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Breve intervista a Uto Ughi PDF Stampa E-mail
Cultura e spettacolo - Cultura e spettacolo
Scritto da Marco Mura   
Domenica 23 Giugno 2013 23:17

Straordinario concerto di Uto Ughi ieri sera a Buenos Aires. Il Maestro Ughi ha incantato il pubblico della Usina del Arte nel famigerato quartiere de “La Boca”. Un concerto di altissimo livello artistico e tecnico, come solo Ughi sa offrire, per un pubblico sicuramente entusiasta ma poco esperto. Accompagnato egregiamente al pianoforte dal perfetto e affidabile Marco Grisanti, il Maestro Uto Ughi ha proposto e eseguito un programma di tutto rispetto che, in apertura, ha offerto un brano come la “Ciaccona” di Tomaso Antonio Vitali col suo “basso ostinato” che ha dato subito la misura del celeberrimo violinista italiano. Ughi, però, non è artista che si limita a lasciare il pubblico attonito: ha insistito e lo ha ricoperto di quella gioia inspiegabile, che spaventava tanto anche Freud, che soltanto la musica classica è in grado di suscitare.

Il concerto è proseguito con “La primavera” di Beethooven. Una gioia ampia, che da respiro all’anima che, a dispetto del rigore teutonico dell’autore, si spande e pervade l’animo di chi ascolta rivelando ben presto al Maestro Ughi la poca conoscenza del brano da parte del pubblico che interrompe l’esecuzione applaudendo alla conclusione dei primi due movimenti. Dissimulando elegantemente un sorriso,  e apprezzando, evidentemente, l’entusiasmo della platea, Ughi si è avvicinato al limite del palco e con voce pacata ha spiegato che il brano esprime lo stato d’animo del musicista tedesco e, enumerando i movimenti dell’opera, ha suggerito con efficace discrezione, al pubblico porteño, quando applaudire e quando no.

Dalla solarità di Beethoven, passando per le atmosfere francesi e spagnoleggianti dell’opera 28 di Camille Saint-Saëns (scritto per Pablo de Sarasate), Introduzione e Rondò Capriccioso in La minore, passione e virtuosismi tecnici e compositivi che hanno esaltato la sua tecnica inarrivabile, Uto Ughi ha condotto per mano il pubblico alla parte più intensa e sentimentale della sua performance.

I quattro Pezzi Romantici di Antonín Dvořák, una tetralogia musicale dalle tinte malinconiche e struggenti. Il concerto non ha presentato flessioni di alcun genere. Ughi ha eseguito e interpretato come da par suo, in maniera sublime.

L’ultimo brano in programma ha ripreso il “discorso” cominciato con  Saint-Saëns perché si trattava della Carmen Fantasy di Sarasate, il “Paganini spagnolo”, come lo definisce lo stesso Ughi, per il quale il compositore francese aveva, appunto, scritto l’Introduzione e il Rondò Capriccioso eseguiti mirabilmente in questo stesso concerto che si è concluso con tutto il pubblico in piedi. Una vera e propria ovazione alla quale il violinista italiano ha risposto ringraziando con un bis.

Il brano di commiato che Ughi ha voluto regalare ai presenti è il terzo movimento del Concerto n. 2 per violino e orchestra in Si minore di Paganini. Chiamato “La campanella” è un’opera in cui l’autore frena la ricerca del virtuosismo a favore di una maggiore individualità melodica. Per il Maestro italiano è stata l’apoteosi, un vero e proprio tripudio di applausi meritatissimi.

Un vero peccato la scelta della location. Un artista di fama mondiale come Uto Ughi avrebbe meritato un luogo più consono alla sua arte e alla sacralità della musica classica. Solo la sua grandezza personale e artistica hanno potuto mitigare il torto di doverlo ascoltare in una struttura piccola, in un luogo fuori mano e pericolosissimo. Un disguido, una disattenzione imperdonabile, che si poteva tranquillamente evitare, tanto più se si pensa che il concerto, inserito nel cartellone del “Verano Italiano”, rassegna proposta e offerta dal Ministero della Cultura della Città Autonoma di Buenos Aires, gode del patrocinio non solo dell’Ambasciata d’Italia e del Consolato Generale d’Italia di Buenos Aires, ma anche della SIA, Società Italia Argentina la quale vanta tra i suoi soci onorari anche il Teatro Colón che sarebbe certamente stata la cornice d’elezione per un vero e proprio mito vivente della musica classica mondiale. Intristisce pensare che esista ancora la capacità di non dare il giusto risalto a personaggi come il Maestro Uto Ughi.

Alla fine del concerto, concedendosi con grande gentilezza ad alcune nostre domande, sebbene in maniera come sempre signorile, lo stesso Ughi ha ammesso il suo disappunto.

D24N:   «Maestro, per cominciare grazie per la sua musica…».

Ughi:     «Grazie!».

D24N:   «La prima domanda che vorrei porle è “Perché qui? ».

Ughi:     «Lo chieda a lui…».

(sorride malinconico indicando con lo sguardo una persona dell’organizzazione)

D24N:   «Ci si aspettava di poterla ascoltare in un teatro, magari al centro di Buenos Aires, più degno e più consono della sua presenza e non qui, in un piccolo teatro di periferia, in una zona industriale e per giunta malfamata e pericolosa…».

Ughi:     «Si, il Colón è meglio come acustica…».

(si sottrae alla polemica, sorride ancora gentilmente, e aggiunge)

Ughi:     «…questa volta hanno organizzato qui…».

D24N:   «un’ultima cosa: qualche hanno fa chiesi a un suo collega, una delle prime voci dell’Orchestra di Ennio Morricone, cosa gli restasse, dopo tanti anni di attività, della antica passione che mosse tutta la sua vita, e la risposta, che mi stupì molto, fu “soltanto un intenso sforzo intellettuale”…io vorrei porre la stessa domanda a Uto, alla persona che questa sera ha suonato qui…”cosa resta della passione iniziale?”».

Ughi:     «Tutto!».

D24N:   «Non cambia niente?».

Ughi:     «Non cambia niente!».

D24N:   «Nel suo caso non si tratta di un mero sforzo intellettuale?».

(sorride di nuovo ma questa volta lo sguardo si illumina divertito)

Ughi:     «No, chi ama una cosa la ama per tutta la vita!»

 

Marco Mura

Ultimo aggiornamento Domenica 07 Luglio 2013 23:39
 

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