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Non studiano non lavorano, sono i giovani “neet” PDF Stampa E-mail
Sociale - Sociale
Scritto da Luisa Cocco   
Mercoledì 09 Novembre 2011 09:54

La chiamano con un acronimo inglese ma la generazione “neet” (not in education, employment or training) riguarda in modo sempre più impressionante anche il nostro Paese. Da Nord a Sud, infatti, continua a crescere il numero di giovani, tra i 15 e i 29 anni, che non hanno un’occupazione: inattivi sul lavoro, non continuano gli studi all’università né tanto meno s’inseriscono all’interno di circuiti di formazione o aggiornamento professionale. Già presente prima della crisi, il fenomeno però sembra aver subito nell’ultimo anno una vera e propria impennata forse proprio a causa degli effetti di questa. A lanciare l’allarme è Banca Italia che nel suo rapporto sulle Economie Regionali ha fotografato una situazione ben poco rassicurante: basti pensare che soltanto nel 2010 il numero dei “neet” ha superato i 2,2 milioni, ovvero il 23,4% della popolazione under 30. In pratica quasi un giovane su quattro non lavora né studia.

Ma chi sono veramente questi due milioni di nuovi analfabeti lavorativi? Dove vivono e che titolo di studio hanno? Molti sono giovanissimi che hanno appena terminato la scuola dell’obbligo e lavorano in nero, soprattutto al Sud; ci sono poi i demotivati, coloro i quali cioè hanno smesso di cercare un impiego perché scoraggiati dai mille tentativi andati a vuoto; e infine ci sono i laureati che nonostante le loro competenze hanno trovato difficoltà ad inserirsi in un mercato ormai saturo. Distribuiti un po’ in tutta la Penisola i “neet” sono più concentrati al Meridione, anche se l’effetto della crisi ha ridotto il tradizionale divario tra Nord e Sud. A pagarne le spese quindi un po’ tutti ma soprattutto le donne, in particolare quelle con un livello di istruzione medio basso, licenza media o al più diploma superiore. Tristemente rassegnati a non trovare lavoro, i “neet” vivono per la maggior parte ancora a casa dei genitori, unico reale supporto economico della famiglia, in attesa che qualcosa cambi, in attesa di tempi migliori.

Tra questi c’è chi ha perso il treno dell’istruzione, chi nel frattempo è diventato troppo grande per essere inserito nel mercato del lavoro e chi semplicemente ha perso la motivazione strada facendo. Quello che i numeri non dicono, infatti, sono i motivi che spingono una fetta così consistente della popolazione giovanile a vivere una condizione che il più delle volte si traduce in una scelta forzata. Insicurezza economica e scoraggiamento di fronte alle difficoltà strutturali e sistemiche del mercato del lavoro sono, infatti, tra le ragioni principali che spesso inducono un giovane a desistere tanto nello studio quanto nel lavoro. In questo modo però nessuno potrà mai conoscere o sfruttare il potenziale di questi giovani che, intrappolati nel loro limbo di inattività cronica, non riescono in alcun modo ad inserirsi nel mondo del lavoro, con tutta una serie di conseguenze a catena anche dal punto di vista pensionistico. Scivolando ai margini del mercato occupazionale, queste persone infatti rischiano di non contribuire mai al sistema previdenziale rappresentando così soltanto un’inutile ostacolo per la ripresa economica del paese.

Luisa Cocco

Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Novembre 2011 11:34
 

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