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S'accabadora PDF Stampa E-mail
Speciali - Speciali
Scritto da Luisa Cocco   
Mercoledì 12 Maggio 2010 09:38

In un passato non molto lontano, ancora vivo nella memoria dei nostri nonni, agiva in Sardegna una delle più inquietanti e misteriose figure della tradizione popolare, la cui esistenza è rimasta per secoli sospesa tra il mito e la realtà. S’accabadora, così era chiamata quella piccola donna vestita di nero che si recava presso l’abitazione dei malati terminali per porre fine alle loro sofferenze, dapprima con rituali magici e solo in un secondo momento con l’uso di strumenti specifici. Chiamata dagli stessi parenti del moribondo, questa sacerdotessa della morte operava solo in caso di estrema necessità come quando, ricevuta l’estrema unzione, la persona stentava comunque a morire. Era credenza comune, infatti, che la causa di un difficile trapasso si dovesse imputare ad una qualche grave azione, commessa in vita dal malato: motivi di una morte sofferta erano ad esempio l’appropriazione indebita di un attrezzo agricolo, lo spostamento di una pietra di confine o ancora il furto di una alveare, la cui cera fosse destinata all’illuminazione di un tempio. Veri e propri sacrilegi che, violando l’ordine divino delle cose e sfidando le leggi della comunità, venivano pagati secondo gli antichi con una lunga agonia in punto di morte cui soltanto s’accabadora poteva porre rimedio.

Dalle osservazioni scientifiche di Alberto Della Marmora, presenti nel suo “Vojage en Sardaigne”, passando per i diari di viaggio di William Henry Smyth che nel 1800 visitò l’isola, sino alle più recenti pubblicazioni della studiosa Dolores Turchi, numerose sono le testimonianze letterarie che attestano la presenza di questa figura. A confermarne la reale esistenza anche i documenti diocesani e le parole degli uomini di chiesa che, impegnati nell’opera di evangelizzazione del popolo sardo, si scagliavano aspramente contro questa forma di eutanasia “ante litteram” praticata da s’accabadora. Segreto o almeno in parte rimaneva il suo agire: accompagnata nella stanza dell’agonizzante, dopo averlo spogliato degli amuleti che potevano impedirne il trapasso, poneva fine alle sue sofferenze in diversi modi. Spesso la vittima veniva soffocata con un cuscino o con un giogo, adagiato alla base del collo, altre volte invece le veniva assestato un colpo secco sul capo con un bastone di legno lungo 40 cm e appositamente costruito, “su mazzolu”. 

Protetta dal silenzio del popolo e dai familiari delle stesse vittime, s’accabadora non è mai stata colpita dalle leggi umane né tanto meno da quelle divine: la sua attività si è diffusa in tutta la Sardegna nonostante i divieti sinodali e il clima di terrore instaurato in quegli anni dal Tribunale della Santa Inquisizione. Abbreviare le sofferenze di un moribondo, infatti, non era considerato dalla comunità un delitto ma un atto necessario a ristabilire il naturale equilibrio tra la vita e la morte.

Luisa Cocco 

Ultimo aggiornamento Giovedì 13 Maggio 2010 08:51
 

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