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Straordinario “L’ultimo mamuthone” di Gianluca Medas PDF Stampa E-mail
Teatro - Teatro
Scritto da Marco Mura   
Sabato 05 Marzo 2011 02:39

Capita poche volte di scoprire un capolavoro. A volte mancano la sensibilità e gli strumenti per cogliere la grandezza di un’opera. Altrettanto spesso, però, a latitare sono proprio i capolavori. Questa sera, però, il capolavoro c’era ed era evidentissimo.

Definita, riduttivamente, una favola dark, in realtà, opera originale di Gianluca Medas, quella che è stata messa in scena questa sera al Teatro Club di Via Roma, dallo stesso autore è molto, molto di più. Un vero e proprio gioiello di scrittura, di realizzazione e di interpretazione. I paragoni con maestri illustri, questa volta, non sono affatto azzardati. Tolkien, Collodi, Eduardo sono i nomi che vengono alla mente guardando e ascoltando “L’ultimo mamuthone”. Una favola, il racconto e l’interpretazione di un mito tra i più antichi e misteriosi del mondo. Un trionfo di simbolismi che prestano il fianco a innumerevoli interpretazioni. La storia prende inizio in un’ambientazione assolutamente moderna e, nella sua banalità, quasi rassicurante se non fosse per un dolore che aleggia silenzioso sul rapporto non proprio agevole tra un padre e un figlio.

Via via il racconto perde i suoi contorni e, tornando ai luoghi da cui tutto ebbe origine si dilata, perdendo la sua connotazione temporale e fisica per acquisire dimensione e respiro universali. Nel suo dipanarsi si colgono aspetti umani pedagogici, antropologici, fantastici. Il riferimento agli insegnamenti inascoltati e alla disattesa conservazione delle nostre radici dialoga fittamente con Collodi e il suo Pinocchio. L’esplorazione del mito, il confronto con la paura per ottenere la rivelazione del segreto, l’addentrarsi nei meandri fantastici della verosimiglianza assumono tinte da “terra di mezzo” dove la realtà sfuma ineluttabilmente nell’imponderabile che finirà col fagocitare il protagonista. È il superamento della linea di confine. È varcare il passaggio a livello, che Troisi e Benigni oltrepassano in “Non ci resta che piangere”, aldilà del quale nulla sarà più come prima.

Accedere alla spiegazione del mito significa entrare a farne parte. Le fontane attorno a Mamoiada improvvisamente commuovono, si rivelano donne affascinanti capaci di richiamare a sé anime perdute e di farle innamorare nuovamente. I fantasmi prendono corpo e questo non stupisce, anzi crea entusiasmo. È come se fossero sempre stati ad aspettarci e noi, in qualche modo, avendolo sempre saputo, avessimo atteso per tutta la vita il momento in cui li avremmo potuti incontrare. Il lavoro di Medas per quanto tragga ispirazione da elementi locali è proprio come la drammaturgia di Eduardo: sebbene locale non possiede confini. Nessuno steccato, nessuna limitazione. Dal mamoiadino si passa al cosmico e il processo è totalmente naturale senza artifizi. Perchè universale è l’eterna lotta tra il bene e il male.

Il racconto dimostra come in ognuno di noi si rispecchi l’intero genere umano e, in particolar modo, come in ogni individuo si rifletta la storia della nostra gente e dei nostri avi. “L’ultimo mamuthone” con la sua potenza di personaggio che si immola caricando su di sé il fardello di tutti i mali del mondo non può avere, e non ha, confini territoriali: quello messianico è un elemento fondamentale nella etnologia di tutti i popoli. Fa parte del concetto di speranza che si lega al dolore generato dalla caducità della esistenza umana e dalla tristezza della sua condizione. Nasce in Sardegna ma solo incidentalmente egli è Sardo. Egli è dovunque, è di tutti e in tutti. Il volto nascosto dalla maschera è la prova che in ognuno di noi c’è la forza per fare altrettanto e per prendere il suo posto. È solo una questione di scelte: basta volerlo e pensare di avere un po’ di sangue di Janas nelle vene. «Anche un piccolo hobbit - diceva Tolkien - può sostenere sulle sue misere spalle le sorti del mondo».

Mille le voci, mille le intonazioni, mille le espressioni di un grandissimo Gianluca Medas che propone il suo capolavoro con una prova d’attore notevolissima. Grandissima intensità e coinvolgimento. Capace come sempre di ricreare e di rendere palpabile il mondo in cui conduce gentilmente per mano la fantasia di chi lo ascolta. Coprotagonista della serata la musica che ha dato straordinario sostegno alle suggestioni del racconto. “Antagonista Quintet” (Marco Antagonista alla chitarra elettrica, Andrea Congia alla chitarra classica, Nicola Meloni alle tastiere, Marco Loddo al basso e William Cuccu alla batteria) è parte integrante del successo di questa rappresentazione. Il rock progressive e psichedelico scritto da Andrea Congia e da Marco Antagonista entusiasma e trasporta gli spettatori attraverso sensazioni vividissime, quasi tangibili. Spettacolo davvero imperdibile, dunque, che meriterebbe spazi e notorietà ben maggiori anche a dispetto del fatto che il tentativo di pubblicare il racconto venga frustrato dalla poca attenzione e dallo scarso interesse degli editori a cui il lavoro è stato finora proposto. Domani si replica a Guasila, mentre domenica l’appuntamento è a Vallermosa. 

Marco Mura

Ultimo aggiornamento Sabato 05 Marzo 2011 14:08
 

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