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“I Giganti di Monti 'e Prama” ridisegnano la storia PDF Stampa E-mail
Cultura e spettacolo - Cultura e spettacolo
Scritto da Marco Mura   
Sabato 12 Marzo 2011 00:00

Nell’ambito della rassegna “Cagliari a Teatro” è andato in scena, all’Auditorium di p.zza Dettori a Cagliari, “I Giganti di Monti 'e Prama”. Nono appuntamento in cartello, lo spettacolo è imperniato sull’omonimo racconto originale di Gianluca Medas. Sul palco a giganteggiare lo stesso Medas superbamente supportato da Baska, progetto musicale dell’area metropolitana di Cagliari, composto da Andrea Congia, Arrogalla dei Bentesoi e Massimo Loriga dei Nur e dei Kenze Neke. Lo spettacolo che ha come fulcro I Giganti di Monti 'e Prama, le statue a tutto tondo più antiche del Mediterraneo, ritrovate a Cabras negli anni settanta e non ancora esposte in un museo, offre lo spunto per parlare e ragionare del nostro passato, presente e futuro a cavallo tra storia e mito. La narrazione comincia con un epilogo. Quello di un naufragio:«La nostra storia comincia con una tempesta. Una tempesta generata dalla furia degli Dei. Un uomo su una piccola zattera lotta per sopravvivere consapevole della propria impotenza. Il Dio del mare desidera vendicarsi di quest’uomo. Tramortito, l’eroe viene spinto dalla furia dell’acqua su una costa rocciosa e deve raccogliere tutto quello che gli resta delle sue forze per evitare di sfracellarsi sugli scogli. Alla fine riesce a raggiungere la foce di un fiumicello e sfinito si addormenta. Sull’isola, una principessa, la graziosa figlia di uno dei tredici re scende verso la spiaggia con le sue ancelle…».

Il riferimento a Ulisse è evidente. E chi è Ulisse se non quella parte di ognuno di noi che rifiuta di sottostare mestamente? Colui che vuole capire. Colui che ha come prima necessità la conoscenza diretta della verità.

L’uomo è approdato a una terra di cui ammira la ricchezza e la prosperità del grembo che lo ha accolto. Il sovrano del luogo commosso gli promette una nave che lo riporti alle terre da cui è venuto: «Per quanto lontana possa essere la tua patria, o straniero, e avventurosa l’impresa per riportarti a casa i miei uomini lo faranno senza paura, e non si lasceranno intimidire poiché hanno il cuore fermo e conoscenza del mare…»

La storia prosegue con i racconti dell’aedo cieco Demodoco attraverso i quali Medas riscrive di sana pianta la preistoria della Sardegna. Entusiasmante fusione di elementi storici reali con voli pindarici di pura fantasia, lo spettacolo è un grido nel silenzio assordante dell’incuria culturale dei nostri giorni. È un imperioso richiamo alla ricerca, alla riscoperta delle radici culturali della nostra storia identitaria. L’uso sfrenato di elementi di verosimiglianza mescolati a frammenti di storia, conditi in salsa di leggenda con contorno di miti collaterali, non è una semplice follia letteraria. Non è soltanto il delirante racconto di un bravo autore. “I Giganti di Monti 'e Prama” ha la ragionevole e apprezzabile pretesa di essere una sacrosanta provocazione. È l’espressione dell’orgoglio di un popolo. Non è importante che quanto si racconta sia vero o abbia l’imprimatur della scienza ufficiale. È teatro, ha tutto il diritto di mentire. Gli “idola teatri” di baconiana memoria non sono concepiti per ingannare tout court, hanno piuttosto la valenza di un pungolo intellettuale. La loro evidente non veridicità costituisce il paradosso al centro del messaggio di Medas. “Non fermiamoci a quello che ci dicono o a quello che ci raccontano di noi. Indaghiamo personalmente sulla nostra storia. Potremmo scoprire cose impensabili sul nostro modo di vedere e concepire noi stessi. Potremmo accorgerci che la nostra weltanschauung potrebbe essere frutto di scelte non casuali e funzionali a interessi altrui”. Un messaggio che attraverso la riscrittura fantasiosa e gloriosa del nostro passato, risulta possedere una attualità che lascia senza fiato. Niente di più moderno, niente di più aderente alle nostre realtà quotidiane in cui il controllo che viene esercitato sull’informazione risulta determinante nelle scelte e nei comportamenti collettivi divenendo un fatto cruciale della storia in cui sono inserite le nostre esistenze.

Grandissima la capacità scrittoria, che con un accurato studio linguistico e lessicale, porta lo spettatore a sorvolare l’intero Mediterraneo, dalle nostre coste fino alle spiagge di Itaca. L’epica “parallela” dei Sardi, nella narrazione di Medas si dilata nello spazio e anche nel tempo. E non solo: si avventura, conquistandoli e dando loro credibilità storica, nei territori del sogno, ma con essi si fonde trasformandosi in una nuova storia, in una storia mai scritta prima. Una nuova epopea quella proposta questa sera, una posizione visionaria, forse, ma piena di passione e di vero amore per una terra e per un popolo. Una vera e propria liturgia, la celebrazione di una gloria e di una grandezza artatamente nascoste. Spettacolo, sconcertante ma assolutamente da non perdere. E domani la stessa compagnia, nello stesso teatro, proporrà, alle ore 19.00 “Passavamo sulla terra leggeri” tratto dal capolavoro di Sergio Atzeni.

 

 

Marco Mura

Ultimo aggiornamento Martedì 15 Marzo 2011 20:39
 

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