Il Giappone e il terremoto, la tragedia di un popolo che non si lamenta mai PDF Stampa E-mail
Esteri - Esteri
Scritto da Margherita Sanna   
Domenica 20 Marzo 2011 18:33

8.133 morti e 12.272 dispersi. Questo è l'ultimo bilancio della tragedia che si è abbattuta sul Giappone. 11 marzo 2011, ore 14:45 locali (6:45 ora italiana) 24 km di profondità, a largo della costa della regione di Tohoku, Giappone settentrionale, si verifica il terremoto con scosse di magnitudo 9 nell'epicentro. 8,9 nelle città vicine. La zona ha tremato per ben cinque minuti. Il sisma, che ha generato uno spostamento dell'asse terrestre di 10 cm, ha anche provocato uno tsunami con onde alte dieci metri e una velocità oraria di 750 km/h che hanno spazzato tremila case nell'area di Sendai.   Solamente il giorno dopo, su una spiaggia di quella città, sono stati ritrovati 300 corpi privi di vita. A Myagi, dopo 9 giorni dalla catastrofe, sono stati ritrovati una donna di ottant'anni e suo nipote di 16. Vivi, fortunatamente. 

Ma il problema principale resta la centrale nucleare di Fukushima, a 100 km dall'epicentro del terremoto dell'11 marzo. Esplosioni nei reattori 4, 1, 2 e 3, fughe radioattive, e conseguenti contaminazioni. La centrale, entrata in funzione nel 1971, è composta da sei reattori nucleari ad acqua bollente, dotata, come di norma in Giappone, di misure di sicurezza antisismiche, venerdì 11 marzo nonostante fosse scattato il sistema di emergenza, sono saltati i sistemi di raffreddamento delle pompe. Perché? A quanto pare il terremoto ha danneggiato a tal punto la centrale da far saltare l'energia elettrica che avrebbe consentito il raffreddamento delle pompe. Le misure di sicurezza avrebbero dovuto far entrare in funzione dei motori diesel di emergenza ma questi, posti a 6 metri dal livello del mare, sono stati attivi solamente per un'ora prima di essere sepolti dallo tsunami che ha raggiunto 7 – 8 metri d'altezza.

Errore di progettazione, dunque, basato sulle stime dei maremoti precedenti.

 

Errore ancora umano quello di non aver chiuso prima la centrale, attiva già da quarant'anni, sarebbe dovuto essere definitivamente smantellata per far spazio ad altre più avanzate tecnologicamente.

 

Proprio il Giappone, che del nucleare aveva fatto il suo fiore all'occhiello (con ben 55 centrali, al terzo posto rispetto agli Stati Uniti, 104, e Francia, 59), è il Paese che è riuscito a fermare momentaneamente l'avanzata costruttiva di questa risorsa. Germania, Francia, America, tutti hanno deciso perlomeno di revisionare precauzionalmente le loro centrali perché la tragedia nipponica ci riguarda tutti.

 

È composto questo popolo di fronte al sisma, classificato come il quinto più potente del mondo da sempre, e perfino al disastro della centrale di Fukushima, il terzo incidente nucleare più grave della storia (il primo fu quello di Cernobyl in Ucraina, nel 1986; il secondo quello di Three Mile Island in Pennsylvania, nel 1979). Non scappa, non urla; si adopera, come fanno quei cinquanta operai che hanno scelto di non andare via dalla centrale, ma restare, con la certezza di un futuro che non vedranno più. E, forse, proprio la compostezza di questo popolo fa indignare ancora di più noi occidentali di fronte alle bugie della Tepco, la società elettrica privata, quarto colosso mondiale dell'energia, che gestisce la centrale. Infatti fin dal primo giorno ha dichiarato di avere la situazione sotto controllo e che il rischio di fuga radioattiva era esiguo, invece già alle 21.55 il rischio era diventata una realtà. Non stupisce quest'atteggiamento da una società che ha alle spalle un curriculum macchiato dalle menzogne: un'indagine governativa del 2002 ha stabilito infatti, che la società ha falsificato 200 volte in 25 anni i bilanci sugli incidenti avvenuti nelle sue centrali. Certamente un dato che il premier giapponese Naoto Kan, avrebbe dovuto tenere ben in mente nel momento in cui si limitava a riferire alla popolazione e al mondo, nei primi giorni, semplicemente ciò che la suddetta società decideva di comunicare. E a nulla ora valgono le scuse che il numero uno della Tepco, Akio Komori, ha fatto in pubblico fino alle lacrime. Perché in lacrime, e veramente, si trovano i poveri Giapponesi costretti a vivere oggi, e chissà per quanto tempo ancora, nell'incubo radioattività.

 

 

 

 

 

 

Margherita Sanna

Ultimo aggiornamento Martedì 22 Marzo 2011 18:03