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La vittoria dell’orchidea di ferro PDF Stampa E-mail
Esteri - Esteri
Scritto da Margherita Sanna   
Venerdì 06 Aprile 2012 17:12

Ha vinto Lei, The Lady, la donna gandiana che ha conquistato il cuore della Birmania. 44 seggi sui totali 674 del Parlamento. 44 seggi sui 45 disponibili. Un risultato storico quello della Lega Nazionale per la Democrazia guidata da Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991. Un’immensa rivoluzione democratica che sta cambiando il volto di questa terra di conflitti e sangue, duramente massacrata da una dittatura militare per decenni, schiacciata dai conflitti economici per la sua posizione strategica e la peculiarità della sua terra ricca di materie prime (legnami, metalli, gas, pietre preziose). Aung San Suu Kyi non è al capo del governo, è doveroso ricordarlo, ha vinto le elezioni suppletive, ma sarà solo un membro del Parlamento: non potrà imporre la sua volontà di cambiamento, infatti per Costituzione i militari hanno diritto al 25% dei seggi, una maggioranza più che bulgara. La sfida che l’«orchidea di ferro», dovrà affrontare sarà difficilissima. Dismessi i panni dell’eroina non violenta Aung San Suu Kyi dovrà cercare di cambiare il volto della Birmania, ribattezzata Myanmar dal regime nel 1990. Un Paese su cui gravano aspre sanzioni da parte dell’Unione Europea e degli USA fin dal 1990, ulteriormente inasprite nel 2007 a causa della violenza con la quale sono state represse le manifestazioni pacifiche dei monaci. Un Paese estremamente povero, nel quale il tasso di cambio multiplo è a vantaggio delle imprese di Stato e del regime dunque, e in cui l’economia è in forte stallo, privata di una leale concorrenza nel libero mercato. Per non parlare poi delle innumerevoli accuse al regime rivoltegli da Amnesty International per la mancanza di rispetto dei diritti umani (stupri, maltrattamenti, violenze). Il Myanmar oggi è ridotto alla fame, il risultato delle elezioni del 1 Aprile è stato – come ha detto la “Lady delle ghirlande” – “l’inizio di una nuova era”. Ha firmato il patto del perdono e della dimenticanza, decidendo di non processare le persone che l’hanno perseguitata in tutti questi anni: ben 15 anni fra carcere e arresti domiciliari per impedire che la popolazione si ribellasse al regime accompagnata da questa eroina del nuovo millennio. 67 anni, una salute cagionevole, Aung San Suu Kyi ha le idee molto chiare: il suo obiettivo è la rinascita del Paese. La Birmania ce la può fare secondo lei, è una terra ricca di risorse naturali, florida, che attraverso un lavoro collettivo potrebbe rialzarsi. Ma le pressioni a cui sarà soggetta saranno innumerevoli, a partire dall’ombra del Dragone Rosso che cala sul Myanmar. Infatti durante tutti gli anni dell’isolamento, la Cina è stata il maggior investitore del Paese con interventi anche diretti. Allo stesso tempo anche gli USA sono fortemente interessati all’evolversi della situazione, e la stessa Aung San Suu Kyi ha un canale di comunicazione diretto con l’America, infatti perfino Hillary Clinton le fece visita. E inoltre bisogna ancora aspettare di vedere concretamente se la Lady riuscirà a sedere in Parlamento. Lei è cauta, prudente, ha provato sulla sua pelle la gioia della vittoria (vinse infatti le elezioni già nel 1990, ma furono annullate) e l’asprezza di vederla calpestata. Conosce il dolore e il sacrificio questa dolce donna birmana che ha dato tutta la sua vita, i suoi affetti (nel 1999 alla morte del marito non poté partire per assisterlo perché altrimenti non sarebbe mai più ritornata in Birmania), per la causa della democrazia pacifica nel suo Paese, una ragione di vita sua, ma anche di suo padre, Aung San, il generale che portò la Birmania all’indipendenza e fu assassinato dai suoi nemici. Grandi speranze si posano su questa “orchidea di ferro”, e tutto il Mondo si augura che la sua democrazia pacifica possa portare il suo Paese ad una vera e propria rinascita.

 

Margherita Sanna

Ultimo aggiornamento Sabato 07 Aprile 2012 09:59
 

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