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Giuseppe Ayala e la memoria del reduce PDF Stampa E-mail
Teatro - Teatro
Scritto da Margherita Sanna   
Martedì 29 Marzo 2011 12:41

“Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini” Giovanni Falcone. Sono lunghe e magre queste gambe, le conosceva bene lui, il magistrato simbolo della lotta alla mafia. Le conosceva perché avevano percorso insieme a lui km fatti di viaggi all'estero per istituire il celeberrimo maxiprocesso di Palermo. Quelle gambe sono del suo amico intimo: Giuseppe Ayala, il Pubblico Ministero del maxiprocesso.

Lui, su di sé la memoria e la fatica del reduce, racconta la verità, ancora mal conosciuta, di quegli anni. Nel 2009 Ayala pubblica presso la Mondadori, Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino. Il libro, che partendo dal suo percorso di formazione come magistrato, racconta il suo arrivo a Palermo e l'incontro cardine con Giovanni Falcone, che gli ha cambiato la vita, coinvolgendolo nella lotta contro la mafia, è stato un vero successo. Così, eccolo a teatro, a Cagliari all'Auditorium del Conservatorio, in scena giovedì 24 marzo 2011, in questo spettacolo che non è spettacolo ma narrazione. Le parole di Ayala sono forti, a tratti dure, hanno addosso il sapore amaro del reduce, di chi resta, di chi si è salvato, ma è anche un po' sommerso.

Si sviluppa in due ore e mezza il suo resoconto, d'amicizia, con aneddoti e battute su e di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma anche di guerra. Vere e proprie esecuzioni tra filmati e narrazione, rivivono sul palcoscenico, e ci saranno tutti: Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa, e Loro: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Con chiarezza e lucidità, Ayala spiega al pubblico la nascita del metodo Falcone (Visione unitaria e indagini a tutto campo. I soldi lasciano sempre una traccia) e le prime indagini sulla mafia. E, nella seconda parte, racconta i mesi di preparazione del maxiprocesso, la costruzione dell'aula bunker, perché «quando vuole lo Stato non c'è burocrazia che tenga», il processo, apice della lotta contro la mafia, e il successivo «processo di normalizzazione». Perché Falcone cominciò a morire nel 1988 -come disse Antonino Caponnetto – quando i metodi che avevano portato proprio all'istituzione del maxiprocesso, vennero progressivamente smantellati. Falcone ormai non conduceva più le grandi inchieste di mafia, Borsellino si trovava a Marsala, ad Ayala venivano affidati solamente procedimenti penali dei cosiddetti «furti Enel», quelle persone che si allacciavano abusivamente alle linee elettriche.

 

Sulla scena pochi e significativi elementi: un video proiettore che s'inserisce nella narrazione con filmati di repertorio rai e interviste; qualche sedia e l'albero della magnolia, copia di quello sito in via Notarbartolo, di fronte all'abitazione di Falcone, dove dalla sua morte a tuttora sono stati appesi pensieri e messaggi, luogo di visite per turisti e affezionati. Essenziale è la scenografia quanto più è carica di suggestioni è la narrazione. Rivivono sulla scena Falcone e Borsellino, soprattutto il primo, gli uomini e i magistrati, uniti come solo chi li ha conosciuti e vissuti personalmente può saper accostare. Giuseppe Ayala, investito della loro autorevolezza, parla con grande capacità affabulatoria, servendosi di immagini e metafore adamantine, come quando spiega perché la lotta alla mafia non è stata vinta: “Immaginiamo un incontro di calcio. Le istituzioni da una parte, l’avversario dall’altra. Le squadre sono ben definite e riconoscibili senza difficoltà, perché indossano maglie di colore diverso. La partita è regolare. Questo avvenne nel match contro i terroristi. E finì come doveva finire, vista la soverchiante forza della squadra-Stato. La partita contro la mafia non è stata vinta per la semplice ragione che non è mai stata giocata sul serio. I colori delle maglie non hanno segnato la netta distinzione tra le forze in campo. Il pubblico non è in condizione di seguire l’incontro, se vede giocatori che dovrebbero stare da una parte schierarsi dall’altra e viceversa. È mancata la precondizione. Con alle spalle quello che dovrebbe essere il tuo avversario, che ti chiede magari di passargli la palla, come è possibile giocare? La partita è truccata”.

Reduce di una battaglia che ha segnato un'epoca storica, Ayala attraverso il flusso ininterrotto della sua memoria con vigore e presenza di spirito ha tenuto il pubblico cagliaritano fino a mezzanotte all'Auditorium del Conservatorio con il suo spettacolo, organizzato dall'Associazione “La musica che gira intorno”. Suo, l'applauso che gli è stato tributato dall'intera platea sollevatasi per lui, ma anche dei due eroi a cui ha dato forma sulla scena.

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene” ha detto Paolo Borsellino. E Giuseppe Ayala l'ha fatto.

 

Margherita Sanna

 

Intervista a Giuseppe Ayala realizzata da Margherita Sanna e Marco Mura

 

Margherita Sanna: come mai lei ha deciso di portare il suo libro anche a teatro?

Giuseppe Ayala: questa domanda andrebbe più correttamente rivolta a mia moglie. L'idea è venuta a mia moglie, io non ci avevo mai pensato. Perché è appassionata di teatro e soprattutto segue questa interessante novità – che non è più novità – del teatro civile, allora ha pensato che poteva essere...Io ho un grande interesse alla comunicazione di questa storia, perché va conosciuta. Perché è stata, da molte persone, anche in buona fede, da altre tutt'altro che in buona fede, manipolata. Questa qui è una storia vera. Il successo di questo libro, dal mio punto di vista, consiste nel fatto che  non c'è stato nessuno che ha osato aprire bocca. Non c'è stata una polemica. Chi ne ha parlato ne ha parlato bene e mi sta bene. Chi si è incazzato come una furia non ne ha mai parlato pubblicamente perché è incontestabile, non si può discutere.

Margherita Sanna: Lei è stato tanto tempo in politica e in magistratura. Nel suo libro, che è poi stato riproposto qui a teatro, lei ha detto e ha insistito molto su questo, che ci sono dei poteri forti, dei servizi

Giuseppe Ayala: deviati! Centri occulti di potere, è sempre la stessa storia.

Margherita Sanna: lei non ha mai saputo se fossero stati identificati da Falcone e se esistesse qualcosa.

Giuseppe Ayala: a me non ha mai detto niente, nomi no. O gli risultava qualche cosa, ma se gli fosse stata risultata qualcosa non l'avrebbe detto solo a me. La sua è una lettura di uno che ha capito bene come si muovono certi apparati, ma sui nomi a me non risulta nulla. L'unica cosa che a me ha detto, ma che non riguarda le stragi, e che ho riferito anche ai giudici di Palermo, è il nome di Contrada. La Procura di Palermo mi ha citato come teste e io sotto giuramento ho confermato che Falcone mi ha detto: "Stai attento a Contrada". Ma non mi spiegò mai il perché. Io ne presi atto, ma non è che con Contrada avessi rapporti abituali, non faceva polizia giudiziaria, non era un nostro interlocutore abituale. Era il capo di gabinetto dell'alto commissario, quindi in qualche maniera capitava a me e a Falcone di incontrarlo. Lui mi disse solo: Stai attento a Contrada. A cosa si riferisse non lo so, ma non c'entra con le stragi ovviamente.

Margherita Sanna: Lei pensa che verranno mai scoperti i colpevoli?

Giuseppe Ayala: mi sembra difficile. Io sono un fiducioso per natura. Io dico sempre che non riesco ad essere né ottimista né pessimista, perché sono due categorie che non mi appartengono. Io sono un razionale. Quindi se penso a tante cose che sembravano impossibili, ma che invece poi, sono accadute, dico perché non dovrebbe succedere anche questo? Non direi mai, ma mi rendo conto anche della difficoltà di queste indagini. Perché è un muro di gomma. Si sbatte contro un muro di gomma. Fanno benissimo a lavorarci, che poi parlo di quelli di Caltanissetta, che conosco benissimo, quelli di Palermo non li conosco perché sono molto più giovani di me. Ne penso bene per carità. Quindi sulla professionalità io sono sereno. Sono strade difficilissime da percorrere perché c'è una forma autoprotettiva degli apparati. Non c'è niente da fare.

Margherita Sanna: quindi si testimonia una cosa per cui poi non c'è una soluzione alla fine.

Giuseppe Ayala: no, voglio dire, io sono stato il primo a dire queste cose in Italia pubblicamente. L'ho detto il 23 maggio sera: non è roba di mafia questa solamente. Ma se mi chiedevano mi faccia il nome (ride). È un'analisi la mia, condivisa da Falcone, l'aveva detto prima di me, con riferimento all'Addaura, e condivisa da molti. Certo è che dopo 21 anni, per carità sembra un'eternità, si sono riaperte le indagini, ma con degli elementi. C'è la morte di quei due poliziotti, io ero a Palermo allora, queste morti non si capivano. Erano due poliziotti che lavoravano anche per i servizi e che furono ammazzati. Addirittura per uno dei due si inventarono una sorta di ragione passionale, ora non ricordo perfettamente. Adesso su quelle due morti hanno aperto un'indagine, perché sembrano che siano la parte buona dei servizi che impedì che l'attentato all'Addaura andasse a buon fine, e per buon fine ci capiamo cosa intendo dire, e pare che per questo siano stati ammazzati. È tutta un'operazione dentro gli apparati. La mafia lì direttamente non c'entra. Nell'attentato c'entra sicuramente. Per cui è un passo avanti. 21 anni certo, però qualche cosa è successa, si è smossa. Quindi io non riesco a essere disfattista, mi rendo conto della difficoltà.

Margherita Sanna: Secondo lei oggi la mafia si combatte veramente?

Giuseppe Ayala: dal punto di vista repressivo sì, ci sono risultati sotto gli occhi di tutti. Poi di tutto si può dire che si potrebbe fare di più. Non vedo nessuna novità nei nodi con la politica, anzi forse, se novità c'è non è certamente positiva, non mi riferisco a niente di particolare ma ci siamo capiti. Finché non si sciolgono quei nodi non ne veniamo a capo, non c'è niente da fare.

Marco Mura: Ci sono parti di questa storia che lei non ha raccontato e che non dirà mai?

Giuseppe Ayala: no no, io quello che sapevo l'ho scritto.

Marco Mura: non ha omesso niente, anche solo per rispetto?

Giuseppe Ayala no no, nessuno mi ha puntato la pistola per scrivere. Se la fai la devi fare sul serio, infatti mi rendo conto che ci sono delle pagine che sono molto dure, molto severe. Però c'è tutto. Tutto quello che io so è lì. Non c'è nulla di... poi io rifuggo... vede c'è un antimafia in Italia, c'è sempre stata, che non riesce, che non resiste al grande fascino della dietrologia. Il danno che fa. Molti hanno dimenticato che c'era un'antimafia che fino agli anni 80' ebbe un grande peso politico, l'antimafia della rete. Non è che se lo ricordino in molti. Questi hanno denunciato Falcone al consiglio superiore della magistratura perché nascondeva le prove nei cassetti. E questo tipo di antimafia è più pericolosa della mafia, e molti sono in cattiva fede, perché allontana la verità annebbiandola con la dietrologia. È un disastro. Questo è storico. Poi cambiano i nomi, certo. Ma non affezioniamoci ai nomi, io lo dico anche nel libro, perché il nome poi ti porta fuori strada. È la logica che devi capire.

Marco Mura: si tratta di fenomeno pseudo culturale o è un fatto strumentale?

Giuseppe Ayala: Strumentale. È una crociata dei professionisti dell'antimafia, io cito una fonte che è molto più autorevole di me: Leonardo Sciascia: "i professionisti dell'antimafia". C'è gente che fa carriere, che non avrebbe mai fatto diversamente. Si sono scoperte carriere che si fanno solo sull'antimafia e non servono a niente. Servisse a niente o solo alle loro carriere non me ne fregherebbe niente, ma fa danno. E tutti noi che ce ne intendiamo di queste cose perché le abbiamo vissute, lo sappiamo.

Margherita Sanna: lei per lottare contro ciò che sta avvenendo, per lottare contro la mafia, cos'ha fatto, a parte scrivere il libro? Cosa è riuscito a fare, dopo la morte di Falcone e Borsellino ?

Giuseppe Ayala: Parlano per me gli atti parlamentari. Sono tutti su internet se andate a vedere quello che ho fatto in Parlamento con scarsissimi successi. Della mafia non gliene frega niente a nessuno, perché io devo vergognarmi a dirlo?

Margherita Sanna: però esiste tuttora?

Giuseppe Ayala: La mafia? Uh! Non è forse in uno dei momenti di miglior salute, ma questo non conta, l'importante è che c'è ancora, non è che stiamo lì a misurarci la temperatura con il termometro a 37.2 anziché 38.40, non mi interessa, non mi è mai interessato questo tipo di analisi. Il problema è che c'è ancora. Io la vedo, la percepisco, avverto i suoi legami con la politica, poi, noi siciliani capiamo tante cose in più degli altri. A Palermo si sanno, dei contatti per quanto riguarda la politica.

Marco Mura: Un'ultima cosa: che fine ha fatto la rabbia di cui parla nel suo racconto?  Non riesco a chiamarlo spettacolo...

Giuseppe Ayala: L'ho detto, si capisce. Bravo, lei è d'accordo con me. È una narrazione. È una versione orale del libro scritto. La rabbia me la porto dentro, è un problema mio molto personale.

Marco Mura: esiste ancora quindi?

Giuseppe Ayala: ma certo che esiste ancora. Mi ha condizionato la vita, ma io trovo che è tutto normale. Il problema vedi, io ho fatto sempre un esempio, che è vero. A un certo punto io, soprattutto nel '92, mi sono trovato a fare questo tipo di considerazione: io per mia fortuna, non ho mai avuto bisogno dello psicanalista però conosco molte persone che ne hanno avuto bisogno, ci sono andate. E mi hanno spiegato, una cosa che io non sapevo, che lo psicanalista spiega che il problema non è tanto guarire dalla nevrosi, ma abituarsi a conviverci. Nel momento in cui tu ti sei abituato a conviverci è come se non ci fosse più, anche se c'è. Allora io mi sono organizzato, è una forma molto artigianale, a conviverci, sono passati 19 anni ne ho fatte di cose, non si può dire che sia stato fermo, poi non mi hanno fatto ottenere risultati. Il Parlamento è quello che è. Non lo devo scoprire certo io, tanto che me ne sono andato, sono ritornato a fare il giudice.

Marco Mura: non è stata una fuga comunque?

Giuseppe Ayala: quale?

Marco Mura: quella della politica

Giuseppe Ayala: noi eravamo già fuori dov'eravamo dalla direzione antimafia. Ormai Palermo ci aveva espulso. Io mi occupavo di furti Enel, gli atti sono là, non è che me la sto inventando io. Cossiga, mi rendo conto il personaggio è molto controverso, però guai a chi me lo tocca. Lui si è occupato di Falcone e di me, ci ha sistemato a Roma, e facevamo un lavoro molto interessante perché facendo il consulente per una persona molto per bene, com'era lui, tiravo le somme di quello che avevo capito in quei dieci anni da un'ottica diversa, non dovevo più mettere in piedi i processi. Capisci? Era molto interessante. Poi questa storia del Parlamento, Giorgio La Malfa mi è venuto a cercare lui, mica l'ho cercato io. Falcone poi parlò con La Malfa perché mediò lui questa cosa. E cominciammo questa avventura parlamentare. Ma noi eravamo già stati disinnescati, non facevamo più niente da molto.

Marco Mura: eravate già stati fermati

Giuseppe Ayala: fermati. Ecco perché va raccontata. Poi la gente, giustamente, perché si deve ricordare queste cose?

Marco Mura: fermati dalle "magliette mischiate" (fa riferimento alla metafora che Ayala utilizza durante lo spettacolo)

Giuseppe Ayala: dalle magliette mischiate! Proprio quell'esempio.

Ultimo aggiornamento Giovedì 31 Marzo 2011 10:57
 

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