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Come il diritto all'informazione riesce a non aiutare quando ignora il concetto di privacy PDF Stampa E-mail
Lab. di giornalismo - Scienze della Comumic. - Lab. di giornalismo - Scienze della Comumic.
Scritto da Stefano Furesi   
Martedì 10 Luglio 2012 21:06

In Italia, spesso e volentieri, chi lavora per l'informazione riesce in qualche modo ad entrare nella vita privata di chi è oggetto di un servizio, superando quindi quella soglia che si chiama "Diritto alla Privacy": che in quest'ambito non vi siano formulate delle norme specifiche e chiare per tutti, per delinearne i confini, è noto a molti (specialmente in ambito giuridico, qui assai velleitario ed ambiguo). Tuttavia varie testate, blog, telegiornali e altro, pur di far alimentare il clamore di una notizia, sono disposte a entrare nella vita delle persone sulle quali si sta scrivendo un articolo, quindi pubblicando alcuni aspetti (più o meno imbarazzanti, oppure oscuri, se vogliamo) delle loro vite private, i quali non possono far altro se non gettar fango sulla loro immagine. Il "Caso Marrazzo" può essere definito un lapido esempio di ciò. Ma non è solo questo: nel 90% dei casi, la stampa pubblica regolarmente le storie e i casi che portarono certe persone ad essere condotte in carcere, quando costoro hanno finito di scontare la loro pena per essere ricondotti in libertà. Ci sono alcuni casi in cui questi denunciarono i giornalisti per aver pubblicato i loro casi, dopo che hanno pagato per i loro misfatti… E ne hanno diritto: il "diritto all'oblio" (ovvero il non poter diffondere i precedenti giudiziari di qualcuno), con il quale possono tutelarsi dal loro passato, e poter ricominciare una nuova vita in pace. Purtroppo questo viene regolarmente ignorato da tanti, e allora ecco che le vite di chi sbagliò diventano assai più difficili da riprendere.
Tuttavia la privacy ignorata da chi informa può avere anche effetti ancora più nefasti, per esempio quando si vogliono pubblicare dettagli su dettagli, riguardanti casi di omicidi: in questi casi, oltre a non aiutare per niente le indagini, si ha come effetto una deviazione dell'opinione pubblica, verso un determinato punto di vista con cui guardare la tale faccenda. Senza contare che i giornalisti italiani possono assistere ai processi che avvengono nel nostro paese, potendo persino intervistare nei tribunali giudici, giurati, testimoni e chi sta dentro al caso… Roba che in paesi come la Gran Bretagna sarebbe illegale. Addirittura, nel caso YaraGambirasio, a stampa pubblicò l'ubicazione esatta del ruolo del ritrovamento del suo cadavere, causando letteralmente una processione di curiosi nel posto che ebbe come conseguenza l'inquinamento delle tracce di coloro che furono coinvolti nel caso (e non ancora ritrovati).
In conclusione, è vero che il diritto all'informazione deve mantenere la sua autonomia e la sua volontà ad informare, ma quando si tratta della vita delle persone altrui (nonché di casi giudiziari delicati), sarebbe un bene che il giornalista faccia un passo indietro e informi secondo una discrezione che non infierisca su queste persone, tantomeno disturbi indagini condotte per la risoluzione di un caso nato per essere risolto privatamente.

Stefano Furesi

 

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