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Vulcani d’Islanda: potrebbe non finire qui! PDF Stampa E-mail
Speciali - Speciali
Scritto da maria lucia meloni   
Giovedì 17 Giugno 2010 00:00

Il vulcano islandese Ejyafjallajokull ci sta dando una tregua, ma dopo mesi di difficoltà soprattutto sul traffico aereo nell’intera Europa ci sono tanti elementi i quali potrebbero far supporre che i problemi non siano finiti. All’inizio dell’eruzione il 21 aprile 2010, essa non fu considerata pericolosa, anzi attirava curiosi e turisti provenienti da ogni parte del mondo che si recavano presso la bocca vulcanica ad osservare lo spettacolo insolito dell’accostamento tra lava e ghiaccio. Era la cosiddetta fase non esplosiva (senza produzione di fumi e polveri). In un secondo momento si è verificata una grande inondazione; infatti l’eruzione ha provocato la fusione del ghiaccio che copriva la vetta dell’Ejyafjallajokull, con i conseguenti allagamenti e interruzioni di collegamenti via terra delle arterie di comunicazione a valle della zona vulcanica. Successivamente è iniziata la fase esplosiva, il 12 aprile, che ha creato i non pochi danni e disagi che conosciamo, fase che però potrebbe, a detta dei vulcanologi, durare ancora per qualche tempo, nonostante questa tregua temporanea. 

Alcuni studiosi dei vulcani islandesi temono poi che si verifichi una situazione che negli ultimi 1000 anni si è riscontrata per tre volte successivamente all’eruzione dell’Ejyafjallajokull, ossia quella del Katla.

Il Katla è vicinissimo all’Ejyafjallajokull, circa 30 Km, ma appartiene ad una categoria vulcanologica superiore, ossia esprimerebbe una potenza esplosiva di almeno 10 volte maggiore di quella alla quale abbiamo assistito i mesi scorsi. Soprannominato “il mostro dormiente”, il Katla ha eruttato subito dopo il Ejyafjallajokull nel 920 a.C. , nel 1612, nel 1823. Gli studiosi pensano ad un collegamento, una sorta di comunicazione, che si verrebbe a creare tra le due camere magmatiche e i condotti lavici dopo l’eruzione dell’ Ejyafjallajokull che rimodificherebbe ogni volta l’assetto vulcanologico del sottosuolo. Indipendentemente dal legame con l’altro vulcano, il Katla erutta in media 3 volte in 100 anni (l’ultima eruzione fu del 1918). 

Analizziamo quali disagi ha provocato l’ultima fase eruttiva del Ejyafjallajokull: la lava e le rocce incandescenti emesse dal vulcano sono arrivate a contatto con il ghiaccio che ricopre la cima del vulcano stesso. Si sono liberate in questo modo grandi quantità di vapore acqueo e sali minerali, le polveri sottili. Queste danneggiano, se sono emesse in gran quantità, sia il sistema respiratorio con aumento delle patologie relative allo stesso, ma anche i velivoli. Le polveri sottili entrano nelle turbine degli aerei rovinandole in modo massivo:  infatti fondono per le elevate temperature e si attaccano alle pareti dei componenti dei motori.

Ma se l’Ejyafjallajokull ha creato solo disagi nel trasporto aereo, l’eventuale eruzione del Katla potrebbe provocare modifiche al clima su vasta scala. Per capire quali potrebbero essere i problemi dati dall’eruzione del Katla si pensi a quali effetti furono provocati da altri vulcani.

Nel 1815 il Tambura in Sudamerica portò il famoso “anno senza estate” anche in Europa. Nel 1783 eruttò il Laki (sempre in Islanda) e creò un allineamento di nuovi crateri lungo la dorsale oceanica; determinò problemi molto gravi anche nella terraferma, infatti l’isola islandese modificò sia il proprio clima che le caratteristiche del suolo ed ebbe tanti problemi anche nelle popolazioni. Da cronache del periodo veniamo a sapere che il cielo era sempre coperto da nubi, le piogge bruciavano la pelle, il Sole e la Luna, quando si riusciva a vederli, apparivano di un colore rosso fuoco; l’erba appassì, l’acqua diventò bluastra e gli acidi corrosero piante e rocce. Nel giro di un anno morirono circa 190.000 persone per problemi correlati a queste brusche modifiche dell’ecosistema, nei successivi dieci anni furono circa 10.000 le vittima umane in Islanda. Tutta l’Europa ebbe grossi problemi anche relativi all’agricoltura, all’allevamento, tanti morti e malati.

La vulcanologia, si sa, non è una scienza esatta, e al momento non vi è nessun motivo preciso per pensare ad una imminente eruzione del Katla, ma i tecnici e gli osservatori di tutto il pianeta registrano con attenzione ogni dettaglio, sapendo bene che con i vulcani “importanti” come questi non si scherza. 

Ultimo riferimento con un esempio che riguarda i nostri territori. In Italia abbiamo tanti vulcani pericolosi e/o attivi, si pensi all’Etna, lo Stromboli, il Vesuvio. Nel nostro Paese l’area più a rischio è il distretto vulcanico flegreo intorno a Pozzuoli, a nord di Napoli, Procida ed Ischia.  39.000 anni fa la caldera dei Campi Flegrei produsse 140 chilometri cubici di magma e ricoprì con prodotti eruttivi enormi estensioni di territorio, con ceneri che giunsero fino all’Appennino. Da studi recenti si sa che la caldera è localizzata a circa 8 Km di profondità, sotto la Baia di Pozzuoli, una camera magmatica di circa 100 Km cubici di lava.

Nessun allarme imminente, nulla che al momento faccia pensare a una situazione di pericolo, ma spesso si parla della situazione dell’aera flegrea: troppi abitanti (1.5 milioni di persone), e un rischio potenziale abbastanza elevato.

Maria Lucia Meloni

Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Giugno 2010 13:58
 

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