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Fiorito si difende dalle accuse, ma il giudice dispone il sequestro dei suoi beni PDF Stampa E-mail
Italia - Italia
Scritto da Denise Lai   
Venerdì 05 Ottobre 2012 00:00

L’accusa è di peculato, lui è Franco Fiorito, ex capogruppo del PDL, arrestato in questi giorni per essersi appropriato di soldi pubblici, ben un milione e 350 mila euro. Fiorito è ora agli arresti, detenuto presso il carcere di Regina Coeli, a Roma. Ed è dalla sua stessa cella che si difende, sostenendo che era in piedi un accordo per la spartizione del denaro, un accordo promosso tra il presidente del Consiglio regionale Mario Abbruzzese e tutti i gruppi. Non era l’unico, sostiene, ad utilizzare i soldi per spese personali, lo facevano anche i suoi colleghi. Come se questa affermazione rendesse più tollerabile il suo comportamento nei confronti degli italiani. Fiorito sostiene, infatti, che anche “negli altri gruppi si faceva così”. Dichiarazione che non ha fermato il giudice dal mandato di sequestro dei beni “indagati”: la sua villa al Circeo, le sue auto di grossa cilindrata (una Jeep Wrangler, una BMW e la più piccola, una Smart)  e i suoi conti correnti.


In questi ultimi, Fiorito avrebbe trasferito circa 330 mila euro, divisi tra l’Italia e la Spagna. Una fattura dell’importo di 1.100 euro, ritrovata nell’appartamento del suo segretario, Bruno Galassi, dimostrerebbe, inoltre, l’acquisto di una caldaia, comprata per la sua villa al Circeo. Il Nucleo valutario, capeggiato dal generale Giuseppe Bottillo, ha poi reso note altre prove, ai danni dell’indagato. Pare, infatti, che siano emersi “quattro bonifici tra il 4 aprile 2012 e il 5 maggio 2012 per 23.140 euro, accreditati da Fiorito su uno dei suoi conti personali e rimborsi, giustificati come Pagamenti canone locazione sede Roma gennaio/febbraio/marzo/aprile 2012”.
In realtà, questi rimborsi, potrebbero riguardare gli affitti di due appartamenti di Roma centro, che il signor Fiorito aveva ottenuto da enti benefici. Stefano Aprile, il giudice incaricato, ha motivato l’operazione di sequestro visto il grande quantitativo di prove emerse, tale da superare anche le aspettative.
Ma l’indagato continua ad affermare le sue ragioni, sostenendo che “questa era la prassi”, dichiarando che potrà dimostrare quando detto “con fatti e circostanze”.
I suoi avvocati, Carlo Taormina ed Enrico Pavia, incalzano e confermano quanto sostenuto dal loro cliente.
Alla fine, Fiorito tenterà anche di contrastare le accuse nei suoi confronti, cercando di scaricare le colpe sui suoi collaboratori.

Denise Lai

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Marzo 2013 20:17
 

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