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«Io sono il testimone di un'epoca», incontro pubblico di Umberto Orsini a Cagliari PDF Stampa E-mail
Cultura e spettacolo - Cultura e spettacolo
Scritto da Margherita Sanna   
Venerdì 11 Marzo 2011 18:53

È accolto con un lungo applauso l'ingresso di Umberto Orsini presso la sala Ersu di Corso Vittorio Emanuele, per il dibattito pubblico coordinato dal giornalista Gianfranco Capitta, e organizzato dal Cedac Sardegna nell'ambito dell'iniziativa “Dietro il sipario. Gli artisti incontrano il pubblico”, per promuovere gli spettacoli della stagione di prosa 2010/2011.

È al Massimo di Cagliari Umberto Orsini con l'opera shakesperiana “La tempesta” dal 9 al 13 marzo, della quale l'attore confessa: «A me la tempesta non era mai piaciuta. Io l'avevo vista varie volte. Ma non era mai, il personaggio di Prospero, uno di quelli di cui tu hai l'invidia di fare, che tu, vedendolo fare da un altro attore, dici: come mi piacerebbe essere al tuo posto! Perché in realtà è un personaggio che non c'è per due atti della tempesta. E la tempesta così com'è scritta era ed è, abbastanza farraginosa, noiosa, piena di cose che oggi, con la distanza di secoli, andavano, secondo me, secondo noi (lui e Andrea De Rosa, il regista), secondo l'ottica del nostro spettacolo, tolte». E il lavoro di taglio è ben evidente nel nuovo testo, tanto che lo stesso Orsini ammette: «forse nella tempesta abbiamo leggermente ecceduto».  

Instancabile questo attore teatrale, classe 1934, del quale il Gianfranco Capitta dice nella presentazione: «Lui è il teatro italiano. È una vita che fa teatro e lo fa in maniera importante da sempre, da quando ha cominciato». Definizione assolutamente calzante per un attore che ha iniziato al cinema facendo una posa nella Dolce Vita di Fellini, e ha lavorato con Visconti, “La caduta degli dei”, Rubini, “Viaggio di una sposa”; Zeffirelli, per l'opera teatrale “Chi ha paura di Virginia Woolf?”. Allievo dell'Accademia d'Arte Drammatica è un attore “molto tecnico” - come si definisce lui stesso – che, in questo caso, è sinonimo di grande qualità e coraggio perché, pur potendo, non si è mai fossilizzato nei ruoli di maggior successo, ma ha sempre interpretato ruoli nuovi. Umberto Orsini ha l'abitudine fin da giovane di viaggiare nel mondo per scoprire nuove opere teatrali e poterle poi portare in Italia. Merito suo infatti è aver fatto conoscere al pubblico italiano l'opera Copenaghen di Frayn. Colto, appassionato del suo mestiere, capace, Umberto Orsini conquista la platea di affezionati e curiosi che l'ha ascoltato mercoledì 9 Marzo per la sua prima volta nell'Isola.

Regala aneddoti di vita, e da “grande narratore” - come l'ha definito Gianfranco Capitta- alterna risate e riflessioni. Un narratore certo, ma non un mattatore. «Non sono mai voluto essere un mattatore – afferma – Io sono un testimone di un'epoca, grazie a Dio sono sopravvissuto a quest'epoca! Io non sono un attore vero, cioè la gente che mi incontra per strada, a meno che non mi riconosca, non mi dice subito “ma lei è un attore”. Non ci tengo in realtà, e ho rifiutato anche alcuni ruoli per questo. Mi sento un attore borghese, nel senso che assomiglio più alle persone normali o cerco di assomigliarci».

Ripercorre in una carrellata veloce tutta la sua carriera Orsini, sollecitato dal giornalista del Manifesto, dal suo padrino De Lullo a Branciaroli, fino al suo incontro con Andrea De Rosa. Spiega la sua visione de “La Tempesta” l'attore, che ha deciso di vestire i panni di Prospero perché il regista gli aveva detto che lui era Prospero, e soprattutto perché gli disse «in questa tempesta non vorrei fare la tempesta». Così, il vecchio mago di Shakespeare in Orsini non è più come un Mago Merlino, «lo vedo in termini metateatrali come un uomo che crea delle illusioni – afferma convinto l'attore novarese - E chi crea delle illusioni sul palcoscenico? L'attore in genere crea delle illusioni. Per cui questa magia è diventata la magia dell'attore».  E infatti nell'opera che il pubblico cagliaritano potrà apprezzare fino a domenica 13 marzo, la bacchetta di Prospero non c'è più, al suo posto un bastone, emblema di vecchiaia, saggezza e simbolo del potere, con il quale Orsini si condurrà sul palco più come un vecchio filosofo, che come un mago.

Conclude il suo intervento pubblico con un'importante lezione: «Io sono un vecchio capocomico. Sono un anello tra la tradizione che mi precede, tra quelli che mi seguiranno. Quello che cerco di trasmettere è proprio di non annoiarsi. È un privilegio essere in teatro»..

 

Margherita Sanna

Ultimo aggiornamento Sabato 12 Marzo 2011 12:59
 

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