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Scajola vattene? Meglio la Sardegna ingannata PDF Stampa E-mail
Italia - Italia
Scritto da Marco Mura   
Martedì 04 Maggio 2010 08:34

Scajola vattene. È il titolo che nel pomeriggio di ieri Giovanni Maria Bellu, codirettore dell’Unità ha proposto al direttore, Concita De Gregorio, durante la riunione di redazione tenuta in collegamento diretto davanti a moltissimi cittadini cagliaritani che, accorsi in massa per dare il benvenuto all’“Unità mobile”, hanno risposto con un applauso spontaneo e significativo. Bellissima e  affascinante come sempre e affiancata dai suoi collaboratori, Paolo Branca, Francesca Fornario e Maria Zegarelli, la De Gregorio propone a sua volta, considerando l’importanza e l’intensità della trasferta isolana della redazione, una prima pagina dedicata alla “Sardegna tradita da sempre dalle promesse dei premier”. Introdotta da Bellu che ricorda quanto sia importante per il giornalismo attuale riscoprire il metodo gramsciano, parla a ruota libera il direttore, e pur affrontando con serietà temi importanti non perde la sua capacità di usare l’ironia come quando chiede ai suoi collaboratori di scoprire quanti figli abbia il ministro Scajola… Dimostra tutta la sua umanità quando racconta delle “nicchiette” de L’Aquila: “Il centro storico più grande d’Italia è ancora là - racconta – esattamente come lo ha lasciato il terremoto. Non servono le new towns, non servono le casette, oltretutto insufficienti, con le loro belle parabole sul tetto. La ricostruzione di un territorio ferito e devastato come quello abruzzese deve necessariamente passare prima di tutto attraverso la ricostruzione dei centri storici. In essi risiede la vera identità delle popolazioni. I centri storici rappresentano il posto in cui le persone si riconoscono per la loro appartenenza. Se non si ricostruiscono i centri storici crescerà una intera generazione senza identità che avrà come unico svago quello di guardare la televisione e di frequentare i centri commerciali raccomandati dalla pubblicità. A L’Aquila esisteva un posto, una bellissima scalinata barocca che degradava dolcemente dove i ragazzi si incontravano, dove socializzavano, dove si innamoravano. Tutti noi abbiamo bisogno di un posto così…”. 

Formazione e informazione, scuola e televisione sono i temi dominanti dell’incontro. E a proposito di televisione, dopo la riunione “pubblica” di redazione, nell’aprire il dibattito con i cagliaritani che gremivano la sala Concita De Gregorio ha dichiarato: “Come dicono i nostri manifesti, noi siamo venuti qui per ascoltarvi, per sentire le vostre proposte, le vostre richieste o le vostre lamentele se ce ne sono. Siamo venuti a parlare oltre che di formazione, soprattutto di informazione, anche se poi alla fine sono la stessa cosa o le facce della stessa medaglia nella certezza che noi viviamo un tempo molto cupo. Non voglio drammatizzare ma non c’è molto da scherzare con queste cose. I nostri maestri di giornalismo, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca…ormai da tempo ci dicono guardate che noi  siamo dinnanzi a un golpe bianco e loro, di golpe o di tentativi ne hanno visti davvero. IO sono certa di questo e noi siamo convinti che siamo difronte a una specie di golpe mediatico. Una sorta di tirannia che si sviluppa in maniera omeopatica e impercettibile e che utilizza le previsioni come strumento di battaglia…come arma di guerra. Io questo lo dico consapevole dell’impopolarità che ha il parlare di televisione e il parlarne male. Nessuno ti sta più a sentire. Però questa è una colpa anche dell’opposizione: il non aver capito in tempo che cosa stava succedendo. O non averlo voluto o non averlo saputo capire. Non parlo solo del conflitto d’interessi. Naturalmente quello il problema principale dal punto di vista politico. Il non aver risolto quel problema è la ragione per la quale siamo qui oggi a cercare di arginare il danno. Ma non è solo questo. Il problema è di tipo culturale. Questo paese in vent’anni, più o meno, la data di nascita di questo fenomeno molto chiaro e preciso di disarticolazione della possibilità di pensare in proprio, di formare una propria coscienza critica, di avere una propria consapevolezza di una popolazione, di generazione che si sono venute formando dagli anni ’80 in poi, corrisponde con la data di nascita di quella società che allora si chiamava ‘Canale 5 srl’. Era il 1979. Ci sono voluti parecchi anni perché si strutturasse. Allora il jingle era ‘torna a casa in tutta fretta c’è il biscione che ti aspetta’. Ve lo ricordate? Sembrava una cosa divertente, una rima…in realtà è esattamente un piano di guerra. Era un proclama di guerra. L’idea è ‘stai a casa tua, ti informi attraverso la televisione, quello che devi sapere lo decidiamo noi. Non c’è niente di più interessante che stare a casa a guardare la televisione. Torna a casa in tutta fretta: qualunque altra cosa fuori è meno interessante di quella perché c’è il biscione che ti aspetta. Sono passati trent’anni. Io me lo ricordo. Però molti di voi, chi ha meno di trent’anni non se lo può ricordare. È nato che c’era già il biscione che ti aspettava. Un po’ come per le nicchiette: non sa che cosa è successo esattamente. È nato così, il mondo era già questo quando è nato. Non voglio portarvi troppo lontanto…ma parlando di golpe bianco quelli che hanno più di trent’anni si ricordano anche che c’era, un tempo, un personaggio che si chiamava Licio Gelli e c’era un piano che si chiamava ‘piano di rinascita’ di una loggia massonica che si chiamava ‘P2’. In questo piano di rinascita, ormai non lo legge più nessuno, perché nessuno legge più niente, (sette italiani su dieci guardano solo la televisione, e quelli che non guardano la televisione probabilmente leggono le etichette dello shampoo altrimenti non si capisce come sia possibile essere arrivati fin qui) però in quel piano c’era già scritto tutto. Io ero bambina allora, è una cosa che non ho vissuto: l’ho imparata. Evidentemente qualcuno me la deve aver raccontata. Il passaggio di testimone del sapere che ha funzionato bene ancora fino alla nostra generazione ha smesso di funzionare nella generazione successiva. In quel piano c’era scritto che bisognava disarticolare i poteri, che bisognava dividere, che bisognava isolare la magistratura etc. Il capitolo sull’informazione e il sottocapitolo che riguardava la scuola e la formazione era decisivo  perché, naturalmente, è cruciale avere un popolo inerte, incapace di reagire. D’altra parte Gramsci diceva ‘abbiamo bisogno della vostra intelligenza non delle vostre spade’. L’intelligenza si nutre del sapere e disarticolare l’industria del sapere vuol dire spegnere l’intelligenza. Spegnere l’intelligenza e accendere la tv….ecco fatto che c’è il biscione che ti aspetta. Se ce la facciamo, noi ci metteremo altri vent’anni a ricostruire quello che in questi ultimi venti è stato distrutto. Io credo che si debba cominciare con ‘ieri’. Bisogna cominciare adesso, ora, questo pomeriggio perché ogni giorno che perdiamo è un giorno in più. Penso - continua Concita De Gregorio – che sia proprio un nostro dovere farlo perché da poco è stato il 25 aprile, noi siamo stati al campo di concentramento di Fossoli che è vicino a Carpi, in Emilia. È un campo di concentramento gestito dagli Italiani. Bisogna dirlo, non sono passati secoli ma solo pochi anni: gli Italiani, consapevolmente, i fascisti italiani gestivano un campo di concentramento a Carpi dove riunivano gli ebrei italiani per spedirli ad Auschwitz. Ci sono persone che ci hanno accompagnato al campo che se lo ricordano. Di questo non si parla più, nessuno lo sa, è tutto sdoganato. Tutte le parole sono lecite, Tutto, qualsiasi cosa non fa impressione. Con quei partigiani, alcuni dei quali ci hanno detto delle cose bellissime del tipo: ‘noi abbiamo fatto la resistenza e  non avevamo nemmeno la terza elementare…e adesso voi che siete tutti laureati che pensate di fare con tutto questo sapere?’ Le grandi rivoluzioni della storia le hanno fatte le persone molto semplici. Eserciti di persone semplicissime.  Adesso che siamo diventati tutti molto colti? Quale è il livello di consapevolezza? Gli stessi vecchi partigiani ci dicevano anche: ‘la resistenza non è una cosa da celebrare, è una cosa da esercitare adesso. Voi dovete celebrare chi è morto esercitando ora quello spirito nelle forme in cui ce n’è bisogno adesso’. Certo ora non occorre andare sulle montagne, le forme di resistenza che bisogna esercitare adesso le sappiamo noi, non ce le devono insegnare loro. Le sapremmo noi se sapessimo mettere in moto la nostra intelligenza che invece è stata in maniera scientifica e sistematica ‘attutita’. Vedete cosa stanno facendo con la scuola? Noi avevamo le scuole migliori del mondo. Io non so che tipo di politica sia quella di chi non investe nei giovani e nel sapere e nella ricerca. Guardo i numeri e vedo che altri paesi del mondo, anche vicinissimi, anche se in difficoltà, anche paesi europei in crisi investono una percentuale del loro prodotto interno lordo in ricerca che è dieci, quando non quindici, volte la nostra. Il nostro paese non investe in ricerca, non investe in sapere, non investe in istruzione. Non investe nel suo futuro. È un paese che vive in una specie di eterno presente dove l’unica cosa interessante è che chi è al potere ci resti, possibilmente il più a lungo possibile. Senza lungimiranza. Non c’è nessuna intenzione di pensare a dopodomani. La critica che Berlusconi ha fatto a Fini è quella di ‘pensare troppo al futuro’. Vi volevo informare che però non c’è un altro posto dove possiamo andare. Possiamo andare solo nel futuro. Anche volendo non ci possiamo inchiodare al presente; nonostante sia questo che le televisione ci ha insegnato. Inchiodarci al presente, cioè avere ogni giorno la stessa faccia di quando avevamo vent’anni. Eventualmente rifarla, trapiantarsi i capelli, prendere pillole per l’eterna giovinezza. fare come se il tempo non passasse mai e vivere un eterno presente. Guardate che se il tempo che passa si cancella dalle facce si cancella poi anche dalle menti e dai cuori. E se si cancella il tempo che passa dalla mente e dal cuore finisce l’epoca della responsabilità. La responsabilità è la conseguenza delle azioni e se non c’è un prima, non c’è un dopo ma c’è soltanto un adesso non c’è nessuna conseguenza. Infatti – sottolinea – non c’è mai nessuna conseguenza in questa specie di mondo ipnotico in cui viviamo. Anche l’estetica allora diventa un problema. Nono sono certo io la prima a dire che etica ed estetica sono strettamente apparentate. E l’estetica poi è quella televisiva. Ci sono dei libri raccapriccianti a questo proposito; ce n’è uno incredibile che si intitola ‘quando ho diciotto anni mi rifaccio’ in cui i ragazzi chiedono per il loro diciottesimo compleanno di  avere, per esempio, la mandibola come tizio o come caio. E la cosa incredibile è che i genitori lo concedono, lo regalano per il compleanno. I genitori regalano per il compleanno una faccia diversa ai loro figli secondo i canoni estetici che provengono dalla televisione. I ragazzi di fatto si sottopongono ad interventi impegnativi e dolorosi, che per almeno sei- dodici mesi impongono loro una vita assolutamente difficile per poter soddisfare false esigenze estetiche. Per avere la faccia uguale a quella di un altro. Ma la tua vera faccia dove è? Dove è l’identità? Il senso di sé dove è? Questo e il modello estetico. Tutte le Noemi del mondo hanno le albicocche sulle guance, i canotti sulle labbra…ma se questo è il modello estetico, quale può essere l’etica? Noi dobbiamo ribellarci a questo. Certo servirà del tempo. La televisione ha l’incredibile potere di far credere che ciò che non passa in televisione non esiste. La realtà in questo modo diventa solo televisiva. Quando la luce è spenta, le cose esistono lo stesso? Se nessuno sente un albero cadere nella foresta, l’albero cade lo stesso? Se non c’è la televisione la vita esiste ugualmente? Si. La risposta è si. Ma la televisione è il veleno, prima ti seduce e poi ti uccide. Come si fa fortuna oggi? Andando in televisione. Perché le ragazze oggi a sedici anni hanno un book? Che cosa è un book? Voi lo avevate a sedici anni un book? A che ti servono le fotografie chiedo alle compagne di classe di mio figlio che fanno il quinto ginnasio. A che ti serve un book? La risposta è ‘non si sa mai, perché qualcuno lo potrebbe vedere. Se mi chiamano in tv che studio a fare? Se mi chiamano in tv poi ho risolto tutti i problemi’. Del resto laurearsi e specializzarsi non serve a niente se non hai amicizie potenti. Se non ti aiuta qualcuno non entri da nessuna parte. Il lavoro non c’è. Noi siamo l’ultima generazione che ha avuto l’impressione, che poi si è trasformato in realtà, di investire in un risultato che poi sarebbe stato congruo all’entità dell’investimento. Noi abbiamo il compito di scardinare questo sistema. Ci vorranno vent’anni come nella ‘fiaba’ dell’uomo che piantava gli alberi. Io penso che la mia generazione, quella di noi quarantenni, che abbiamo avuto vent’anni negli anni ottanta, che non abbiamo combattuto le guerre dei nonni, né le battaglie degli anni settanta….che abbiamo avuto tutto in dote, tutto in regalo …abbiamo avuto una grandissima fortuna ma anche una grossa illusione che ha distorto la realtà, perché abbiamo pensato che la vita fosse quella. Che i diritti si dessero per acquisiti e che tutto fosse dovuto. Nessuno ci ha spiegato che i diritti se non si proteggono…si consumano, si cancellano. Io che non avevo fatto il femminismo, io che avevo sempre lavorato non come una donna ma semplicemente come una persona mi sono ritrovata a quarant’anni a rifare le battaglie di Miriam Maffai e delle mie madri. Le faccio perché l’eredità è una cosa che se non la custodisci e non l’alimenti si dilapida. E una volta dilapidata questi ragazzi non hanno alcuno strumento di critica per combattere nessuna resistenza se non siamo noi a passar loro il testimone. La fortuna che abbiamo avuto deve essere in qualche modo restituita. Ma abbiamo bisogno della forza di tutti”. 

Marco Mura

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