Ultime notizie

Con "In My Mind Tour" il jazz caraibico sbarca in Sardegna
Le sonorità del jazz e i ritmi caraibici s’incontrano per la prima volta in un nuovo progetto musicale made in Sardinia che fonde alla perfezione originalità del genere e orecchiabilità d…

Leggi tutto...



Le notizie

Una scuola di teatro a Kabul. Il sogno di una giovane italiana divenuto realtà
In Afghanistan, a marzo di quest’anno, una giovane volontaria italiana è riuscita a vincere, con tenacia, determinazione e passione, la sua piccola battaglia. Selene Biffi, trent’enne milan…

"I bambini della sua vita" e le sue molteplici chiavi interpretative. Intervista con il regista PDF Stampa E-mail
Cinema - Cinema
Scritto da Margherita Sanna   
Mercoledì 11 Maggio 2011 12:23

Gira, affannosa, bendata e semi nuda, per la stanza che un tempo le era familiare. Ruota, attorno a un asse immaginario di ricordi spezzati e parole non dette. Gira, Alice, ormai ventenne, e con lei la telecamera, a spalla per tutto il film, la segue, ne amplifica le ansie, espande la claustrofobia della sua gabbia ad occhi chiusi. Alice ha vent'anni e della sua vita solo frammenti: l'affetto morboso della nonna Rosaria che l'ha cresciuta e amata come una figlia; la distanza e volubilità della madre Silvia, tossicodipendente e prostituta; l'affetto di Julienne, le loro passeggiate insieme, la filastrocca francese che le cantava; l'aspro conflitto fra sua nonna e il ragazzo, le domande alle quali era sottoposta dalla donna dopo ogni loro incontro; l'insanabile mistero della madre e di suo padre, che non sa chi è, e vorrebbe saperlo. “I bambini della sua vita”, secondo lungometraggio di Peter Marcias, è un film di domande aperte, di Alice e di tutti noi. Lei, che da bambina ha subito un intervento chirurgico per riacquistare la nitidezza della vista, ora, a ventidue anni, si riappropria della casa della nonna, ereditata dopo la sua morte, e con essa, cerca anche di riacquistare “la nitidezza della vista” sul suo passato. Ad aiutarla non ci sarà la madre Silvia (Caterina Gramaglia), ormai in una casa di cura, stabile nella sua apatia cronica; ma lui, Julienne (ottima interpretazione di Julien Alluguette), il miglior amico gay della madre, l'unica figura maschile di cui lei abbia ricordi. Dal carcere nel quale è rinchiuso, al ritmo irregolare delle visite di Alice, Julien farà riemergere dalle ceneri del tempo “i pezzi perduti” del passato.

Girato in una Cagliari molto suggestiva, grigia e solitaria, “I bambini della sua vita” è un film mai scontato nelle sue scelte, stilistiche come drammaturgiche. Lo stesso uso dell'animazione che Marcias sceglie per alcuni tratti del film, rappresentazione del “mondo colorato” nel quale Alice si rifugia, è prova della costante ricerca da parte del regista di vie nuove per uscire fuori dai cliché. È la solitudine e il silenzio a farsi strada tra gli anfratti delle vie di una Cagliari, così poco cinematografica eppure così bella. Marcias, regista trentaquattrenne con una ricca carriera documentaristica, affronta molteplici temi nella sua opera: la droga; la prostituzione; l'incomunicabilità; l'omosessualità; la Chiesa; lo sfruttamento lavorativo; la famiglia. Li lascia scorrere sullo schermo, come fili sottili, sottotraccia. Il regista oristanese, che vive e lavora a Roma, con grande sforzo ­ data la scarsità di finanziamenti­ è riuscito a ultimare questo film, sostenuto da una troupe tecnica di ottimo livello: Osvaldo Desideri per la scenografia, ha fatto un ottimo lavoro; Romeo Scaccia ha scritto una colonna sonora molto interessante, dalla quale emerge con vigore l'ultima canzone di Gianluca Merolli, Piccolo,  “è un bestiario di anime qui, né patrizi né plebei, ma pari non dispari”. Marco Porru, finalista al Calvino 2011 con “L'eredità dei corpi”, ne ha realizzato la sceneggiatura - non alla prima collaborazione con Marcias, con lui infatti ha realizzato anche il documentario “Ma la Spagna non era cattolica?”-, ha saputo scrivere una storia fatta di tante storie che si aprono, ma non si chiudono come il Calvino di “Se una notte d'inverno un viaggiatore”.

Il cast, che vanta attori del calibro di Piera degli Esposti, che ha vinto il premio come miglior attrice non protagonista al 12° Festival del Cinema Europeo, è ricco e variopinto, ma coerente nella sua diversità con la natura stessa del film. Infatti va da un'attrice giovanissima come Giulia Bellu, attrice isolana che interpreta Alice bambina con grande talento, a un attore ben noto come Nino Frassica, ingegnere capo di Julien; da Carla Buttarazzi, nota al pubblico per “I liceali”, Alice ventenne, a Giampaolo Loddo, attore isolano affermato, che avrà il ruolo muto ed evocativo dell'osservatore dalla finestra. Per non parlare di Julien Alluguette, giovane attore francese di teatro e cinema, scelto dal regista dopo averlo visto a teatro, ha saputo rendere il suo difficile personaggio di Julien ombroso e tenero quanto basta. Stupisce infatti come sia possibile che ancora non abbia ricevuto qualche premio per un ruolo che forse era il più complesso di tutto il film. Julienne infatti, è stata la chiave di lettura di tutta la narrazione. È gay, ma non è lapalissiano nei suoi gesti. È desideroso di esser padre, ma non lo dice, lo fa capire nella cura e premura con la quale si occupa di Alice, dove la madre naturale non lo fa. È innamorato, ma non può esternarlo perché la sua è una storia clandestina con un uomo sposato. È un uomo dalla moralità forte, come lo si può vedere in ogni discussione che ha con Rosaria, la nonna di Alice, e Silvia, la madre, perfino quando, all'apice della discussione, si sente dire dalla sua amica Silvia ciò che nessun omosessuale vorrebbe mai sentirsi dire. Ma Julien è anche un rivoluzionario nella sua quiete apparente, lo dimostrerà con il suo gesto finale: uccide un prete. Uccide la Chiesa che aveva condannato la sua relazione. Uccide la Chiesa che di fronte alla richiesta di aiuto da parte della moglie del suo amante risponde “non è una relazione omosessuale”, snaturando per sempre il suo rapporto. Uccide simbolicamente anche sé stesso, e il silenzio che si portava addosso da una vita.

 

È questo Julien e molto altro, come il film “I Bambini della sua vita”.

 

 Margherita Sanna

 

 

 

Intervista al regista Peter Marcias

di Margherita Sanna

 

 

 Margherita: Da Marzullo tu avevi parlato di incomunicabilità e amore per questo film, volevo che me lo spiegassi meglio.

 Peter: Incomunicabilità perché ritengo che comunque sia un film che parla di incomunicabilità perché una ragazza che in tredici anni di “buio” non sia ancora riuscita a chiarire delle cose private con la sua famiglia vuol dire che non ha comunicato tantissimo con la sua famiglia e con tutti. Dunque inizia a sentire l'esigenza, diventando grande, di chiarire certi aspetti della sua vita e di comunicare col mondo di quelli che la circondano. Incomincia a comunicare e a cercare anche amore, a tal punto che va in carcere per incontrare questo ragazzo francese che lei ritiene sia una persona della sua famiglia. E nello stesso tempo poi, amore per il fatto che comunque ­ lo sto ripetendo a iose ­ credo che abbiamo bisogno degli altri per vivere. Ma questo non lo dico perché sono arrivato alla veneranda età

 Margherita: o perché ti sei innamorato

 Peter: sì, infatti, non per quello. No, ma perché credo che abbiamo bisogno degli altri, ma anche di un amico o di un'amica. Dunque lei ha bisogno di attaccarsi a qualcosa. Perché la casa è piena di fantasmi, e lei ha passato una vita molto particolare, con i suoi problemi ecc.

 Margherita: Nel film: lei arriva in carcere e nel primo incontro con Julienne, non si dicono molto, parlano con gli sguardi. Io ho pensato che anche là quello poteva essere un richiamo all'incomunicabilità.

 Peter: Sì, in effetti se tu noti anche il personaggio di Julienne piomba nelle case delle persone, un po' come se fosse un angelo. Qualcuno mi ha fatto notare che poteva essere anche una sorta di favola: questo qui tu non sai chi è, passeggia per la casa, tiene unita questa finta unità familiare così, fa la parte di un papà, fa l'amico della mamma e quasi un fidanzato. Sì, è un film molto strano. Io poi, con la gente che vede e mi spiega le cose anche io sto capendo qualche cosa in più, perché poi alla fine certe cose le fai e non sai veramente perché le hai fatte. Parti da dei personaggi. Però la cosa che mi sono accorto è che questo qui dalle prime scene vaga in questa casa senza che nessuno gli abbia aperto la porta, cioè è come se si è arrogato il diritto di centrare nella vita di questi altri e glielo permettono perché loro, a loro volta, sono anche loro un po' soli, un po' marginali. E dunque c'è un'incomunicabilità allucinante perché questo io lo vedo nella vita reale. Io, personalmente, credo che ci siano problemi di comunicazione in linea generale anche soprattutto tra i rapporti, tra le famiglie. È anche un film sulla famiglia un po' scoppiata. Perché quest'anziana che vuole fare la mamma e vuole tentare con la nipotina quello che non è riuscito a fare con la figlia. Un rapporto molto morboso che la distrugge. Molti mi hanno accusato dicendo “stanno tutti strillando in questo film”. Ci sono le persone che urlano, molto stizzite. Anzi, io credo che urli pure poco la ragazzina quando è grande perché sta male. Io credo che sia molto difficile. Per quelli che lo vanno a vedere e criticano questa cosa io dico: bisogna mettersi nei panni degli altri. Ci sono molti problemi, non possiamo vedere tutto dalla finestra. È per certi versi realistico, e per certi versi anche un po' favola, drammatico.

 Margherita: Con Julienne comunque sei stato molto spietato. Ad esempio, le parole che la madre di Alice dice alla fine del film ­ che poi sono quelle che le avevano detto le prostitute­ ossia “stai con me solo per mia figlia perché sei frocio e non puoi avere figli”, molto duro.

 Peter: Sì, perché è giusto dire anche la verità. Perché molta gente, parlo per me personalmente, ci dice quello che pensa e noi lo accogliamo anche con molto dispiacere, e dunque perché non riservargli anche a lui una battuta molto brutta. Perché lui è un personaggio ambiguo, non si arrabbia mai, ha questa faccia così sorridente, è quasi angelico. È più morboso della nonna. E dunque sì, volevo anche a lui dargli “una mazzata”, perché anche lui è un personaggio strano. Vive questa relazione con un uomo sposato, sta male e si vede, dunque che qualcuno gli ricordi qualcosa, anche se non lo pensano, lui che cos'è immune perché è omosessuale?

 Margherita: Perché hai scelto di fargli uccidere il prete e non la moglie del suo amante?

 Peter: Lì ci ho visto come se ammazzasse l'istituzione Chiesa. Infatti l'ho fatto cartone animato perché la sceneggiatura è di Marco Porru, peraltro adesso sta scrivendo anche un libro, è finalista al premio Calvino, è molto bravo. Però lui voleva una sceneggiatura troppo romanzata, io l'ho visto cartone animato, perché è anche molto retorico quello che dice il prete.

 Margherita: Sì, mi ha ricordato un libro: “Nel nome del Padre” di Silea Balano, edito da Il dito e la luna. Una psicologa va nelle varie Chiese di Roma, e finge di essere omosessuale, avere il marito omosessuale, malata di aids, ecc., e quello che ha detto il prete mi ricorda proprio le parole di quelli reali nel libro.

 Peter: Sì, loro parlano così. Se tu vai a confessarti, a meno che non sia un prete amico, però fondamentalmente loro hanno una buona novella che ti devono ripetere perché è scritto qua, quindi per forza ti devono ripetere quello, non ti possono dire altro, non c'è il caso. È quello e stop. Per forza ti devono dire: fai una preghiera, molla, è una cosa brutta, non è così. Dunque lo sparo è uno sparo all'istituzione, non è molto ricercata quella parte, non l'ho fatta in fiction. È proprio una cosa anche forse astratta, anche solo un suo pensiero. Come un altro giustamente, a Roma, mi ha fatto notare che Julienne forse non era in carcere. È molto strano lo stesso carcere, molto rarefatto. Anche lì c'è molto da dire sul carcere, magari non sta in carcere. Ci sono tanti piani e io sono quello meno adatto a parlarne, perché sono quello che l'ha fatto.

 Margherita: Perché hai usato la macchina da presa in quel modo, molto mossa, a spalla.

 Peter: Sì, perché ritenevo che era la cifra stilistica per questo tipo di film, molto ansiosa. Ci sono tanti maestri che l'hanno usata, Lars Von Trier, molti del cinema horror. Mi piaceva questa cosa dell'ansia.

 Margherita: Fai dire a un certo punto, a Nino Frassica: “Noi abbiamo il compito di farle vedere queste bellezze, non di lasciarle nascoste”

 Peter: sì, criticatissimo anche Nino Frassica, dicono “non c'entrava niente a Cagliari”. Molti l'hanno individuata come una cosa dettata dalla Film Commission che ci ha imposto di dire questo. No, non è vero. Io poi oggi ho visto alla tv un servizio su un assessore che ha detto: noi dobbiamo aprire la manifattura alla film commission, dobbiamo valorizzare, ecc... Hanno detto le stesse cose! Secondo me è giusto per una struttura così imponente valorizzarla. Una volta io sono entrato lì tanti anni fa dove c'era un concerto di Ludovico Einaudi, molto bello. È dunque un concetto che io trovo giusto, perché questa città è molto, per certi versi, immobile. Già la stessa Manifattura Tabacchi poteva diventare una Cinecittà piccola, ma poi non fanno mai partire niente.

 Margherita: Tu hai fatto volontariamente dei richiami ad Almodovar nel film?

 Peter: Anche lì si è creato un equivoco perché tutti citando Almodovar mettono un punto interrogativo. Io lo adoro e stimo tantissimo, però io credo che non c'entri niente con Almodovar perché io lo vedo più verso un'altra direzione, anche con l'animazione. In questi giorni abbiamo proiettato dei corti per i ragazzini delle medie e abbiamo fatto vedere dei corto, c'erano già delle animazioni. È un altro tipo di cinema. Sono dei film molto drammatici ma tenuti in equilibrio dalla favola. Però con Almodovar non c'entra niente.

 Margherita: Tu hai visto “Tutto torna” di Pitzianti?

 Peter: Sì sì

 Margherita: Lui ha dato una Cagliari molto diversa dalla tua, diametralmente opposta. La sua molto multiculturale, aperta, solare; la tua più cupa, quasi dark, molto triste. Qual è secondo te la vera Cagliari?

 Peter: Ma guarda oggi leggevo un post che ha messo uno sulla bacheca di facebook: una ha scritto non mi è piaciuta per niente, Cagliari lì è cupa, invece questa città è bellissima e spensierata. E un'altra sotto ha risposto: beata lei che vede queste cose, io non le vedo. Io credo che ognuno veda a modo suo, ecc. Per essere molto sinceri, per non fare gli spocchiosi, noi il tempo quando abbiamo girato era quello. Dunque avessi pure trovato il sole avrei girato così. Alla fine, perché poi le cose nel cinema non succedono per caso, Fellini diceva “ poi ti ritrovi una cosa in montaggio che non avevi pensato, ma che sta vicino alla carta”, credo che il congegno si sia attivato attorno alla sceneggiatura, che è molto drammatica, e quindi anche la città è vista così. Non potevamo inquadrare tette e culi con quella che si drogava.

 Margherita: Come mai hai scelto di esserci anche tu in una scena? Come mai hai scelto di apparire?

 Peter: (ride) No, così, scherzando. Alla radio da poco ho detto che c'ero, ma non avevamo i permessi per entrare, io entro per forza perché ho l'impronta del documentarista. Per non far sedere persone vere, allora mi sono seduto io nel pulman. Mi piace fare queste cose, perché non so recitare.

 Margherita: Alla Tinto Brass.

 Peter: (ride) ci sono molti registi che fanno queste cose, anche Hitckock. Ma l'ho fatto così scherzando, non c'è nessuna velleità.

 Margherita: Hai progetti a breve termine o in corso.

 Peter: Per adesso stiamo presentando questo film un po' in giro. Faremo una cosa un po' più capillare in tutta Italia, adesso esce in sale importanti Roma, Milano, ecc... Lo presenteremo in diversi festival, siamo candidati al Ciak d'oro, che è ben visibile, dei film piccoli insieme ad altri illustri film di quest'anno. Sì, ho qualche progetto però adesso è un po' prematuro parlarne. Ne ho vari.

 Margherita: Sempre con Marco Porru? Perché ormai andate a braccetto con la sceneggiatura.

 Peter: No, a breve no. Lui tra l'altro ha scritto questo romanzo molto bello. Momentaneamente io gli auguro che glielo diriga un altro regista, magari più grosso che riesca a veicolare di più la storia. Io faccio nel mio piccolo quello che posso, è un film indipendente il nostro.

 Margherita: Tu ti senti più sardo o più italiano?

 Peter: Io? Io mi sento di Oristano. No no, mi sento sì sardo.

 Margherita: Perché gli attori parlano poco e nulla sardo.

 Peter: Sì, ma perché la gente non parla in sardo. Senti le persone parlare in sardo?

 Margherita: Sì

 Peter: sì, anche io, a casa, al mercato,scherzando con gli amici. Però non è importante.

 Margherita: E quindi siccome è un film molto cupo allora non scherzano quasi mai e quindi niente sardo.

 Peter: Sì, ma guarda io sono d'accordissimo con chi fa parlare in sardo i suoi attori. Ma io non ce la faccio, con questa cosa qua non c'entrava niente. Io spero anche che sia l'ultimo film girato a Cagliari perché è stata una parentesi molto drammatica.

 Margherita: Per via dei finanziamenti?

 Peter: A prescindere che non abbiamo avuto finanziamenti, ma è stato difficilissimo girare con vari problemi produttivi. O ci sono i sostegni o altrimenti non si può girare. È molto difficile, si crea un panico. Perché mentre il regista dovrebbe pensare solo a girare, deve pensare ai problemi che scattano perché la gente poi crea dei problemi, giustamente. Se non c'è sotto una base produttiva si creano dei disagi allucinanti, ne risente il regista che assorbe come spugnetta tutte queste cose. Che peraltro ci deve lavorare tutto l'anno. Tu mi dirai, non te l'ha ordinato il dottore di fare il regista, però è veramente difficile. Perché il film è anche un prodotto commerciale, tu lo devi presentare che la gente vada a vederlo. Quello che deve stare attento il più possibile è il regista, perché altrimenti arrivi che ti dicono “questo è girato male, non è distribuibile”. Bisogna stare molto attenti girando, per quello ti ho detto: per adesso non giro niente, perché io personalmente ho le idee molto chiare, ma non le hanno le produzioni. È un momento molto difficile. Se non hai i sostegni giusti rischi solo di fare pasticci. Il film è una cosa collettivissima, noi abbiamo venduto in Francia, in tutto il mondo, invece poi la finisci a scontrarti con delle piccole cose che rovinano questa cosa collettivissima. Se non sei chiarissimo subito rischi di fare un pastrocchio, e noi ci stavamo per arrivare, ma poi sono stato abbastanza bravo da risollevare la situazione.

 

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 12 Maggio 2011 00:02
 

L'orologio

Previsioni meteo Italia


Warning: file_get_contents(http://oiswww.eumetsat.org/IPPS/html/MSG/IMAGERY/IR108/COLOR/CENTRALEUROPE/index.htm) [function.file-get-contents]: failed to open stream: HTTP request failed! HTTP/1.1 404 Not Found in /web/htdocs/www.diario24notizie.com/home/modules/mod_weather/mod_weather.php on line 31
Click per aprire http://www.eumetsat.int
copyright 2019 EUMETSAT

Copyright - www.passioneducati.com

Autenticazione

User:  Pass:        Forgot Password? Username?

Link consigliato

Banner

Link consigliato

Banner