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Italiani e Americani tra peccato e virtù nell'epistolario di Montanelli PDF Stampa E-mail
Protagonisti del nostro tempo - Protagonisti del nostro tempo
Scritto da Paola Angelotti   
Martedì 30 Ottobre 2012 15:19

Uscirà il 31 ottobre, edita da Rizzoli, un’antologia delle lettere di Montanelli dal titolo” Nella mia lunga e tormentata esistenza. Lettere da una vita”. Curata da Paolo Di Paolo, che ha attinto dal materiale dell’archivio della Fondazione Montanelli-Bassi di Fucecchio, la raccolta mostra uno spaccato della storia del Novecento attraverso le riflessioni del più grande giornalista d’Italia. Il Corriere di domenica scorsa ne ha pubblicato un’anteprima: una lettera inedita indirizzata al collega americano Edmund Stevens, vincitore del Pulitzer nel 1950, che dopo sessant’anni dalla sua stesura rimane straordinariamente attuale. Vergata nei primi anni 50 sulla mitica Olivetti Lettera 22, riporta uno stralcio delle riflessioni private tra il giornalista nostrano e il collega, figura tra le più singolari del giornalismo del Novecento, che, trapiantato a Mosca per ragioni ideologiche, diventerà poi corrispondente per Il Giornale fondato da Montanelli nel 1972.

L’amicizia tra Indro e il premio Pulitzer durò più di un cinquantennio. Cominciata in Finlandia dove assistettero insieme ai fatti della Campagna d’Inverno, fu corroborata da un fitto carteggio, conclusosi alla morte di Stevens avvenuta nel 1992. Fu in quest’occasione che Montanelli scriverà: “Di lui conservo una cinquantina di lettere. Ma non le pubblicherò mai”.

È in pieno clima di “americanizzazione” post-bellica che Montanelli risponde a Stevens, portando avanti un dibattito aperto tra i due che focalizzando l’ipocrisia, analizzano affinità le divergenze tra usi e costumi americani e italiani. Riflessioni destinate a sfociare in un libro a quattro mani che però non vide mai la luce. L’ipocrisia degli Italiani è spicciola, dettata dall’opportunismo, perché privi di un Ideale che neanche il manganello dei fascisti è riuscito a imporre, “essi accettano se stessi. Non si sforzano di essere diversi e migliori di ciò che sono. In America l'ipocrisia nasce da questo tentativo”.

A riprova di questo, Montanelli racconta un aneddoto riguardante una sua avventura erotica americana. La signora con cui ebbe una fugace relazione bevette per poter convincere se stessa, l’indomani, “di non aver agito sotto il controllo della coscienza”. Ipocrita: ma perché ha nell'animo un'idea di onestà da preservare nonostante le proprie debolezze.

Lo stesso fanno gli Americani quando predicano di anticolonialismo: dimentichi di essere “i figli e gli eredi di coloro che sterminarono i pellirosse”, combattono impedendo agli invasori di fare quello che i loro padri fecero in America. Sarà pure politicamente valido, “ma questo posso affermarlo io”, prosegue Montanelli, che tra i miei padri annovero, invece, Machiavelli “che mi ha insegnato la distinzione fra la politica e la morale.”

L’ipocrisia americana, ha però i suoi punti di forza, ipocritamente Roosevelt costrinse i Giapponesi ad attaccare Pearl Harbour, fornendo “ai soldati americani un'arma molto più importante della bomba atomica: il Diritto. Fu insomma, lui puritano, un buon Machiavelli cattolico, un Machiavelli molto più machiavellico del nostro povero Mussolini, che di Machiavelli parlava tanto e non ne capiva nulla”.

Nonostante tutta questa ipocrisia politica gli Americani restano uno dei popoli più schietti e cordiali del mondo. In Italia, invece, non si sa bene in che misura fidarsi degli amici o diffidare dei nemici.

Montanelli infine afferma che l'ipocrisia è il tributo che il Peccato deve pagare alla Virtù. È necessario però che questa Virtù ci sia, perché un popolo le paghi il tributo. Gli Americani a essere virtuosi ci provano, più o meno in buona fede, noi invece, questa buona fede non l’abbiamo più. Conclude con un monito che, oltre ad aver anticipato fatti avvenuti successivamente, pare preconizzarne altri ancora a venire ” Se voi continuate a fare gli anticolonialisti, qualche altro - puritano anch'esso, a modo suo, e certamente più ipocrita di voi - ne approfitterà. Pensateci”.

Parole di un uomo che a novant’anni dichiarò di esser consapevole di aver scritto sull’acqua riferendosi all’effimerità del testo giornalistico, ma non alla fluidità e alla freschezza che i suoi testi mantennero fino alla fine, ne’ alla capacità dell’acqua di bucare la pietra.

Paola Angelotti

Ultimo aggiornamento Martedì 30 Ottobre 2012 20:27
 

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