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Polizia e manganelli: il tempo della verità PDF Stampa E-mail
Esteri - Esteri
Scritto da Grazia Solinas   
Lunedì 25 Febbraio 2013 21:13

Belgio: un ragazzo in stato di fermo per uso di anfetamine, una cella del commissariato di polizia, sei poliziotti armati di manganelli, un medico. Gli ingredienti di un massacro. Siamo nel 2010, in una cella del commissariato di Morstel, vicino ad Anversa: un cultore del body-building viene arrestato perché mostra segni di aggressività dovuti alle anfetamine assunte. Il medico consiglia il ricovero in un ospedale psichiatrico, ma l'internamento viene negato. Sei agenti delle brigate speciali della polizia di Anversa, soprannominati "Rambo", irrompono nella cella con caschi, scudi e manganelli, un razzo luminoso, o forse un petardo per spaventare l’uomo che, nudo, si chiude in un angolo: dovevano immobilizzare il giovane per praticargli una iniezione calmate.

Sono passati due anni prima che il video venisse mandato in onda, venerdì scorso, in un reportage di Panorama, programma della rete fiamminga Vrt. Nei fotogrammi che si susseguono un crudele attacco nei confronti del giovane 26enne Jonathan Jacob che per tutta la durata del filmato rimane invisibile perché schiacciato dai poliziotti: solo una macchia di sangue sulla parete a ricordarci della violenza gratuita a cui è stato sottoposto il recluso. Ormai immobile, gli viene praticata l’iniezione ed alla fine del filmato, un medico che entra nella cella ed in terra solo un cadavere. Rinviati a giudizio un agente e il medico dell’ospedale.
Perché? Perché fautori dell’ordine pubblico dovrebbero perpetrare una tale violenza gratuita? Ma soprattutto, perché è passato così tanto tempo prima della diffusione delle immagini?
Chi sbaglia dovrebbe pagare, che si tratti di cittadini, medici, politici o agenti delle forze dell’ordine.

Possiamo ricordare alcuni casi simili capitati in Italia: il ferrarese Federico Aldrovandi, diciottenne picchiato a sangue nel 2005 che trova giustizia solo nel 2012.

Ancora, Michele Ferrulli nell’estate del 2011: immobilizzato, ammanettato e buttato a terra.m Il fascicolo aperto per la sua morte rischiava di essere archiviato, non fosse stato per l’acquisizione di tre video (la telecamera esterna alla farmacia vicino al luogo del pestaggio e due video amatoriali).

E ancora Cristian de Cupis , morto nel reparto detentivo un ospedale tre giorni dopo l’arresto, e il tutt’ora il non chiaro caso di Stefano Cucchi. Una lista forse troppo lunga di casi che attendono giustizia.

Ultimo aggiornamento Venerdì 01 Marzo 2013 21:07
 

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