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Come fu che in Italia scoppiò la rivoluzione ma nessuno se ne accorse PDF Stampa E-mail
Teatro - Teatro
Scritto da Marco Mura   
Giovedì 14 Aprile 2011 21:21

Grande, grandissima performance al Teatro Civico di Castello nel cuore di Cagliari. Raimondo Brandi, Luca Di Prospero, Marco Lorenzi, Barbara Mazzi, Maddalena Monti, tutti bravissimi, cinque giovani mostri di bravura, hanno messo in scena, con la regia di Eleonora Pippo, con i costumi di Chiara Sabatini, il lavoro proposto dal Cedac Sardegna, “Come fu che in Italia scoppiò la rivoluzione ma nessuno se ne accorse”. Lo spettacolo-denuncia che, ambientato nell’anno del 300° anniversario della unità nazionale italiana, nel 2161,  propone una analisi spietata e veritiera dello stato di neutralizzazione strumentale delle idee e della “libera” riflessione. 150 anni nel futuro per scoprire che la stagnazione che viviamo non cesserà ma che anzi continuerà a sedimentare trascinando tutto ineluttabilmente verso il fondo.

«Buona sera, sono qui stasera perché non ho altre prospettive nella vita. Ieri martedì 12 aprile 2161 ho presentato la mia tesi di laurea: “Rivoluzione conservatrice e conservazione rivoluzionaria. Politica e memoria nell’Italia degli ultimi centocinquanta anni: 2011-2161”. Dopo dieci anni di studi e di desolazione finalmente una laurea che non vale nulla». Una studentessa di storia antica, sopraffatta dalla consapevolezza e già avviata alla sua rivoluzione politica, tanto da avere con sé una pistola, parla di sé. Un dejavù.

 

È lo spaccato col quale si apre la rappresentazione. Un’idea si fa largo nella mente: forse le cose non sono sempre andate così. I cinque protagonisti indagano sui fatti per scoprire ciò che accaduto e di cui si è persa la memoria. L’operazione è brillante perché pone crudelmente in evidenza i limiti, a volte cercati a volte no, della possibilità di interpretare correttamente gli eventi così come vengono presentati. Storia e meta storia si mescolano, il tempo si dilata nelle due direzioni. L’oggi e il domani si sovrappongono ricreando drammaticamente lo scenario triste e di desolazione intellettuale e di assenza di vera coscienza politica e sociale. Spietata e vera l’immagine che disegna il volto vacuo e annacquato che l’informazione riesce a fornire di sé ignara, forse, del proprio asservimento e sempre più precotta. Svuotata di ogni significato e di ogni rilevanza si propone come ulteriore mezzo di appiattimento, strumentale e finalizzato.

Il lavoro lucido e divertente, comunque, incanta con continue perle. Il coinvolgimento gentile e mai imbarazzante, come sarebbe stato fin troppo facile, del pubblico, offrono un contatto ancora più diretto con i cinque attori sulla scena.

La domanda a tratti inquieta, a tratti intriga. La rivoluzione? In Italia? Accende una speranza subito smorzata dal fatto che “nessuno se ne accorse”. In ogni caso scopre una apertura, un accesso a qualcosa di nascosto che attrae e che merita di essere indagato. Qualche indizio, una vecchia bandiera, un baule del nonno e il suo contenuto sembrano confermare la tesi. La rivoluzione potrebbe esserci stata…o almeno desiderata. La storia, è vero, la scrivono i vincitori, ma il suo processo di costruzione così come la sua scrittura si reggono su due pilastri fondamentali: il linguaggio e la memoria. Il primo però è la chiave di tutto. È la formula di codificazione e di decodificazione del vissuto. È ciò che rende possibile l’organizzazione e la condivisione del pensiero. La memoria è la stratificazione ordinata e organizzata del vissuto, delle esperienze singole e collettive. Alterare, artatamente, la funzione del linguaggio significa modificare e controllare il processo di decodificazione e di interpretazione della memoria e della verità storica.

La confessione del fantomatico dottor Spoomberg, anzi del suo ologramma, verso la fine dello spettacolo, spiega il «modo con cui venivano manipolate le informazioni da parte delle milizie antirivoluzionarie  per confondere l’opinione pubblica. Quando le milizie mi rapirono mi costrinsero  a collaborare con loro. Il mio compito - prosegue Spoomberg -  era quello di elaborare un algoritmo che provocasse lo slittamento semantico del significato delle parole. In realtà il vero scopo dell’algoritmo Iturp era corrompere il linguaggio. La manipolazione del linguaggio matematico che io portai avanti con l’algoritmo Iturp corrispose perfettamente alla manipolazione del linguaggio naturale, della lingua italiana, portata avanti dal governo a livello massificato. Il significante, ovvero la parola pronunciata veniva mantenuta intatta, il suo significato, però, no. Veniva poco a poco separato dal suo significante, ovvero, veniva deviato. L’algoritmo dapprima spostava di poco il significato, lo apriva a molteplici interpretazioni ambigue, diverse. Solo poi, in un secondo momento, quando il parlante aveva cominciato ad assimilare il nuovo significato, l’algoritmo faceva addirittura dimenticare al parlante il significato precedente. Come fu possibile tutto ciò? Grazie ad un meccanismo semplicissimo: il consenso popolare. Se il popolo era dubbioso l’algoritmo provocava lo slittamento con cautele, con una continua strategia di martellamento attraverso la ripetizione costante per mezzo di tutti i canali di comunicazione: cinema, carta stampata, internet, televisione, radio e il nuovo significato si faceva spazio nella testa del parlante e parole come “intellettuale” o come “filosofo” presero poco a poco ad assumere la valenza di un insulto. Però le milizie sapevano che la loro strategia non avrebbe potuto dare gli effetti desiderati se il popolo avesse continuato ad utilizzare lo spirito critico. Allora passarono alla lotta bilogica. Inserirono un batterio anticritica in tutti gli acquedotti italiani. Così ridussero al minimo lo spirito critico dei cittadini che utilizzavano l’acqua per bere, per lavarsi, per lavare la frutta. L’algoritmo iturp funzionò perfettamente. Una parola come libertà prese a poco a poco a deviare verso altre accezioni più ambigue, il suo significato si confuse con quello di altre parole che avevano la stessa radice ma un significato completamente diverso. Era veramente impossibile capire se si stesse parlando di libertà, di liberismo, di liberalismo o di libertinaggio. In altri casi, invece, il significato non veniva nemmeno sostituito da un sinonimo falso: una volta deviato veniva semplicemente abbandonato su un binario morto. Per esempio: una parola come democratico, che etimologicamente rappresenta la manifestazione del potere popolare, rimase così…vuota. Ora sapete tutto quello che dovevate sapere sul perché un concetto come rivoluzione non ha lasciato traccia».

Come non ricordare a questo punto che lo scorso anno, per il 25 Aprile, una eminente carica dello Stato trasformò, nel suo discorso alla nazione, la “Festa della Liberazione” in “Festa della Libertà”? Anche nel  2161 il problema è la corruzione; la corruzione del linguaggio. Quel furto linguistico di orwelliana memoria, quella continua riscrittura (anche morale) di una neolingua che cominciò con la trasformazione di un grido di incitamento calcistico nel nome di un partito.

Di Davide Carnevali, lo spettacolo che ha debuttato in prima nazionale il 26 febbraio dello scorso anno si è aggiudicato meritatamente la prima edizione di “Scintille”, uno concorso destinato a compagnie teatrali under 30 che intende trasmettere un segnale preciso di forte sostegno delle realtà teatrali che cercano di proporsi all’attenzione del pubblico con testi e performance di altissimo livello.

 

Marco Mura

Ultimo aggiornamento Giovedì 14 Aprile 2011 22:17
 

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