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Intervista a Bruno Tognolini PDF Stampa E-mail
Le interviste - Le interviste
Scritto da maria lucia meloni   
Venerdì 30 Luglio 2010 15:13

Dopo un’ora circa di filastrocche, rime, risate, Tognolini saluta il numeroso pubblico, firma e dedica il suo libro a tutti coloro che prima di andare via vogliono portarsi a casa il ricordo di una serata davvero allegra e fresca, a dispetto del caldo del luglio cagliaritano, per la verità stemperato da un leggero vento di maestrale. Ci sediamo fuori dalla libreria, a goderci alcuni minuti di fresco e Bruno Tognolini accetta di rispondere ad alcune domande, nonostante l’ora tarda, il tempo tiranno, i colleghi che lo aspettano per discutere della prossima performance festivaliera che si terrà a Cagliari tra qualche mese, alla quale Tognolini collabora. 

Sicuramente un personaggio carismatico, un artista che appare tale al primo impatto. L’incontro con Bruno Tognolini avviene dopo la presentazione del suo ultimo libro, “Rime di rabbia”, in una libreria cagliaritana, alcuni giorni fa.

D = Grazie per aver accettato questa intervista, e subito ti chiedo di accennarmi al tuo nuovo libro “Rime di rabbia”. 

R = Per quindici anni, forse più ho scritto poesie per essere buoni, di accoglienza,  per non litigare, per fare pace, per la pace. Una per una puntata della Melevisione diceva: “La pace è una bambina che non chiede cose matte, solo alzarsi la mattina, non con sangue, con latte”. Tra tutte le poesie una sola era un’invettiva, di rabbia e faceva anche  ridere… A quel punto mi sono detto, “come, una unica poesia che tratta di rabbia e che fa ridere”. Ho pensato che è vero che ci arrabbiamo, tutti, per vari motivi, ogni tanto e anche più spesso; sono stato molto indeciso, se scrivere di rabbia. Tutti si arrabbiano, in Italia, nel Mondo, gridano, si insultano, si offendono; parenti che litigano, che si accusano, si vendicano di fronte alle telecamere. I politici si riempiono di parolacce, negli stadi urla, rabbia, invettive ed offese. L’indecisione nasceva dal fatto che mi chiedevo se mi dovessi mettere anche io in mezzo a questi che urlano e si arrabbiano. Ci ho pensato un bel po’. Mi sono convinto e spiego il perché  con una metafora: in un fiume largo ci si lascia trasportare dalla corrente, si rema, si nuota semplicemente; se il fiume è stretto, la corrente ti trascina, vai molto veloce, ma non lo sai se stai andando proprio dove vuoi tu… se mi immetto anche io in questa corrente di urla di rabbia e di collera, andrò velocissimo. Però chi sa se vado dove voglio andare io o se è la corrente che mi sta portando con se.  Ma ho scritto circa 1020 poesie tutte di bene e di pace, se scrivo 50 poesie di rabbia penso di essere abbastanza sicuro di andare dove voglio, senza farmi trascinare! Ecco quindi “Rime di rabbia”. 

D = Come sono nate le filastrocche di questa raccolta, da dove e da cosa hai preso spunto? 

R = Ho iniziato chiedendo ai bambini. Io sono spesso invitato dalle scuole per degli incontri con le classi, in tutta Italia. Per alcuni mesi ho iniziato a chiedere ai bambini delle scuole che visitavo che cosa faceva loro arrabbiare, perchè si arrabbiavano. Ho preso spunto da quelle cose che ricordavo delle mia infanzia, da quelle che ho visto in mia figlia quando era piccola. Sono nate delle poesie bellissime sulla rabbia dei bambini. Quella della bimba che si arrabbia quando le sue amiche litigano tra loro, quella del bambino che si arrabbia quando gli altri lo chiamano bocca di ferro perchè porta l’apparecchio, quella del bimbo che si arrabbia quando gli altri lo lasciano solo e ridono e bisbigliano tra loro, quella del secchione, quella per il compagno di banco che si è spostato e altre che sono manifestazione della realtà scolastica attuale, quotidiana.  Oltre che le filastrocche di rabbia ne ho scritte alcune che fanno ridere. I bambini vogliono ridere. Ciò non vuol dire che quando arriva la filastrocca seria non la assimilano, però quando c’è la filastrocca che fa ridere sono anche contenti! 

D = Ti posso chiedere come nasce una filastrocca? Abbiamo detto dello spunto, ma esso da solo non basta! 

R = Le filastrocche le possiamo immaginare come degli uccelli, con due ali, una si chiama ala del senso, e una ala del suono. Il senso ossia che senso ha la filastrocca, cosa dice, che significato ha; il suono è il ritmo con il quale si narra. Queste ali sono entrambe importanti; poi si costruiscono le rime con l’ala del suono e del senso che viaggiano assieme. Rime pure, quando due parole che fanno rima sono sorelle, assonanza e allora le parole sono cugine! 

D = Ci sono alcune tra queste filastrocche davvero belle, esilaranti… quella del regno vegetale, è unica! Un improperio assolutamente straordinario, tutti gli aggettivi sono “vegetali”. Me la reciti, per la gioia di grandi e piccini che leggeranno quest’intervista? 

R = Eccola, il titolo è  “Improperio del regno vegetale”

Sei una testa di rapa, un cetriolo  /  Naso a patata con occhi di fagiolo  /  Fiato di aglio  /  Piedi coi funghi  /  Le tue gambe due carciofi lunghi lunghi  /  Pelle di ceci  /  Pelo di carota  /  Capelli di spinaci e zucca vuota  /  Sei una zucchina  /   Sei uno zuccone  /  Sei una fava che cammina  /  Un minestrone  /  Ti credi bello  /  Sedere a ravanello  /  Sono educato…/  E non parlo del pisello. 

D = Bellissime anche le filastrocche di denuncia. Le ultime tre sono assolutamente da leggere. La prima della serie e la terza fanno riflettere, la seconda fa davvero ridere, ma qui sarebbe troppo lungo riportarle…Invitiamo i lettori ad acquistare “Rime di rabbia” e leggerlo con attenzione … Questa è l’ultima rima del libro e la voglio citare: “Bene non c’è bisogno di indovini  /  per sapere che arriverà il futuro  /  speriamo che la rabbia dei bambini  /  non ci presenti un conto troppo duro”. Molte delle tue filastrocche sono indice di un impegno enorme, di un impegno sociale. Quella della battaglia con il drago in realtà è la rappresentazione del conflitto interiore, cercare di dominare se stessi, emozioni e sentimenti. Ho letto filastrocche che trattano di tutti  gli argomenti possibili, alcuni dei quali già nominati. 

R = Si tratta essenzialmente di cercare di proporre modelli e esempi di rispetto e affetto, gli uni per gli altri e per il mondo che ci circonda. 

D = Tu sei un grande narratore, ma anche un grande conoscitore dell’animo umano. Ti definisci scrittore. Ma non fai solo quello: hai scritto testi teatrali, hai collaborato alla creazione di opere multimediali, scrivi i testi per programmi Tv, ricordiamo tutti “L’albero azzurro” e la “Melevisione”. Tra  tutte queste esperienze quale è quella con la quale tu hai dato di più al pubblico? 

R =  E’ difficile rispondere, in quanto il “di più” può essere inteso in senso qualitativo e quantitativo. Scrivere filastrocche in un libro come “Rime di rabbia” ha dei lettori di nicchia, ossia dei bambini privilegiati ai quali i genitori acquistano il libro; lo fanno per possibilità economica, per cultura, per passione per la lettura. Ma queste persone non sono tantissime. Scrivere queste stesse filastrocche per un programma televisivo come la “Melevisione” fa in modo che esse arrivino a moltissimi bambini; anche se non è possibile rileggerle con calma la sera, assimilarle, scoprirne nuovi dettagli, come quando si ha tra le mani il libro, le filastrocche comunque vengono sentite, anche se solo una volta, tipo mordi e fuggi, comunque esse arrivano ai bimbi e questo è assolutamente importante. Quindi questo della Tv è un modo affinche qualcosa arrivi a tutti i bambini, di tutta l’Italia e non solo a quelli che sono figli di genitori che vanno in libreria. 

D = Secondo te cosa hai trasmesso, cosa pensi di aver dato, in tutti questi anni di lavoro? 

R =  Guarda, io penso di aver solo restituito una parte, piccola di quello che mi è stato dato. Quando da ragazzo cominciavo a leggere poesie, canzoni, quelle di poeti che cantano in musica, specialmente De Andrè, cosa capitava? Che una canzone, una poesia, un verso mi aiutavano a vivere, mi spiegavano, mi raccontavano, narravano quello che mi stava succedendo. Uno si stupisce e si chiede come faccia un estraneo a sapere cosa sta capitando a me, così profondamente che quasi lo descrive meglio di me stesso! Li allora ho sentito una gratitudine infinita: queste parole mi servono per vivere, sono strumenti, piccoli attrezzi della mia anima. Ecco adesso piano piano mi accorgo che mi sta capitando di restituire tutto quello che mi è stato dato. Ricevere lettere, opinioni, il contatto con il pubblico… è una restituzione parziale di quello che ho avuto. Tutto ciò continua a circolare, l’aiuto che le storie ci danno per vivere per cercare di capirci un pò di più, all’interno del tanto caos che ci circonda. 

D = Parliamo di un programma “cult” per tanti di noi, di tutte le età, la “Melevisione”. Continuerà la programmazione? 

R =  Spero di si. Si tratta di un tema che ha a che fare con le decisioni che prenderà la Rai. Adesso si dovrebbe programmare ma sui canali tematici. Ciò significa che potrà essere visto solo in sei regioni in tutta Italia. Si dice che alla fine del 2013 tutti avranno la possibilità di accedere ai canali tematici, forse anche prima, ma intanto da settembre in poi tredici regioni non vedranno la “Melevisione”. Continuerà sul digitale ma non sappiamo come, quante saranno le puntate, cambia tutto. Non sappiamo se la nuova dirigenza sarà ancora contenta della nostra “Melevisione”. Arrivano voci, si riportano commenti “la “Melevisione“ è vecchia, va svecchiata, rinnovata”. Speriamo di resistere e che non ci chiedano di fare una “Melevisione” che perde la sua ‘emme’ acquista una “ti” diventando “Televisione”. 

D = I programmi trasmessi dalla Tv sia per ragazzi che in generale, è indubbio che abbiano registrato negli ultimi tempi una caduta di qualità notevole. Vista la situazione, secondo te può essere ancora considerato valido il concetto di Tv –educatrice, televisione portatrice di valori positivi? 

R = Si, certo noi per esempio con la “Melevisione” ci proviamo e tanti altri ci provano ad essere portatori di valori positivi. Ma tutto dipende da quale tipo di mondo si vuole abitare, quale tipo di società. La società si crea, attraverso una maglia, una rete di persone, in base all’immagine che della società si vuole dare. Se una società punta soltanto sullo sviluppo quantitativo di unità, ossia sul consumo, sul mercato, sul comprare sempre più, ecco che ci si scontra con chi è rimasto invece come ultimo fortino, dal quale si cerca di trasmettere anche altri valori. Quest’ultimo fortino può essere rappresentato dalle scuole, dalla famiglie, dai centri educativi in generale. I bambini sentono da un lato esprimere certi concetti, dall’altro altri, differenti. Oggi la società spinge verso la creazione di “consumatori”. Se resiste una fetta della Società che esprime al contrario valori diversi dal comprare, possedere, vincere, allora si farà baluardo dei valori “veri”, necessari alla Società di oggi. La “Melevisione“ ha resistito undici anni, in quanto anche in Rai si sono accorti che c’era una grossa fetta di genitori, educatori che volevano si trasmettessero valori positivi. Se si darà ancora ascolto a questa fetta di popolazione si continuerà a mantenere la “Melevisione” o altri programmi che educheranno al vivere. Se la spunta soltanto la frangia dominante del paradigma inteso come consumismo illimitato, allora si avrà la soppressione delle voci discordanti e ci sarà soltanto quella che a noi sembra televisione diseducativa, ma per altri non lo è, in quanto si rapporta ai punti di vista dominanti. 

D = I ragazzi di oggi tra pochi anni saranno gli adulti di domani. Oggi i nostri giovani si identificano in modelli traballanti, nei personaggi dei reality. Si continua sempre a proporre come metro di misura di se stessi dei personaggi fittizi, poveri. Ti chiedo, si può fare qualcosa di concreto per mettere le basi di un domani diverso per i nostri giovani, considerando che se continua così si corre il rischio di avere un prossimo futuro popolato da mentalità estremamente ridotte, al punto da essere incredibilmente terribili? 

R = Effettivamente fa venire paura!!  Quando si cerca di mantenere quieti, con l’inettitudine si tende a sopire e sedare, a  rendere sudditi i cittadini, c’è il rischio che si scatenino forze incontrollabili. I nazismi e altre forma violente vengono fuori anche da questa carenza culturale di base, mancano le fondamenta che sono principalmente quelle di rispetto e affetto verso il prossimo, i piccoli, i propri simili, la natura, gli animali, il Mondo tutto. Si deve crescere sempre, tutti dobbiamo crescere, invece a forza di tenere le persone ridotte dentro statuine, schemi, umilianti, sperando così di trasformare le persone in sudditi governabili, si rischia di fare il contrario, gli schemi possono esplodere. 

D = Tu sei nato a Cagliari. Hai frequentato qui da noi le scuole e l’Università. Ad un certo punto parti, lasci la tua terra, amici, famiglia, studi e  te ne vai. A Bologna poi inizierà quella che è la tua brillante carriera. Posso chiederti cosa di ha indotto a mollare tutto e andare via? 

R = Quando uno va via come ho fatto io, a quell’età sembra che le motivazioni siano riconducibili ad amori finiti, all’allontanarsi da luoghi nei quali non si può più vivere. In realtà ci si accorge che appunto volgendosi indietro è il destino che è sempre stato presente nell’evoluzione degli uomini, che poi incide nelle scelte . Adesso devo dire che non avrei trovato qui in Sardegna tutto quello che ho trovato fuori. Ci sono centri di produzione culturale che consentono di portare avanti progetti, occasioni per realizzare quello che si vuole fare, con le caratteristiche adeguate. L’andare via è nato come un impulso di inquietudine e di ricerca di qualcosa. A posteriori è stata davvero la scelta giusta. 

D = Tu studiavi Medicina, mai pentito di aver lasciato quella strada? 

R = Mai, assolutamente mai. Comunque non sono stati anni persi, in quanto mi è rimasto un bagaglio culturale che mi porto dietro. Per esempio in un mio romanzo, ambientato a Cagliari, Lunamoonda (edito da Salani nel 2008) si nota il mio amore per la scienza. Sono impronte che rimangono comunque, anche se si intraprende un’altra via. 

D = Ultima domanda, brevemente, in quanto ti stanno reclamando i tuoi colleghi. Secondo te esiste un modo per indurre i giovanissimi  e i  ragazzi a leggere di più? I genitori per esempio che provano di tutto e ottengono scarsi risultati cosa potrebbero fare? 

R = Tenendo conto del fatto che prima, ai miei tempi si leggeva e basta, altre attività di svago non ce ne erano,  oggi vi è di tutto e di più, dalle occasioni di divertimento, intenet,  ai videogiochi alla stessa televisione. “Fai quello che puoi, poi accada ciò che deve”; vecchio detto e nulla di più giusto. Nel senso che non si può costruire un lettore! Può darsi che un genitore investa tutto quello che può in impegno, tempo e il ragazzo non leggerà. Magari si può leggere a voce alta ai propri figli,  farsi vedere leggendo; se un ragazzo vede libri in casa è più portato a leggerli. Ma penso che nemmeno questo poi sia sufficiente per ottenere l’effetto sperato. Magari invece il ragazzo non sarà un lettore ma potrà essere un esploratore del mondo, potrà vivere appieno la propria esistenza anche attraverso altri strumenti. 

Salutiamo Bruno Tognolini, oramai si è fatto tardi e deve andare. Lo ringraziamo per la disponibilità e lo rivedremo  al “5° Festival Tuttestorie” di letteratura per ragazzi, che si terrà dal 7 al 13 ottobre 2010 presso l’Exmà al Centro Comunale d’Arte e Cultura e in Piazza San Cosimo a Cagliari. Quest’anno il tema del Festival è:  “Malanotte - racconti, visioni e libri per illuminare il buio”.  

Maria Lucia Meloni

Ultimo aggiornamento Sabato 31 Luglio 2010 11:35
 

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