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Parole in prigione PDF Stampa E-mail
Sociale - Sociale
Scritto da Sara Atzori   
Lunedì 23 Marzo 2015 10:19

Se qualcuno fosse artefice della rabbia altrui, probabilmente, sarebbe soggetto a numerosi insulti. Ma certe parole, che fino a qualche tempo fa potevano essere pronunciate contro altri individui, senza alcun rischio di denunce, oggi non possono essere dette, perché la querela è dietro l’angolo.


Se una donna trova il proprio fidanzato in compagnia di un’altra in un locale pubblico, la sua prima reazione è quella di tirare i capelli dell’altra ragazza – tipico gesto di impeto femminile – e di definirla col corrispettivo termine relativo alle signore che passeggiano sui marciapiedi. Paradossalmente, colei che si trova dalla parte della ragione, passa immediatamente dalla parte del torto, concedendo alla sua avversaria la possibilità di avere il coltello dalla parte del manico e di denunciare per le parole pronunciate nei suoi confronti, presentando querela, con tanto di testimoni.

Se ci si trova alla guida di un autoveicolo e, improvvisamente, davanti al proprio mezzo, il conducente di un’altra auto frena bruscamente, causando un grave incidente a catena, è possibile che qualcuno possa scendere dall’autovettura e ledere la persona altrui, paragonandola alla specie di animale che raglia. In passato, si poteva utilizzare questo termine per qualificare uno studente poco attento e molto poltrone e, addirittura, lo si derideva, facendogli indossare un cappello caratterizzato dalle orecchie dell’animale in questione. Oramai, tutto ciò non è più possibile, perché la conseguenza è molto pericolosa.

Perciò, meglio serbare rancore verso qualcuno che ha creato dei problemi piuttosto che aggiungere legna al fuoco e acuire la propria tensione, dandosi anche la zappa sui piedi. Spesso non vale la pena di aumentare il proprio odio e la propria amarezza, invertendo il ruolo del colpevole.

Sara Atzori

Ultimo aggiornamento Domenica 29 Marzo 2015 08:35
 

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