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La tempesta psicologica di Andrea De Rosa PDF Stampa E-mail
Teatro - Teatro
Scritto da Margherita Sanna   
Sabato 12 Marzo 2011 00:00

Era il 20 ottobre 2009 quando “La tempesta” di Shakespeare debuttò in un teatro San Ferdinando di Napoli gremito. Direttore allora dello Stabile di Napoli dal 2008 e stesso regista della pièce era Andrea De Rosa. È il 9 marzo 2011 quando “La tempesta” inonda il Teatro Massimo di Cagliari per la stagione di prosa del Cedac Sardegna.

 

Oggi Andrea De Rosa non è più direttore dello Stabile (infatti fu sostituito nel 2010), ma è ancora in tournée con la sua tempesta. Sua e di Umberto Orsini perché, come dice lo stesso attore nel corso del dibattito pubblico tenutosi presso la Sala Ersu il 9 marzo a Cagliari, “abbiamo lavorato sul testo. La Tempesta l'abbiamo preparata, nel senso che abbiamo tagliato. Abbiamo fatto la traduzione insieme, abbiamo fatto un adattamento, e dentro la tempesta c'è anche dentro un sonetto, il 56 di Shakespeare perché mancava. È una contaminazione autorizzata direi”.

Scarna la scena: ammassi di sabbia intorno al letto da ospedale psichiatrico su cui dorme Miranda, un alto drappo rosso dietro, che, nel corso dello spettacolo si spiegherà in sipario e si aprirà sul banchetto. E nient'altro in questa versione della Tempesta molto diversa dalle precedenti, più beckettiana, con accenti anche Pirandelliani.

Eliminata completamente la prima scena dell'atto primo, in cui Shakespeare ritrae la nave in preda alla violenza della tempesta; la versione di Orsini e De Rosa prende l'abbrivio dal risveglio di Miranda che ha avuto l'incubo della tempesta. Ed è così che la tempesta di Shakespeare diventa una tempesta mentale e psicologica per questo fortunato connubio artistico, iniziato nel 2007 per l'opera Molly Sweeney di Brian Friel.

Prospero racconta alla figlia Miranda (la giovane Federica Sandrini) la sua vera storia, da tanto tempo procastinata. La sua amnesia riguardo al passato è dovuta al fatto che all'età di soli tre anni è stata cacciata insieme al padre da Milano. Infatti Prospero, per meglio dedicarsi alla piccola e allo studio della scienza magica, aveva delegato il fratello Antonio (Flavio Bonacci) per l'amministrazione del regno. Ma quest'ultimo, d'animo cattivo, aveva ordito una congiura insieme al re di Napoli Alonzo (Francesco Silvestri). Così, di notte, padre e figlia erano stati lasciati in mezzo al mare con una barchetta, qualche libro che per carità gli era stato portato da Gonzalo (Enzo Salomone), e poco cibo. Ed è solo grazie all'arte magica di Prospero che si erano salvati ed erano approdati in quell'isola deserta, il cui unico abitante trovatovi era stato Calibano (Rolando Ravello).

“E ora la Fortuna ha trascinato a questi lidi i miei nemici” dice Prospero alla figlia. E ora si consumerà la vendetta che lui ha tanto atteso. Alonzo, suo figlio Ferdinando (Gino De Luca), il fratello Sebastiano (Francesco Faletti), Gonzalo e due marinai (Carmine Paternoster e Salvatore Striano), sono naufragati sull'isola e Prospero li separerà dal giovane Ferdinando e li farà impazzire con l'aiuto di Ariel (Rino Cassano), spirito dell'aria che la madre di Calibano, la strega africana Sicorax, aveva imprigionato a un albero e il mago aveva liberato al suo arrivo nell'isola. Ma nella strada della vendetta Prospero si commuove e acconsente all'unione di Ferdinando e sua figlia Miranda, innamoratisi al primo sguardo, e abbandona i suoi propositi di vendetta.

Il cammino però è lungo e Prospero lo percorre sovrastando tutti gli altri, non solo secondo copione, ma anche per l'adamantina bravura di Orsini che catalizza totalmente l'attenzione dello spettatore. Solo Calibano, non più il mostro di Shakespeare, ma un disadattato mentale alla spasmodica ricerca di un dio, animato da una rabbia infantile e inconcludente, riesce a ritagliarsi sulla scena una sua luce. È convincente, e a tratti parodica, la sua interpretazione del personaggio, affetto da tic alle mani dovuti alla sua ansia sessuale.

Protagonisti anch'essi gli effetti sonori di Hubert Westkemper, ai quali si deve la tempesta in sala, talmente laceranti e forti da far sobbalzare il pubblico in sala, e l'uso delle luci in sala, ad opera di Pasquale Mari, all'inizio ancora accese, poi utilizzate con effetti di ombra e contrasti.

Utilizza la masque del napoletano di Eduardo De Filippo, Andrea De Rosa, che fa recitare in dialetto Gonzalo, Alonzo e Sebastiano, in un siparietto di lazzi e battute che, sebbene di difficile comprensione per chi non conosce il dialetto partenopeo, conquistano e divertono. Un omaggio e un a “contaminazione autorizzata”, per il grande attore napoletano che interpretò proprio come ultima opera “La tempesta”.

Ricca di spunti di riflessione e analisi “La tempesta”, è veramente un'opera teatrale da rivedere perché, come ha detto Orsini, “Ogni recita è diversa. Ogni volta La tempesta è diversa”.

 

Margherita Sanna

 

 

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