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Quell'alito caldo che non ci abbandona mai PDF Stampa E-mail
L'Editoriale - L'Editoriale
Scritto da Margherita Sanna   
Martedì 08 Novembre 2011 18:53

Come si fa? È la domanda più spontanea, sentita e profonda che esce fuori come un missile dalla bocca. Come si fa a vedere tutto questo? Ancora, e ancora. Il telegiornale, internet, il giornale, tutti i mezzi di comunicazione sono diventati un incubo, perché ormai le notizie non solo brutte, ma disastrose, disperanti, si rincorrono. Sembra un film di fantascienza, uno di quelli in cui l'umanità viene spazzata via, e aspetti che succeda. Dici: è ora, è arrivato il momento. Ma poi spunta il sole, smette di piovere, o rallenta un po', e capisci che non è ancora arrivato quel giorno. Eppure lo senti sempre più vicino, con il suo alito caldo che ti soffia sul collo. Vorresti scacciarlo. Vorresti allontanarlo da te. Ma è sempre lì, come una mosca fastidiosa, come un rumore di sottofondo, sottile e presente, che ti ricorda sempre che quel giorno arriverà, e tu non sai mai quando.

Genova è rabbia e disperazione. Genova è quelle bambine morte, quelle donne scomparse, quel bambino che ha visto la sua mamma morire. Genova fa male al cuore. Commuove, con le sue storie, anche quando nessun giornalista calca la penna o il microfono, solo la verità nuda e cruda è sufficiente a far scendere una lacrima, involontaria e automatica. Perché quel bambino potrebbe essere mio figlio, o mio fratello, perché quella donna morta potrebbe essere una persona a me cara, una mamma, un'amica, una fidanzata, una collega, o la mia vicina di casa, quella che vedo tutti i giorni fare la spesa con il suo carrellino che trascina per il marciapiede. Perché la vita è fatta di queste cose: affetti, relazioni umane, che sembra impossibile possano essere spazzate così, da un torrente d'acqua e fango. E amaramente pensi a quella ragazza, a soli 19 anni, che andava a prendere il fratellino. Morta. E quella bambina di un anno? Un anno, un batuffolo di morbidezza e sorrisi, gioia pura per chi la circondava. Morta. Come non capire i cittadini di Genova che urlano contro il sindaco? Come non capire la loro rabbia, il loro dolore? Ma come non capire anche quel sindaco che non si aspettava tutto questo, perché nessuno se l'aspetta, anche se il suo mestiere è quello: prevenire, assicurarsi di fare il massimo per la protezione dei cittadini. Non è facile però, perché in certi mestieri sembra sempre che si sbagli, e certe volte gli errori sono fatali. Ma umanamente chi se lo aspettava? Quell'uomo che ha lasciato la famiglia in macchina, solo per un attimo, per fare una cosa ordinaria come prendere una scatola degli attrezzi, come si sente oggi? E domani? E dopo? Bisogna trovare sempre qualcuno con cui prendersela, certo. Ma sono tragedie queste. Spesso senza senso. Tragiche per chi muore e pesanti per chi sopravvive, perché è a loro che spetta il compito della ricostruzione di sé e dell'ambiente circostante, è nei loro occhi, nelle loro parole che sopravviverà per sempre o solo fin che avranno vita, il ricordo di quei momenti. E forse, dopo le lacrime, dopo la ricostruzione fisica dalle macerie, la cosa più importante, essenziale, vitale, da fare è raccogliere quelle memorie, perché dai racconti riemergeranno i vuoti, gli errori, e si capirà ciò che si può fare e fare meglio. Per prevenire. Per proteggersi. Per cercare di allontanare un po' da sé quell'alito caldo, per dirgli: no, non è ancora il momento. L'umanità ha voglia di vivere, ancora. Nonostante il dolore, le sconfitte. Nonostante sembri sempre non arrivare il sole. Nonostante la fame, la disoccupazione, la malattia, siano ad ogni passo, mentre prima erano dietro l'angolo, nel vicolo buio. Nonostante l'Italia si stia rivestendo con un lenzuolo nero, di morti, sul lavoro, per catastrofi naturali, suicidi di disoccupati, uomini e donne assassinati ingiustamente, brutalmente. Nonostante tutto questo, gli dico: No, l'umanità ha voglia di vivere, ancora.

 

Margherita Sanna

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 10 Novembre 2011 01:21
 

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