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"La via del Pepe" per La notte dei poeti a Cagliari PDF Stampa E-mail
Cultura e spettacolo - Cultura e spettacolo
Scritto da Margherita Sanna   
Sabato 23 Luglio 2011 16:31

Poetico e surreale, ritmico e suggestivo, lo spettacolo “La via del pepe”, andato in scena ieri per “La notte dei poeti” al Teatro Civico di Cagliari, ha emozionato pubblico e critica. Hamal ha diciannove anni e un nome che significa “speranza” in arabo, sta sul ponte della vecchia barca proprio per questo. Sembra di buon auspicio. Lui è uno dei tanti profughi che dall'Africa cerca di arrivare a Lampedusa, c'è anche un neo nato sulla barchetta, uomini stanchi dal lavoro nelle miniere, donne non più tanto giovani e altre nel fiore degli anni, ma lui è il più autorevole profugo: il nipote del grande Bubakar del Belem, guaritore, saggio, narratore delle storie della settima via del Pepe. Lui, che stringe nella mano cinque granelli di pepe, regalatogli dal nonno. E sarà proprio a lui a salvarsi, quando la barca distratta dal silenzio dei suoi viaggiatori, si rilassa e collassa. Sarà lui ad ascoltare la Morte degli annegati, manifestatasi sotto voce di femmina e bellezza assoluta, con i suoi racconti sul pepe, “la spezia che più le ha dato da fare”. Quel pepe, al centro della narrazione e anche della navigazione per secoli, che ha spinto gli uomini bianchi a calpestare gli uomini neri per sfruttare loro e il loro territorio. “Uomo bianco, fame nera”, come dicevano gli antichi. Le storie si dipanano nel corso dei secoli, frutto evidente di un lavoro da parte di Massimo Carlotto, voce narrante dello spettacolo, di attenta ricerca. La musica sarà quella del nonno di Hamal, atta a distrarre la Morte, a ingannarla affinché non uccida il nipote. Si salverà alla fine, dal Morte nel mare perlomeno, ma non dall'ignoranza prepotente dei bianchi che lo rispediranno nel suo paese, in un punto qualsiasi dell'Africa, “tanto è tutta uguale”, perché non crederanno alla sua storia, patrimonio di una subcultura primitiva, lontana dall'occidente sviluppato. La calda voce di Elena Ledda, il liuto di Mauro Palmas, il duduk e le ance di Maurizio Camardi, il basso di Silvano Lobina, la chitarra di Marcello Peghin, intervengono nella narrazione, con una ricchezza di sonorità, che molto devono alla world music e alla musica folk, che riesce a disegnare luoghi lontani e mai visti come il pennello di un pittore. Carlotto, maestro di una scrittura asciutta e razionale, qui ammorbidisce i tratti della sua penna, ma non la trama della sua storia, che, nonostante le divagazioni letterarie da “Le mille a una notte” a “Le Operette Morali” di Leopardi insite nella struttura narrativa, descrive senza indulgenza un mondo occidentale che oggi, come ieri, come sempre, non sa guardare, non sa ascoltare, non può capire.

 

 Margherita Sanna

 

 

 

Intervista di Margherita Sanna a Massimo Carlotto

 

 

 

 

 

Diario24notizie: Da cosa nasce questo spettacolo?

 

Carlotto: Questo spettacolo nasce da molte cose, nel senso dalla voglia di continuare a lavorare insieme a Mauro Palmas e Maurizio Cannas con cui collaboro da tanto tempo, dalla voglia di non aver mai lavorato insieme ad Elena Ledda. E quindi questa è stata l'occasione per mettere insieme uno spettacolo dove la musica e il testo si fondono per raccontare una storia che si dipana tra passato e presente. È di fatto una storia africana raccontata da bianchi.

 

Diario24notizie: Lei normalmente scrive dei libri molto impegnati e ha detto in molte interviste che dato che non c'è più un giornalismo di reportage lei cerca di spiegare attraverso la narrativa i fatti di attualità. Veramente lei crede che non esista più un giornalismo di reportage?

 

Carlotto: No, non esiste più un giornalismo di inchiesta che si occupi di criminalità organizzata.

 

Diario24notizie: Le posso chiedere un suo parere sulle vicende di Quirra, lei ha scritto un libro su questa vicenda.

 

Carlotto: In cui avevamo anticipato quello che sarebbe accaduto, perché il noir è così: anticipatore. Usa i metodi di lavoro del giornalismo d'inchiesta applicandoli al romanzo. Avevamo anticipato, avevamo capito che non ci poteva essere una soluzione differente. Il problema è che non si può trattare la gente in questo modo. Andava presa una soluzione prima politica civile, coinvolgendo la società sarda nel suo complesso, senza aspettare un doveroso agire della magistratura, che non poteva agire in maniera diversa.

 

Diario24notizie: Immagino che se le dovessi chiedere chi ha ragione mi direbbe che non esiste bianco o nero...

 

Carlotto: è una società dove impera il grigio.

 

Diario24notizie: E secondo lei gli allevatori cosa dovrebbero fare? Continuare a manifestare come stanno facendo?

 

Carlotto: Ognuno difende i suoi interessi, certo che se lei gira a livello nazionale l'idea che tutti hanno di Quirra è di una zona altamente inquinata. È un discorso che va chiarito. C'è un principio che è fondamentale: quando si pensa che stia accadendo un danno alla comunità bisogna bloccare tutto e indagare fino in fondo per togliere ogni dubbio. Qui invece con questo metodo che è stato usato in questi anni, soprattutto dal mondo politico, è stato quello di creare una grande confusione. D'altra parte noi veniamo da un lungo periodo di depistaggio, e il depistaggio colpisce gravemente i cittadini. Il problema è enorme. Non si può non adottare una linea di rigore assoluto per la ricerca della verità. E questo può essere solo attraverso la scienza e l'applicazione delle scienze forensi alle indagini della magistratura. Non c'è altro modo. Dall'altra parte però c'è un grande interrogativo sociale a cui bisogna dare delle risposte. È chiaro che i pastori, la popolazione che viene colpita da questi provvedimenti – che secondo me sono assolutamente giusti- vanno difesi, devono essere in qualche modo tutelati dalla collettività. E la collettività qui si chiama regione Sardegna.

 

Diario24notizie: Lei ha letto la cronaca di questi giorni sul caso Tirrenia? Cosa ne pensa?

 

Carlotto: Il problema è che la Tirrenia non è mai stata sarda. Uno dei grandi problemi della Sardegna è che non ha mai gestito delle proprie linee di comunicazione, e questo oggi si sta rivelando un danno. E invece i sardi dovrebbero diventare autonomi dal punto di vista della comunicazione. La comunicazione è fondamentale per lo sviluppo economico, sociale, per il progresso del territorio. Il fatto di non averne è quasi sempre stato un limite.

 

Diario24notizie: Tornando al suo spettacolo, quali differenze ci sono fra questo tipo di narrazione teatrale a quella nei suoi romanzi?

 

Carlotto: Il romanzo si struttura su alcune regole fondamentali, quelle della narrazione. Il teatro non ha regole, anzi ne ha una sola: che agisce sull'emozione. L'emozione è il motore della narrazione. Le parole vanno costruite su un terreno di emozione, e qui vanno costruite anche in simbiosi con la musica. Qui la musica non ha una funzione di accompagnamento, sono assolutamente paritarie, nel senso che testo e musica sono uguali nello spettacolo perché narrano allo stesso modo.

 

Diario24notizie: Come lo definirebbe questo tipo di teatro?

 

Carlotto: Teatro di narrazione. Io faccio me stesso, non faccio l'attore, e quindi racconto.

 

Diario24notizie: Lo scopo ultimo di questo racconto? Qual è il messaggio che vorrebbe mandare?

 

Carlotto: Non c'è nessun messaggio, ovvero ce ne sono fin troppi, ma non è un problema mio il messaggio, ma di chi ascolta.

 

Diario24notizie: Lascia agli altri la decodifica.

 

Carlotto: Beh per forza. Io racconto, dico delle cose chiare. È una storia africana raccontata da bianchi a bianchi.

 

Diario24notizie: Lei è un talent scout. Come lo sceglie un talento narrativo, sicuramente avrà valutato tantissime persone?

 

Carlotto: Mah, io parto dal presupposto che se nessuno mi avrebbe letto non mi avrebbero mai pubblicato. Mi sembra quindi doveroso farlo. Ma soprattutto mi piace l'idea di costruire dei percorsi comuni insieme a dei giovani autori in modo che la scrittura diventi anche formazione. Perché la scrittura, al di là di quello che si suppone normalmente, presuppone un altissimo livello di professionalità: bisogna saperla fare. Non è una cosa che ci si inventa dall'oggi al domani. E questo in forma comunitaria può essere anche una via più veloce per aggiudicarsi una serie di strumenti. Quello che mi interessano sono le storie, storie ben scritte ma storie che raccontano quest'Italia di oggi.

 

Diario24notizie: Finora ha trovato qualcosa di interessante?

 

Carlotto: Beh molto. A parte l'esperienza con il collettivo Sabot, adesso ad Agosto uscirà questa nuova collana delle edizioni e/o che si chiama Sabotage, che io curo ed escono due romanzi: “La ballata di Mila”, che è una storia ambientata nella mafia cinese in Veneto; e poi “Lupi di fronte al mare”, che è una storia sulla mala sanità in Puglia. Sono Nord e Sud, sono questi due romanzi che escono in contemporanea e raccontano l'Italia di oggi, sono romanzi che mi sono piaciuti molto.

 

Diario24notizie: Le sue storie hanno dei personaggi molto ben strutturati, che poi si riportano nella memoria collettiva dei lettori, come si costruiscono personaggi così vincenti?

 

Carlotto: Io in realtà non lavoro mai sui personaggi, per me comanda la storia. I personaggi sono solo funzionali, strumenti per raccontare la storia. Infatti io in sei romanzi e due racconti l'Alligatore non l'ho mai descritto, e nemmeno Giorgio Pellegrini. È il romanzo che crea queste sinergie. Ma io il personaggio lo tratteggio appena, è la storia che in qualche modo lo rende vivo e lo costruisce passo dopo passo.

 

Diario24notizie: Era questo che si aspettava dalla sua vita?

 

Carlotto: No

 

Diario24notizie: Ed è soddisfatto?

 

Carlotto: Sì

 

Diario24notizie: Guardandosi indietro lei pensa che ciò che ha vissuto l'ha plasmata nell'uomo che è e le ha dato la forza di andare avanti e raggiungere questo successo?

 

Carlotto: In realtà io non mi guardo mai indietro. Perché è una pazzia farlo comunque, ma per tutti. Ma che senso ha? Il presente e il futuro ha una valenza enorme. Altra cosa è la memoria. Ma la memoria non è passato, è una cosa ben diversa. È una serie di accadimenti che comunque sono stati motore di idee, riflessioni, esperienze. Ma la memoria è una cosa che è appesa lì, da cui uno attinge senza saperlo. Ma la partita si gioca nel futuro. Guardarsi indietro è una perdita di tempo assoluta.

 

Diario24notizie: Lei si sente un sardo d'adozione?

 

Carlotto: Io mi sento un sardo attualmente immigrato in Veneto, poi in Veneto dico che mi sento un veneto ritornato a casa. Ma sto scherzando.

Ultimo aggiornamento Sabato 23 Luglio 2011 18:22
 

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