Ultime notizie

Con "In My Mind Tour" il jazz caraibico sbarca in Sardegna
Le sonorità del jazz e i ritmi caraibici s’incontrano per la prima volta in un nuovo progetto musicale made in Sardinia che fonde alla perfezione originalità del genere e orecchiabilità d…

Leggi tutto...



Le notizie

Una nuova sfida per la Sardegna: gli "eco-porti"
La Sardegna deve puntare su diportismo di qualità e fonti energetiche alternative. Questo è quanto emerso in occasione del Convegno “Porti e Trasporti: Soluzioni energetiche innovative” ch…

Alcatrax ed il Teatro Abitato PDF Stampa E-mail
Teatro - Teatro
Scritto da Margherita Sanna   
Lunedì 22 Aprile 2013 16:19

Metti un sabato pomeriggio di primavera, l’aria dolcemente fresca di una città di mare, il sole che riesce a far sorridere nonostante dalla tv arrivino le notizie contrastanti dell’elezione di un Presidente della Repubblica Italiana trasformatasi, fra lo sconcerto, in rielezione. Metti una Cagliari che ha posato da poco il cappotto invernale, per buttarsi con speranza soffocata in un’estate che di turismo sembra non voglia sentirne parlare.

 

 

Metti un piccolo spazio teatrale dentro un teatro più grande, il Minimax nel Teatro Massimo, un’alcova che ha spesso ospitato sperimentazioni teatrali, presentazioni di libri, conferenze. Metti un giornalista blogger ben noto in città, uno di quelli che quando lo leggi pensi sempre che non si faccia molti problemi a raccontare la sua visione della realtà, Vito Biolchini. Metti un rapper fiero di essere sardo e di usare la sua lingua nelle canzoni, ma che vuole essere definito operaio, Michele Atzori, dr drer dei crc posse. Metti due registi isolani, di quelli che definiresti “impegnati”, uno che ha girato un documentario sulla Manifattura Tabacchi, Francesco Bussalai; e l’altra, Susanna Mameli, che ha creato uno spettacolo teatrale Alcatrax, sulla cartiera di Arbatax, in scena proprio lì, al Minimax, dal 17 al 21 aprile 2013, nell’ambito de “Le residenze dei gruppi sardi”, felice progetto del Teatro Stabile di Sardegna, per sostenere alcuni gruppi teatrali sardi offrendo spazi di lavoro, di laboratorio e di rappresentazione e supporti tecnici, organizzativi ed economici. Mettici tutto questo, aggiungici una quindicina di persone che vanno là perché hanno veramente voglia di ascoltare e farsi ascoltare. Mescola il tutto e avrai un’esperienza intensa e genuina di teatro abitato. È stato questo quello che è successo sabato alle 17.30 all’incontro “Come l’arte racconta il lavoro”. Un teatro abitato, da chi si occupa di creare gli spettacoli, di rendere tangibile e pulsante i sogni e la realtà, ma abitato anche da chi arriva lì per ascoltare, per ricevere, e invece si ritrova così, attorno a un palco che diventa sempre più prossimo, a discutere di lavoro e dignità, diritti e sogni, in un sabato sera di metà aprile in cui molti “non si sentono italiani, ma per fortuna o purtroppo lo sono”. “Forse bisogna avere il coraggio di risognare di nuovo, e forse – dice durante l’incontro la regista e scrittrice Susanna Mameli- il problema prima ancora che strutturale è un problema di cultura, di ritrovarsi come identità e di capire se si può ancora fare un sogno tutti insieme”. E quest’urgenza di sognare e definire una propria identità ben si evince dal suo lavoro “Alcatrax. Appunti di fabbrica”, il racconto d’amore della cartiera di Arbatax, una storia della quale la scrittrice cerca di far riappropriare tutti gli spettatori. La cartiera di Arbatax, questa grande fabbrica che fu costruita in un territorio vergine, dove c’era soltanto agricoltura e pastorizia, per poi essere demolita lasciando dietro di sé quarant’anni di storia e d’identità. La sua storia è la storia di un sogno, del suo progetto, della visione che ha guidato il sogno e la sua realizzazione. Un sogno scritto dentro la memoria di un Piano di rinascita del Mezzogiorno salutato con nostalgia, un sogno che diventò un business, e poi finì, con quel deflagrare veloce e rumoroso di una fabbrica che crolla, come una bomba che rade al suolo una città, un Paese, e fa da spartiacque a un prima e un dopo che nell’oggi è sempre difficile definire. “Alcatrax” è uno spettacolo intenso, ben strutturato in una commistione sempre viva di generi e forme, una sincrasia che ben si attaglia a questa riappropriazione di una memoria che è non solo di Arbatax, ma di tutti i sardi. Alcatrax è il racconto di una storia d’amore fra gli operai che si sentivano la prima aristocrazia operaia (rappresentati in scena da un bravissimo Marco Spiga nei panni di Little Boy), e la fabbrica, la loro bambina, è il racconto della creazione di un’identità attraverso il lavoro. Ed è anche una storia di rabbia e lacrime, di odio, di chi ha visto fagocitati i propri cari da quell’immenso Moloch che fu la cartiera di Arbatax. Paolo (Federico Saba) e Francesca (Marta Proietti Orzella) sono due innamorati che di soppiatto vanno a far l’amore in una delle fucine della cartiera, il giorno prima della sua distruzione. Paolo lavora lì, ma solo con un contratto co.co.co per bonificare l’aria, Francesca , anche lei co.co.co, lavora in mensa, ma suo padre è morto lì, in quella fabbrica per lei mostruosa. Paolo e Francesca fra cinque giorni partono, vanno lontano da tutta quella fame e miseria, dalla ristrettezza dei loro co.co.co, alla ricerca di un futuro che fra quei confini così ben conosciuti, sembra sfuggirli. Ma Paolo e Francesca si portano dietro “la sfortuna che perseguita gli amanti” e si imbattono in Little Boy, un operaio che vive ormai nella cartiera, e che vuole morire con essa. Vengono legati e costretti ad ascoltare e rivivere il racconto di quel sogno che nacque nel lontano 1958, quando l’ingegnere Paolo Marras piantò il primo albero. Una narrazione che è anche scoperta delle proprie radici di “sardi andati avanti ad incornate” per arrivare a quell’inferno di co.co.co che è l’unico orizzonte di Paolo e Francesca. Della complessità di questo lungo viaggio Alcatrax saprà rendere conto, tratteggiando con cruda poesia la storia di una società, della sua musica e delle sue passioni, di un’epoca. Alcatrax non ha prodotto solo carta “ha nutrito, fatto studiare, vestito, intere famiglie, per due generazioni”, creando i germi dei Paolo e Francesca di ieri e di oggi. Uno spettacolo, Alcatrax, che restituisce “una memoria amputata” senza risparmiare interrogativi brucianti e irrisolti.

Margherita Sanna

Intervista alla regista Susanna Mameli

Margherita Sanna: Quando hai iniziato a progettare Alcatrax?

Susanna Mameli: Il progetto di Alcatrax in realtà inizia molti anni fa, almeno 4 anni fa ebbi l’intenzione di scrivere qualcosa sulla cartiera di Arbatax. Da quel momento, come faccio per molti spettacoli, inizio ad accantonare materiale, tutto quello che trovo inizio a metterlo in una cartella per quando inizierò a lavorarci. Poi, a un certo punto, un anno fa ho iniziato a lavorarci. Mi sono resa conto che era veramente un osso duro e difficile, nel senso che è una storia di 40 anni, molto articolata, dove c’entrano moltissime cose, e fare conto di tutte queste tantissime cose è molto complicato, difficile. Più andavo avanti e più mi rendevo conto che era una sorta di sabbie mobili dove rischiavo di essere buttata giù.

Margherita Sanna: Hai anche scritto qualcosa, tipo un resoconto, un diario di bordo, perché immagino che nell’opera teatrale siano confluite la metà delle cose che hai fatto.

Susanna Mameli:Ma molto meno! Di tutto quello che mi è passato fra le mani a livello di ricerca forse ce ne sarà rimasto la punta di un iceberg. Nel senso che sotto tutto posa solidamente un lavoro di ricerca, testimonianze e relazioni, ma quello che affiora, che viene detto al pubblico, rimane molto poco, proprio perché la storia di una fabbrica avrebbe annoiato chiunque. Non era possibile raccontarla così com’era venuta, invece il mio obiettivo era proprio quello di porgere una testimonianza che potesse essere sentita come attuale, come valida e come spendibile, soprattutto per i giovani. Volevo porgere questa memoria che viene amputata con una bonifica, cercare di dargli un senso, una motivazione, un segno, se non altro perché anche altri si adoperino a fare questo salvataggio di memoria, per evitare che anche altri facciano gli stessi errori.

Margherita Sanna: E quindi tutto il materiale ora che fine fa?

Susanna Mameli:Questo era lo step one. La prima parte, una fase di ricerca embrionale che serviva a intraprendere il viaggio drammaturgico, ma in realtà il vero progetto di Alcatrax è una sorta di docufilm. Perché quello che mi piacerebbe fare è una sorta di capitolo con tutte le interviste di tutti i cartari che vogliono contribuire, che raccontano semplicemente le loro sensazioni, la loro storia, quello che ricordano, quello che gli è rimasto. In modo che un domani, uno che vuole andare in una biblioteca dell’Ogliastra, on line o dove vuole, può sfogliare questi uomini come pagine, e farsi un’idea personale di questo percorso, questo viaggio. Questo è un po’ quello che vorrei per completare questo percorso, il lavoro teatrale è una fase intermedia.

Margherita Sanna: Gli attori come li hai scelti? Li conoscevi già o hai fatto una selezione?

Susanna Mameli: Con Marta (Marta Proietti Orzella, Francesca nello spettacolo) lavoravo già, Federico (Federico Saba, Paolo nello spettacolo) è stata una bellissima scoperta fatta strada facendo, perché l’attore che avevo scelto all’inizio non si è rivelato disponibile tanto quanto in realtà necessitava questo progetto secondo me, e quindi ho preferito sostituirlo proprio prima di iniziare le prove. E Marco Spiga è stata una proposta del Teatro Stabile che sono felicissima di aver avuto perché trovo che sia straordinario.

Margherita Sanna: Sono d’accordo. Mi è sempre piaciuto anche nelle altre opere teatrali che gli ho visto mettere in scena.

Susanna Mameli: È molto bravo, ma questo era un lavoro molto difficile anche per lui, perché comunque non è la prosa, è veramente lavorare sporco, lavorare dentro, con il corpo, è dura.

Margherita Sanna: La scelta delle musiche: come mai proprio quelle, e come mai hai voluto fare questa commistione di musica, prosa e video?

Susanna Mameli: Questo è uno spettacolo senza paura, nel senso che me ne sono letteralmente fottuta di tutta l’estetica teatrale, di tutto quello che si può dire che ci dovrebbe stare, nel senso sia drammaturgico, che estetico o poetico. Ho fatto esattamente quello che mi andava di fare fregandomene di tutto. Sono andata dritta a quello che volevo dire, senza pensare di doverlo dire in maniera speciale, ma assolutamente personale. Quindi anche i pezzi che ho scelto sono dei pezzi che mi piacciono moltissimo e che mi piace continuare a sentire, a volte quando fai queste cose poi alla fine ti stanchi di sentire le stesse cose. Invece per questi pezzi qua non è successo. Quello dei Procol Harum (A whiter shade of pale) all’inizio, è meraviglioso, quello Hair Let the Sunshine In è bellissimo, quando c’è il video di “Alberi, Alberi”, Enola Gay (OMD) è un’epoca, e comunque risentendolo mi sono rinnamorata di quella sonorità, perché è comunque molto anni ’80, è anni ’80 proprio. E Gaber (Io non mi sento italiano) nulla da dire, quello è un capitolo di attualità, assolutamente ineliminabile, poi, oggi, ieri, nel momento in cui lo ascoltavamo, era una cosa straziante. Quella scena anche del Gaber così disidratata è perché proprio parla il testo della canzone, che bisogna ascoltarlo. E così pure “Bella Ciao”, che sembrerà una banalità, ma purtroppo tutto ciò che si ritiene di aver acquisito in realtà si perde e io non me la sento di lasciare “Bella ciao” né alla destra, né alla sinistra, né a nessuno. “Bella ciao” è nostra e ce la riprendiamo. È nostra, è di tutti. Quindi ecco che pezzi musicali, se inizi a fare una ricerca, è molto difficile scegliere, perché ci sono dei pezzi che sono straordinari negli anni ’60 –‘ 70 –‘ 80, veramente di una bellezza sconcertante. Avrebbero potuto essere mille.

Margherita Sanna: Quindi hai dovuto anche selezionare, c’è qualche pezzo caro che è rimasto fuori dallo spettacolo?

Susanna Mameli: Per esempio “Azzurro” l’abbiamo messo perché io al termine dell’intervista che facevo ai cartari, chiedevo “Qual è la canzone che vorreste mettere a colonna sonora di quest’intervista?” e spesso mi dicevano Azzurro, o La locomotiva di Guccini, oppure i Deep Purple che noi abbiamo usato nell’installazione che tu forse non hai visto ieri perché non è andata. Ci sono dei video che sono stati realizzati da Annarita Mele, che sono dei pannelli, li chiamiamo così perché è una sorta di video installazione che è stata montata all’ingresso del Teatro Massimo, però ieri siccome c’era “Cancelli di fumo” alla fine non siamo riusciti a montarla in esterna. Ed è una sorta di sintesi artistica dell’intervista, con i titoli di giornale, volti di personalità intervistate...

Margherita Sanna: Alcatrax lo porti da altre parti?

Susanna Mameli: Adesso stiamo ragionando sulla possibilità in quest’ultima primavera di fare qualche data. Però essendo qua in residenza abbiamo avuto poco tempo da dedicare a questo tipo di iniziativa, ma ci stiamo provando. Sicuramente l’anno prossimo lo rimettiamo a sgambettare.

Margherita Sanna: Il 25 Aprile sarai di nuovo in scena al Teatro Massimo con un altro spettacolo “Tutto tranne Gramsci”, di che cosa parla?

Susanna Mameli: È un tributo al femminile, perché è liberamente tratto dal libro di Mimma Paulesu Quercioli, “Le donne di casa Gramsci”, le donne sarde, Peppina Marcias, la mamma, e le tre sorelle, Emma, Graziedda e Teresina. Io ho estratto Teresina da questo contesto, e le faccio fare un dialogo insieme a Peppina Marcias. La parte di Peppina Marcias è interpretata da Renata Manca. Quello che si vuole raccontare è la stoicità e la bellezza di queste donne, monolitiche, che hanno fatto grandi scelte, anche molto complicate, difficili, come quella di privilegiare il piccolo Nino rispetto agli altri figli, perché era più bisognoso, e tante altre cose.

Margherita Sanna: Anche questo spettacolo frutto di un lavoro di un ricerca?

Susanna Mameli: Di ricerca, perché chiaramente uno non può affrontare Gramsci senza documentarsi su di lui, però è sicuramente più semplice sotto il profilo esecutivo perché il testo della Quercioli ha fatto da guida. Anche se poi il finale sterza in maniera pericolosa sul presente per dire delle cose che a questo punto non ti dico perché se vieni a vederlo lo sai!

Ultimo aggiornamento Martedì 30 Aprile 2013 10:27
 

L'orologio

Previsioni meteo Italia

Click per aprire http://www.eumetsat.int
copyright 2019 EUMETSAT

Copyright - www.passioneducati.com

Autenticazione

User:  Pass:        Forgot Password? Username?

Link consigliato

Banner

Link consigliato

Banner