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Roberto Natale: i perché dello sciopero PDF Stampa E-mail
Italia - Italia
Scritto da Marco Mura   
Sabato 10 Luglio 2010 21:51

Roberto Natale, presidente della Fnsi, federazione nazionale della stampa italiana, il sindacato unitario dei giornalisti italiani: negli studi di Repubblica Tv, intervistato da Laura Pertici spiega le ragioni dello sciopero di categoria contro il disegno di legge Alfano e dichiara: “Si arriva allo sciopero per i motivi che i lettori italiani dovrebbero ben conoscere, ossia per motivazioni che riguardano in parte i giornalisti ma soprattutto riguardano la società italiana e i cittadini. Si arriva allo sciopero non per dare il gesto di una corporazione, o peggio di una casta, ma per segnalare il rischio grande, come cittadini, di perdere parecchio del nostro diritto ad essere informati. Abbiamo insistito tanto, in forme molto diverse. In questi mesi abbiamo fatto le cose più varie: due manifestazioni, una ad ottobre, una il primo luglio, i post-it, i siti listati a lutto, incontri di piazza e nei teatri, appelli, convegni, manifestazioni del più vario tipo. Credo che mai come questa volta il sindacato dei giornalisti abbia fatto pratica di fantasia, come è giusto da parte nostra. 

 

Allo sciopero ricorriamo a tre anni dall’ultima volta che lo abbiamo fatto. Lo dico anche con riferimento esplicito a chi in questi giorni ha detto che il sindacato ricorre allo sciopero ritualmente come per un riflesso condizionato. Se è un riflesso condizionato, deve essere molto lento perché l’ultimo sciopero lo abbiamo fatto il 30 giugno del 2007, e guarda caso, contro un disegno di legge, quello proposto da Mastella e presentato dal centro-sinistra, quando a Palazzo Chigi c’era Prodi, un disegno di legge quasi altrettanto pericoloso quanto questo.

 

Se oggi ricorriamo allo sciopero, dopo aver fatto per mesi, le cose più varie per richiamare l’attenzione dei cittadini, dell’opinione pubblica e di chi deve decidere, è perché vogliamo dare anche questo segnale in modo che sia unificante per tutta la categoria, perché, e lo dico anche a chi in questi giorni ha manifestato perplessità, serve far capire a tutti cosa stia facendo e quali rischi stia correndo il giornalismo italiano, e fare lo sciopero significa anche coinvolgere, per esempio, le grandi televisioni che magari non sempre, e non tutte, in questi mesi hanno lanciato l’allarme contro i rischi del disegno di legge Alfano.

 

In Italia il 70% dei cittadini riceve i suoi stimoli informativi soprattutto dalla tv, è, dunque, importante coinvolgere anche le televisioni nella protesta. Abbiamo definito il giorno di sciopero giornata del silenzio, di un rumoroso silenzio. In edicola ci saranno soltanto quei quotidiani, che mi dispiace dirlo, ma è pur sempre un loro pienissimo diritto, sempre scelgono di non scioperare, ma ci sarà anche il silenzio della grandissima parte dell’informazione italiana. Speriamo che a questo silenzio guardi chi deve decidere, chi in Parlamento sta discutendo di un testo che certo non è un’urgenza del paese tale da giustificare il frenetico lavoro estivo di cui si parla a proposito del calendario della Camera delle prossime settimane. Speriamo che la protesta serva a far capire, e questo è il punto al quale più teniamo, che se si vuole raggiungere un equilibrio migliore tra diritto alla riservatezza, che è un valore, lo ripeto per la millesima volta, anche per noi giornalisti, anche per noi la privacy è un valore da rispettare e da tenere in equilibrio con il nostro diritto-dovere ad informare e con il diritto dei cittadini ad essere informati; se questo è l’obiettivo, e questo dicono che sia l’obiettivo i sostenitori del provvedimento, dal ministro Alfano a molti esponenti della maggioranza di centro-destra, noi da tempo stiamo insistendo insieme a molti esperti di questioni giuridiche su una proposta che a nostro avviso è la perfetta quadratura del cerchio. Gli esperti di diritto la chiamano udienza stralcio. Significa in termini semplici e non tecnici, che nel momento in cui gli atti di una inchiesta cessano di essere segreti e vengono portati a conoscenza delle parti, in quel momento, prima che vengano resi pubblici, un magistrato, sentite l’accusa e la difesa, decide quali parti togliere, da quegli atti giudiziari, inclusi i testi delle intercettazioni, perché riguardino terze persone estranee all’inchiesta, abbiamo fatto degli errori come giornalisti in questi anni: sono andate in pagina o in onda talvolta intercettazioni che non dovevano essere rese pubbliche, oppure anche parti di questi testi che riguardino le persone coinvolte nell’inchiesta ma per aspetti attinenti alla vita privata.

 

Mi capita di far spesso un esempio: un imprenditore intercettato per un’inchiesta su appalti pubblici sospetti, è una notizia di rilevanza pubblica, ma se per esempio da quell’intercettazione dovesse emergere anche che quell’imprenditore ha un figlio tossicodipendente, questa non è una notizia, questa non va data, questa va stralciata. Il magistrato deve decidere che rimane riservata e noi giornalisti dobbiamo rispettare quel segreto.(…) Tutti i colleghi del servizio pubblico parteciperanno allo sciopero. Questo sciopero ha, proprio perché è maturato dopo tanto tempo, avendo usato tutti gli strumenti alternativi che potevamo immaginarci, mi sento di dire, una larga, larghissima condivisione e del resto persino alcuni dei giornalisti che non sciopereranno, penso a Vittorio Feltri, usano parole non tenere nei confronti del disegno di legge Alfano. A quanto ci risulta anche i colleghi e le colleghe del TG1 sciopereranno. Sulle scelte del TG1 sui contenuti informativi, è chiaro che si sente nella maniera più diretta e forte l’ondata propagandistica che caratterizza il populismo mediatico del Presidente del Consiglio. E a proposito della drammatica vicenda de L’Aquila, stiamo vedendo l’altra faccia, cioè cosa succede quando un tema venga pompato, come è successo con il terremoto, un’operazione che, credo, entrerà nei libri di storia del rapporto tra politica e comunicazione, perché insieme a quella dell’immondizia a Napoli è stata l’altra vicenda sulla quale abbiamo visto cosa possa essere il populismo mediatico e quali rischi grandi ci siano per la comunicazione, per l’informazione e anche per la politica. Ricordo anche con qualche imbarazzo la voce stentorea di alcuni colleghi che dicevano ‘quindicesima visita a L’Aquila del Presidente del Consiglio, diciottesima visita’, adesso però che i cittadini del capoluogo abruzzese vedono che i risultati non ci sono, questa operazione si rovescia nella rabbia che viene a Roma e simbolicamente davanti a Palazzo Grazioli.

 

Auspico che su quello che è successo intorno al terremoto anche i colleghi del TG1 continuino a ragionare. E dico continuino a ragionare, perché come tutti ricordano, uno dei motivi che ha portato Maria Luisa Busi a fare quel bellissimo gesto di rinunciare alla conduzione del più importante dei telegiornali italiani è stato esattamente quello che a lei era successo là. Era andata a L’Aquila ed era stata contestata al grido di ‘Scodinzolini scodinzolini’; tornata a Roma ne ha tratto le sue conseguenze. Questo per dire, non voglio dare una rappresentazione angelicata della categoria, che  dentro il giornalismo italiano ci sono posizioni diverse, e in particolare, dentro il TG1 si confrontano anche con asprezza posizioni molto diverse che sul terremoto de L’Aquila hanno avuto modo di misurarsi con nettezza.

 

Tornando al ddl Alfano, dobbiamo intenderci su quelli che siano da considerare i nodi centrali del provvedimento, perché a stare a quanto si legge anche questa mattina, sembra che nel vertice del centro-destra che si è tenuto ieri, significativamente, a Palazzo Grazioli mentre fuori c’era la protesta degli Aquilani, verrebbe da chiedere se sia più urgente per il paese dare risposta a quei problemi o a quelli del disegno di legge Alfano?  Quali sono i punti centrali? A stare alle indiscrezioni che leggiamo stamattina, sembra che nel centro-destra ci si sia disposti a fare delle modifiche sulla parte relativa al modo in cui le intercettazioni potranno esser fatte per rispondere alle obiezioni poste dai magistrati e dalle forze di polizia. Mentre non ci sarebbe uguale disponibilità alla modifica per la parte relativa al nostro dovere-diritto di informare. Si darebbero garanzie in più, sacrosante, a magistrati e rappresentanti delle forze di polizia circa il fatto che questo disegno di legge non voglia ostacolare il loro lavoro, come autorevolmente aveva detto anche il procuratorie nazionale antimafia Grasso nei giorni scorsi. Mentre le nostre obiezioni non sembrano esser state prese in considerazione. Se questo dovesse esser confermato se, cioè, dovesse rimanere un impianto per il quale le intercettazioni non sono mai utilizzabili fino al momento del dibattimento, e di tutto il resto, si deve parlare per riassunto, voglio sottolineare che non stiamo in quarta elementare, è una cosa ridicola l’idea che si debba dar notizie per riassunto, anche da questo punto di vista è straordinariamente più seria ed efficace la proposta che ricordavo prima. Noi diciamo ‘si decida bene cosa deve rimaner segreto’, e quel segreto noi giornalisti dobbiamo rispettarlo, ma di ciò che è pubblico non ci possono imporre il riassunto. Ma che senso ha? Oltretutto sarebbe senz’altro più ‘pericoloso’ perché a quel punto si darebbe spazio a un giornalismo di tipo allusivo, potenzialmente ricattatorio, perché vorrebbe dire che conoscendo noi gli atti, ma non potendo darli in maniera esplicita, facciamo capire che li abbiamo. Come ha detto autorevolmente qualche uomo politico nelle settimane scorse, rischia di tornare in voga un giornalismo ‘alla Pecorelli’. Mino Pecorelli era il giornalista che venne ucciso alla fine degli anni ’70 ed era direttore di un mensile ‘OP’ considerato piuttosto equivoco, c’è una scena che lo ricorda all’inizio del film ‘Il divo’ di Sorrentino, e questo rischio dobbiamo scongiurare.

 

Noi proponiamo all’opinione pubblica e anche a chi deve decidere in Parlamento un patto esplicito: ciò che è pubblico deve essere pubblicabile e ciò che non è pubblico deve rimanere riservato, segreto. Crediamo che sia la cosa più seria nei confronti dell’opinione pubblica e chi dice di volere una migliore tutela della riservatezza deve dirci perché questa proposta non va bene. Se questo tipo di proposta non verrà accolto noi come giornalisti non possiamo fare un passo indietro, e non per testardaggine, ma perché si creerebbe un rischio grande in cui ne farebbero le spese soprattutto lettori e spettatori.

 

Temo che lo sciopero non basterà e dovremo ritornare su questo tema anche nelle prossime settimane ma mi sento di dire, a chi ci segue con simpatia in questa battaglia che è comune, che alla fine la vinciamo noi questa battaglia perché se anche il Parlamento italiano dovesse sciaguratamente approvare questo brutto testo c’è una Corte Costituzionale e c’è una Corte Europea dei Diritti Umani, che abbiamo validissime ragioni non corporative e che alla fine la spunteremo”.

 

 

 

 

 

 

 

Marco Mura 

(foto di Marco Mura)

Ultimo aggiornamento Domenica 11 Luglio 2010 08:51
 

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