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Aspettando la fenice del Re Cancioffali PDF Stampa E-mail
Sardegna - Sardegna
Scritto da Valentina Zuddas   
Lunedì 21 Dicembre 2015 00:00

Sul rogo moriva il tiranno ma si rinnovava una tradizione popolare intrisa di identità, custodita per anni delle associazioni territoriali, dai carri allegorici e del pupazzo vestito di stracci. Che (quasi) non c’è più.

La Cagliari che rinasceva dalle macerie dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, città bianca abbarbicata sui sette colli ancora fumanti dagli spezzoni caduti sulle vie del centro, si restituiva alla gioia delle tradizioni popolari con la fondazione della Gioc, associazione stampacina con la quale dal 1946 i due fondatori Pinuccio Schirra e Tonino D’Angelo regalarono alla città di Cagliari le maschere, i carri allegorici e la tradizione di Re Cancioffali.
Tamburini, piatti e grancasse hanno accompagnato il tiranno al rogo allestito sotto le mura del bastione di Santa Croce fino a che, dal 2007, sfrattata la storica associazione del carnevale cittadino dalla sede della chiesa stampacina di Santa Restituita, dalla crisi economica  amministrazioni di sinistra e di destra hanno trascinato il carnevale cagliaritano nell’oblio della crisi culturale: la privatizzazione dell’organizzazione delle sfilate nei giorni di festa, alternata ad una gestione disattenta e trainata dalle mode del momento, ha messo a dura prova in questi ultimi anni l’abnegazione delle storiche associazione di quartiere  -  il Dopolavoro Ferroviario, la Gruc di Castello, il Villaggio Pescatori – che ogni anno animavano le vie della città con la “ratantina”, ritornello scandito dal suono dei tamburini, solenne accompagnamento di Cancioffali nell’ultimo giorno di Carnevale.
Pupazzo di stracci dalle fattezze spaventose, Cancioffali è – o, nella versione più apocalittica, “è stato” - il simbolo più rappresentativo del carnevale cagliaritano: presenza costante del martedì grasso, elemento simbolico controverso per le amministrazioni locali, soggetto rievocante il potere del quarto stato e la forza purificatrice del rogo che cancella la tirannia dai ricordi di un popolo storicamente concatenato alla sottomissione. Così, le danze e i balli rombanti del “cambara e maccioni”, quasi a scandire con ilarità le fatiche dei pescatori, negli ultimi anni sono state “normalizzate” in alternative più generiche, gusci vuoti di un’estetica senza storia, priva di radici identitarie, dove la cultura sembra fare paura, e a Cancioffali è consentito fuggire dal rogo e nascondersi nei palazzi regi, lontano dall’avvocato “Carrabusu” e dalle maschere su Tiaulu, su Moru, su Piscarori e sa Gattu. Aspettiamo di vedere se quest’anno avrà il coraggio di immolarsi nuovamente, lasciando i cittadini a confondersi nella fuliggine della liberazione.

 

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