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La drammaticità dell’esistenza nel film di Carlo Verdone PDF Stampa E-mail
Cultura e spettacolo - Cultura e spettacolo
Scritto da Margherita Sanna   
Martedì 13 Marzo 2012 15:16

Carlo Verdone firma uno dei suoi recenti migliori film. Posti in piedi in Paradiso, sceneggiatura di Carlo Verdone, Pasquale Plastino e Maruska Albertazzi, e regia di Carlo Verdone, è destinato al successo, e già si nota dagli incassi: anche questo week end con 2. 146. 023 euro si conferma al primo posto in classifica. Il film racconta la storia di tre nuovi poveri, così come sono stati definiti dalla stampa negli ultimi anni, padri separati, che spendono talmente tanto per assegni familiari da vivere con poco o niente, spesso perfino senza lavoro, costretti a vivere in macchina, oppure in alloggi per senza tetto. Ed eccoli dunque i “nuovi poveri” verdoniani: Ulisse (Carlo Verdone), ex produttore cinematografico di successo, ora possiede un negozio di dischi in vinile e “oggettistica” vintage nel quale è costretto a dormire per necessità. La moglie e la figlia diciassettenne vivono a Parigi, e la prima non gli perdona ancora di averle fatto buttare all’aria la sua promettente carriera; Fulvio (Pierfrancesco Favino), è un giornalista, prima critico cinematografico di successo, ora ridotto alla cronaca rosa e a vivere in un convento. La moglie l’ha lasciato perché lui l’ha tradita “epistolarmente” con la moglie del capo. Domenico (Marco Giallini), è stato un immobiliare di successo, ma ha dissipato tutte le sue ricchezze nel gioco d’azzardo. La moglie l’ha lasciato, l’amante gli manda il fratello e il padre per farsi dare gli alimenti “con la forza”, vive in una barca prestata da un amico e fa l’escort per arrotondare. Sono soli, distrutti dai loro fallimenti, un po’ depressi, ma attaccati alla vita. Domenico incontrando Ulisse e Fulvio per mostrar loro una casa, capisce subito di trovarsi di fronte a due “poveri disgraziati” come lui, e così riesce a convincerli a vivere insieme in una casa un po’ sconquassata, ma sempre meglio delle loro sistemazioni provvisorie. Dalla coabitazione forzata si svilupperà la loro conoscenza, rendendoli l’uno protagonista della vita dell’altro con risvolti comici e drammatici. Verdone firma il Rinascimento della Commedia Italiana con quest’opera che trae le sue origini dalla lunga e “sacrale” tradizione italiana. Monicelli, Risi, Scola, Posti in Piedi in Paradiso è stato paragonato ai film dei Maestri della Commedia Italiana, un genere di cui talvolta ci si vergogna, ma che ha reso grande il nostro cinema e ha saputo raccontare l’Italia meglio di altri film con intenzioni “più serie”. Carlo Verdone dimostra la sua maturità e capacità nel ritagliarsi il ruolo meno protagonista fra i tre, o meglio fra i quattro, perché l’altra protagonista del film è Micaela Ramazzotti, che interpreterà Gloria, una cardiologa squilibrata che cura i malati pur essendo “una malata”. Spalla di Verdone, affianco al quale reciterà per gran parte del film, Micaela Ramazzotti eccelle, riuscendo a rappresentare lo stereotipo della bionda facile e stupida, uscendo fuori da esso e arricchendolo di drammaticità e comicità. Ottima performance per quest’attrice trent’enne che si definisce un’attrice popolare, e sa esserlo. Marco Giallini riveste i panni che spesso sono stati di Verdone, il furbacchione, tombeur de femme in rovina, simpatico, furbo, divertente, è il fulcro della comicità. Pierfrancesco Favino, nei panni di un’altra maschera verdoniana, il timido, l’impacciato e frustrato giornalista, riesce con abilità tecnica a tenere il passo sulla scena. Carlo Verdone, pur essendosi ritagliato un ruolo meno rilevante fra tutti, è sempre Carlo Verdone. Riempie la scena perfino nell’essere spalla. Il film scorre per quasi due ore in velocità, con un ritmo sempre serrato, e un elevato “tasso di risate”, alcune amare, ma pur sempre capaci di mostrare la realtà contemporanea con leggerezza e ironia. Innumerevoli gli spunti di riflessione che si trovano nel film, al di là della stessa tematica dei padri separati, ma vengono toccati così, en passant, senza appesantire la narrazione, a volte sorridendo, a volte lasciando allo spettatore il compito di coglierli e decodificarli. Carlo Verdone riesce a raccontare la drammaticità dell’esistere di tutti i giorni, non solo dei tre padri, ma dell’essere umano nel tempo odierno, passando trasversalmente da generazione a generazione, ceto sociale, etnia, per raccontare un’umanità appesantita dalle miserie, ma sempre protesa – anche quando non lo ammette- a ritagliarsi la propria fetta di Paradiso in terra.

Margherita Sanna

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 17 Marzo 2012 08:20
 

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