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Una scuola di teatro a Kabul. Il sogno di una giovane italiana divenuto realtà PDF Stampa E-mail
Speciali - Speciali
Scritto da francesca columbu   
Domenica 09 Giugno 2013 00:00

In Afghanistan, a marzo di quest’anno, una giovane volontaria italiana è riuscita a vincere, con tenacia, determinazione e passione, la sua piccola battaglia. Selene Biffi, trent’enne milanese, laureata alla Bocconi, grazie al contributo di 50 mila dollari ricevuto dalla Rolex ha realizzato finalmente il suo sogno: costruire a Kabul una scuola di teatro e tradizioni popolari, che accoglie 13 studenti afgani fra i 18 e i 25 anni. Un progetto che se pur ritenuto “visionario” gli ha permesso di vincere il prestigioso premio “Rolex Awards”.

Gli obiettivi del progetto, promossi dalla sua associazione “Plain ink onlus”, sono diversi. “Il lavoro che faremo in Afghanistan nasce con tre obiettivi”, spiega Selene, “dare la possibilità ai cantastorie anziani di condividere la loro arte del sapere affinché questa possa essere preservata e tramandata alle generazioni più giovani; offrire la possibilità di imparare lo storytelling tradizionale e di creare nuove storie nelle quali vengano contenuti messaggi di sviluppo; il terzo obiettivo è quello online. Oltre alla scuola vera e propria a Kabul esiste anche una piattaforma online sul sito di crowd sourcing in cui coinvolgere, per la raccolta delle storie, la diaspora afghana affinché possano raccontare e condividere le storie tradizionali che si sono portati dietro quando hanno lasciato il paese”. Al progetto ha partecipato anche la “Only The Brave Foundation” di Renzo Rosso, patron della Diesel che ha cofinanziato con 15 mila euro l’iniziativa. La scuola, si chiama Qessa Academy o Accademia delle storie (“qessa” in persiano vuol dire storie) ed è stata realizzata in mezzo alle trincee afgane nel centro di Kabul. Selene si è impegnata in prima persona su tutti i fronti: con le sue mani ha raschiato le pareti di stucco, ha piallato il legno per le sedie e per i banchi e ha aggiustato le tubature rotte. Da sola ha trovato anche i sei insegnanti di lingua afgana, reclutati tramite un annuncio pubblicato su internet. Gli studenti gli ha dovuti inseguire con lo stesso metodo della maestra di strada. “Abbiamo affisso un centinaio di manifesti, ma mi mancava l’insegnante di storytelling, in pratica il rabdomante che avrebbe dovuto fare riscoprire le storie e i miti della tradizione da mettere successivamente in scena. Mi serviva il Dario Fo afgano. Si chiama Partaw Naderi. Ho deciso di provarci. Lui aveva sentito della scuola. Sono andata a trovarlo, gli ho spiegato il progetto, e alla fine lui ha accettato”. Anche Selene, nonostante il suo incerto darì, il dialetto afgano, ha scelto di vestire il ruolo d’insegnante per avviare lo sviluppo professionale. Gli studenti sono giovani con alle spalle storie difficili e differenti. C’è il giovane Ahmed, ex interprete all’Onu, che nonostante la sua esclusione per mancanza di posti si è imposto con la forza della pazienza tempestando ti telefonate la giovane Selene. O ancora Soraya, orfana stuprata dai parenti che dentro le mura della scuola ha trovato una nuova speranza. “Ci sono ragazzi che sono disposti a fare quattro ore di cammino per venire fin qui, lavorare al mattino e studiare di pomeriggio” dice Selene. Il suo progetto terminerà a ottobre, qualche mese prima della partenza dei militari alleati, fissata per dicembre. Sul futuro della scuola la giovane volontaria parla di possibile espansione del progetto nel resto del Paese ed è certa che il lavoro svolto sino adesso rappresenti le basi necessarie affinché lo stesso popolo afgano possa continuare a operare in modo autonomo. “Vorrei che la scuola di Kabul venisse gestita, in futuro, dal Ministero dell’Istruzione e questo obiettivo cerchiamo di raggiungerlo, coinvolgendo le comunità locali e creando un senso di appartenenza: il progetto non deve essere costruito per loro ma con loro. Per questo noi formiamo insegnanti in loco”. Donne giovani e meno giovani come Selene danno la possibilità a popoli devastati, sfigurati e violentati dalle guerre di risorgere, di ritrovare la speranza in un domani migliore. Donne come Selene sono autentiche eroine della vita, paladine della libertà, esempi di amore e rispetto verso il prossimo e scrivere di loro o per loro deve essere un dovere e un onore. Tutti quelli che si trovano a poter divulgare la parola non possono esimersi dal raccontare la storia e le avventure di queste donne. Sono madri, sorelle, amiche e insegnanti che decidono di offrire la propria vita a chi, meno fortunato, non può camminare da solo o semplicemente gli è stata negata ogni forma di felicità, di affetto e futuro. Parlare di loro vuol dire ringraziarle per ciò che noi non siamo in grado di fare o forse non abbiamo il coraggio di fare.

Ultimo aggiornamento Giovedì 18 Luglio 2013 21:34
 

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