere le cose che fate, è sempre una grande spinta.

Margherita Sanna: Tu lavori per Raitre, là com’è stato percepito il tuo progetto di Zanzibar?

Monica Pietrangeli: Mah, come al solito quando si parla di posti di lavoro dipende dalle persone che incontri. Io per esempio adesso lavoro in una redazione in cui le mie colleghe sanno che ho fatto questo documentario, sanno di me, sanno che sono lesbica e questa cosa è tranquilla. Non mi dà alcun problema raccontarmi. Io non sono una che si nasconde. Diciamo che poi chiaramente non vado dal Direttore Generale a dire che sono lesbica, non metto bandiere. Da questo punto di vista è chiaro che c’è un tentativo di scegliere dove e con chi relazionarsi e raccontarsi in modo aperto. Invece i luoghi dove non farlo perché non serve. Da questo punto di vista faccio delle tranquille scelte, cioè quando vedo che ci sono delle persone serene mi apro, dove non capisco che gente ho di fronte per salvaguardia mia personale non lo faccio. Ma questo capita sul posto di lavoro come ovunque.

Margherita Sanna: Quindi non hai avuto grandi problemi di omofobia a lavoro?

Monica Pietrangeli: Assolutamente no. Non ne ho avuti, nella maniera più assoluta, almeno fino ad adesso. Tra l’altro se digiti il mio nome e cognome su internet, trovi che ho organizzato le cinque giornate lesbiche nel 2010, partecipo a questi festival, il mio documentario gira in questi festival, se uno lo vuole scoprire, lo scopre immediatamente. Fino ad adesso non ho avuto di problemi.

Margherita Sanna: Stai lavorando ad altro adesso?

Monica Pietrangeli: Sì, a parte un’idea in cantiere con Luki Massa, di cui però non anticipo niente, io sto lavorando ad un progetto che non va nella direzione di questo documentario, di Zanzibar, è una cosa completamente diversa, si tratta sempre di donne, ma nella criminalità organizzata, quindi un lavoro completamente differente che però mi sta appassionando molto.

 

Margherita Sanna

 

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 07 Giugno 2012 19:00
 

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