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Motovedetta libica mitraglia peschereccio italiano, aperta un’inchiesta PDF Stampa E-mail
Italia - Italia
Scritto da Fabio Useli   
Martedì 14 Settembre 2010 14:33

Battaglia navale nelle acque tra Italia e Libia, con tanto di mitragliata. Con evidenti squilibri, visto che una delle navi coinvolte è il peschereccio “Ariete” di Mazara del Vallo, e l’altra una delle sei motovedette della Guardia di Finanza donate dall’Italia a Gheddafi nell’ambito degli accordi bilaterali per contrastare l’immigrazione clandestina. La dinamica degli eventi, al momento oggetto di inchiesta da parte della Procura della Repubblica di Agrigento, viene così raccontata da Gaspare Marrone, comandante della barca da pesca: “È stato un inferno di fuoco: i proiettili rimbalzavano dal ponte fino alla sala macchine. Ci siamo distesi tutti a terra pregando che nessuno di noi venisse colpito, sparavano ad altezza d’uomo”. L’imbarcazione italiana intorno alle 21 di domenica si trovava a circa 30 miglia dalle coste libiche, in acque internazionali: “Eravamo in navigazione, non impegnati in una battuta di pesca” - precisa il comandante - “quando dalla motovedetta ci hanno intimato l’alt ma io, sapendo ciò che ci aspettava, ho preferito proseguire spingendo i motori al massimo”.

 

Quello che aspettavano i pescatori di Mazara del Vallo è ciò che, tra giugno e luglio, è capitato a cinque pescherecci siciliani, intercettati e costretti all’attracco nel porto libico di Homs, e rilasciati solo dopo diversi giorni grazie all’intercessione della Farnesina. Da anni infatti la tensione tra pescatori italiani e autorità libiche è alta: la Libia infatti continua a rivendicare la propria giurisdizione sul Golfo della Sirte. Una pretesa contestata da quasi tutti gli Stati Mediterranei, Italia compresa. Era il 1986 quando gli USA, per rivendicare la libertà di navigazione nel Golfo, diedero il via a un’esercitazione della Marina, da cui scaturì uno scontro a fuoco con le navi del Colonnello.

 

Circostanza analoga anche per il peschereccio “Ariete”: “Ci hanno sparato addosso ad intervalli di quindici-venti minuti, inseguendoci fin quasi dentro le nostre acque territoriali. Solo all'alba, quando eravamo in vista di Lampedusa, ci siamo sentiti in salvo” racconta il comandante Marrone. Quattro raffiche in tutto, 30 fori sullo scafo da una paratia all’altra, alcuni dei quali finiti in prossimità di una bombola piena di gas che si trovava sul ponte: una tragedia sfiorata. Nel resoconto di Marrone, anche un particolare che ha del surreale, e che ha già scatenato il putiferio in Parlamento: “Durante l’arrembaggio siamo stati contattati via radio da una voce che, in perfetto accento italiano, ha pronunciato le parole «Ferma le macchine altrimenti questi ti sparano addosso»”.

 

Di chi era quella voce? Lo svela il Ministro dell’Interno Maroni: “A bordo delle motovedette, consegnate alla Libia in virtù del trattato firmato nel 2007 dal governo Amato, ci sono militari italiani che per un periodo forniscono assistenza tecnica ai libici, ma non hanno funzioni di equipaggio, né hanno alcun potere d’intervento. Ieri abbiamo ricevuto il loro rapporto, non sono stati coinvolti nell'operazione e oggi faremo una riunione al ministero per verificare ciò che è accaduto. Penso che si sia trattato di un incidente grave, ma pur sempre un incidente: studieremo le misure perché non accada più.”

 

Una nave italiana presa a raffiche di mitra da una motovedetta donata dal nostro governo alla Libia, e con alcuni militari italiani a bordo: se non si fosse sfiorata la tragedia, ci sarebbe di che ridere. La giustificazione di Maroni, secondo il quale i libici avrebbero aperto il fuoco convinti di trovarsi di fronte una nave di clandestini, viene duramente ricacciata al mittente dal comandante Marrone: “Era impossibile scambiarci per qualcos'altro, la nostra è una barca di 36 metri attrezzata con macchinari da pesca modernissimi, impossibile fare confusione. Loro invece hanno sparato ad altezza uomo, sapendo di avere di fronte dei pescatori. Se avessero voluto intimidirci, sparavano in aria, in acqua. Come può Maroni chiamarlo un incidente?”. Come se poi fosse normale aprire il fuoco su una barca di migranti.

 

L’“Ariete” si trova al momento sotto sequestro da parte delle autorità giudiziarie per accertare i danni e per stabilire l’esatta posizione al momento dell’attacco. Il reato ipotizzato dalla Procura di Agrigento sarebbe quello di danneggiamento di natante e tentato omicidio plurimo aggravato a carico di ignoti.

 

Fabio Useli

Ultimo aggiornamento Martedì 14 Settembre 2010 21:00
 

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