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Fertility day? sì, ma prima parliamo di welfare PDF Stampa E-mail
Economia - Economia
Scritto da Luisa Cuccu   
Lunedì 17 Ottobre 2016 09:52

Secondo i dati Istat, in Sardegna nel 2015, il numero medio di figli per donna è di 1,1. Al di sotto della media del resto della penisola che si attesta, sempre nello stesso anno, a 1,35. Senza dover fare complicatissimi calcoli matematici, si può capire facilmente che il numero di figli non è sufficiente a replicare nemmeno la popolazione esistente.


Del problema pare essersi accorto anche il nostro Ministro della Salute, che ha ben pensato di pubblicizzare che il tempo è tiranno, bisogna quindi prestare attenzione alla scadenza dell’utero, e che il fumo e gli alcolici sono un ostacolo alla procreazione, anche se però ha scordato di sottolineare che  rappresentano un ottimo introito per le casse dello Stato.

Insomma, incrociando i dati e la campagna pubblicitaria del Ministro, a quanto sembra in Sardegna siamo un po’ sbadate, un po’ di più rispetto alla media nazionale. Viviamo i tempi dove i problemi si misurano in quantità.

Strano è constatare che nonostante questi bambini siano sempre meno, 1 bambino sardo su 3  rimane fuori dai servizi degli asili nido; e questo naturalmente accade dove questo servizio è presente, visto che in molti centri dell’isola di asili nido non v’è proprio traccia; in alternativa rimane sempre, per i più fortunati, la possibilità di beneficiare dell’aiuto dei nonni. Tornando al servizio reso dagli asili nido, quando si ha la possibilità di fruirne, questo comporta dei costi mensili, che sono da sommare a quelli che si devono già affrontare per gestione quotidiana del bimbo, panni, vestiario, alimentazione e così via. Viviamo in un Paese dove il sistema di Welfare non offre servizi adeguati e reali alle famiglie, come avviene in Francia, in Svezia o altri Paesi europei; da noi la cura dei figli è affidata interamente alle famiglie, non è vista come un problema collettivo. Spesso il costo dell’assenza dei servizi ricade sulle donne, che talvolta sono costrette a rinunciare al proprio lavoro: troppe volte viene loro chiesto, durante i colloqui di lavoro, se intendano far figli o meno, lasciando intendere che una tale scelta possa indirizzare il buon esito del colloquio; tutto questo diventa davvero inaccettabile se si pensa che davanti al costo della vita sempre più alto e alle reali difficoltà nel trovare una occupazione si debba esser costretti a rinunciare al lavoro per potersi occupare dei figli. E nel 2016, tutto questo rappresenta una sconfitta; oltre a procurare una la tristezza infinita nel vedere una donna costretta a rinunciare al proprio lavoro perché lo Stato non si preoccupa di tutelarla nella sua scelta di diventare madre.

Il tasso di disoccupazione in Sardegna è molto elevato, meno che nel Mezzogiorno, ma non è di consolazione. I dati del 2015 ci informano del fatto che vi sia una fuga dall’Italia e dalla Sardegna, proprio a causa del lavoro che non c’è, il lavoro che non si trova. Quando si trova, ha condizioni troppo “flessibili” per garantire una qualità di vita dignitosa e poter fare progetti di vita per il futuro. L’identikit di chi emigra per lavoro è compresa tra i 18 e i 49 anni. Che pare sia la fascia d’età incriminata, quella che non fa figli, quella che si dimentica delle scadenze.

Non deve essere facile spiegare a un neonato, ai propri figli la flessibilità. Che lo stipendio potrebbe arrivare a mesi alterni o 3 mesi sì e 9 no. È difficile spiegarlo alle banche che non sono tanto propense a concedere mutui ai precari, perché si comprino una casa; figuriamoci quanto potrebbe essere complicato spiegarlo a un figlio.

Ma probabilmente tutto questo non c’entra nulla e in realtà in Sardegna abbiamo bisogno del Fertility Day per ricordarci di fare figli e di non frequentare cattive compagnie.

 

 

 

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