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Stop della Consulta al decreto sul nucleare PDF Stampa E-mail
Italia - Italia
Scritto da Marco Mura   
Martedì 22 Giugno 2010 23:29

Decisa stroncatura da parte della Corte Costituzionale del Decreto legge numero 78 del primo luglio 2009, quello con cui l’attuale governo intendeva procedere alla costruzione di centrali nucleari per la produzione di energia. La sentenza segue il ricorso presentato dalle Regioni Emilia Romagna, Toscana e Umbria e dalla Provincia autonoma di Trento. La Consulta ha dichiarato incostituzionale l’articolo 4, e relativi commi perché non ottempera alle disposizioni dell’articolo 117, che demanda alle regioni la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia, e a quelle dell’articolo 118, che regola le forme di coordinamento tra Stato e Regioni.  

Tirata di orecchie anche per il gestore elettrico nazionale. I giudici hanno definito inopportuno l’intervento di Terna che aveva difeso la coerenza del decreto con la norma costituzionale.

 

“I giudizi di costituzionalità in via principale si svolgono solamente fra i soggetti titolari di potestà legislativa, con esclusione di qualsiasi altro soggetto”.

 

Altro aspetto cassato dai giudici è l’incompatibilità tra carattere d’urgenza e l’utilizzo di capitale privato: “essendo la produzione, il trasporto e la distribuzione dell’energia elettrica un interesse strategico del Paese, ogni motivo d’urgenza dovrebbe comportare l’assunzione diretta, da parte dello Stato, della realizzazione delle opere medesime. Invece la disposizione contestata stabilisce che gli interventi da essa previsti debbano essere realizzati con capitale interamente o prevalentemente privato, che per sua natura è aleatorio”. In altre parole la gestione di un’urgenza non può essere demandata a un privato, ancor meno quando essa costituisca un interesse strategico per il Paese; in casi come questi interviene solamente lo Stato.

 Secondo i giudicanti della Consulta, inoltre è da definire sproporzionato l’intervento legislativo: “Se, infatti, le presunte ragioni dell’urgenza non sono tali da rendere certo che sia lo stesso Stato, per esigenze di esercizio unitario, a doversi occupare dell’esecuzione immediata delle opere, non c’è motivo di sottrarre alle Regioni la competenza nella realizzazione degli interventi”. Come dire che se l’urgenza è tale da affidare gli interventi ai privati, non c’è ragione, per lo Stato stesso, di scavalcare la competenza degli enti naturalmente preposti ossia le Regioni.

 

Occorre far presente che questo vale solo per uno dei ricorsi presentati, dall'Umbria, dalla Toscana e dall'Emilia Romagna. Gli altri non sono stati neanche esaminati, in quanto comunque afferivano all'articolo 4 che non può essere dichiarato incostituzionale più di una volta.

 

Favorevole il commento del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola sulla sentenza emessa dalla Corte Costituzionale: “Questa legge era considerata uno dei fiori all'occhiello del governo nazionale. Era stata fortemente voluta dal presidente del Consiglio e dall'ex ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola. Cassandola la Corte Costituzionale fa giustizia restituendo agli enti locali, ed in particolar modo alle regioni, la facoltà di appoggiare o rigettare integralmente le scelte operative e territoriali dell'esecutivo nazionale in materia di energia nucleare. Finisce anche ogni possibilità di commissariamento, essendo stata dichiarate illegittima ogni urgenza in materia. Numerosi erano stati i ricorsi presentati, anche dalla Regione Puglia ma avevamo anche ricordato al governo che sarebbe stato possibile costruire centrali nucleari in regioni come la Puglia soltanto facendo ricorso ai carri armati. La Consulta ha restituito dignità al rapporto tra Stato e Regioni, reso impraticabile dall'arroganza del governo nazionale che voleva, in sintonia con non meglio precisati interessi privati anche stranieri, trasferire in Italia tecnologie vecchie, pericolose e costosissime sotto ogni punto di vista e soprattutto per la gestione futura di scorie e siti contaminate”.

Nel 1987 gli Italiani, e non i loro presunti rappresentanti, avevano espresso la volontà di abrogare, attraverso l’istituto referendario le leggi che disponevano le procedure per la localizzazione delle centrali elettronucleari sul territorio nazionale, e di quelle che conferivano contributi a regioni e comuni sedi di impianti nucleari. Con il voto di approvazione del decreto da parte della Camera risalente al quattro di novembre del 2008, l’esecutivo aveva palesemente mostrato l’intenzione di sovvertire la volontà popolare definendola come una decisione obsoleta e “scaduta” e riducendo illecitamente a carta straccia il risultato della consultazione referendaria. 

Marco Mura

Ultimo aggiornamento Mercoledì 23 Giugno 2010 14:46
 

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