Un profeta al cinema Stampa
Cinema - Cinema
Scritto da Marco Mura   
Lunedì 05 Aprile 2010 23:30

“Il profeta” arriva anche in Italia. Ma questa volta Khalil Gibran non c'entra niente. Si tratta dell’ultimo film di Jacques Audiard che sembrava destinato a collezionare soltanto “secondi posti”. Al 62° Festival di Cannes, dove era stato presentato in anteprima, aveva ricevuto il Gran Premio della Giuria ma la Palma d’oro era andata a “Il nastro bianco”. Superato anche agli Oscar, dove era in lizza come miglior film straniero, dalla produzione argentina “El secreto de sus ojos” di Juan José Campanella. Ai César invece, in terra francese, “Un prophéte” ha fatto incetta di premi aggiudicandosi le preferenze per il miglior attore protagonista (Tahar Rahim), migliore attore non protagonista (Niels Arestrup), migliore allestimento (Michel Barthélemy), migliore attore emergente (Tahar Rahaim), miglior film francese, migliore montaggio (Juliette Welfling), migliore fotografia (Stéphane Fontaine), migliore regia (Jacques Audiard) e migliore sceneggiatura (Jacques Audiard, Thomas Bodegain, Abdel Raouf Dafri e Nicolas Peufaillit). È senza dubbio un’opera da non perdere per la straordinaria, a volte inattesa, forza rappresentativa con la quale dimostra la sua idea ispiratrice. Racconta senza facili e falsi moralismi la strada di perdizione, dell’anima e del corpo, che il carcere rappresenta per chi vi entra. In maniera a tratti brutale, lo fa, non attaccando l’istituto della detenzione con le sue profonde contraddizioni, ma seguendo con uno sguardo assolutamente privo di preconcetti (nonostante la tesi iniziale) la vita in carcere di Malik Ed Djebena (interpretato dal sorprendente Tahar Rahim). L’idea che il film cerca di sviluppare è talmente forte da consentire alla regia di Audiard il lusso di rendere non chiarissimo il motivo dell’ingresso in carcere del protagonista. Quello che davvero conta è quanto succede all’interno della prigione. Il motivo per cui Malik viene arrestato a diciannove anni passa davvero in secondo piano. In realtà si capisce che ha sparato a un poliziotto. Gli spettatori scoprono insieme al protagonista quale inimmaginabile realtà regni assolutamente imperturbabile tra le mura del carcere. Malik è quasi analfabeta e non gode di alcuna forma di protezione né dentro né fuori. Il meccanismo malavitoso non potrà che triturare anche la sua esistenza cambiandolo profondamente. Scopre immediatamente che ciò che regolerà la sua vita negli anni che dovrà scontare sarà esclusivamente la violenza. Una violenza spietata alla quale viene iniziato in maniera molto dura. Un imprinting pesante, che fa capire al protagonista che l’unico modo per non subire violenza è quello di esercitarla. Malik, grazie alla sua enorme forza di sopravvivenza, quasi darwinianamente, si adatta. Comprende che chi comanda, chi detiene il potere è una banda di Corsi. Scopre quali sono gli equilibri che regolano la vita, la “mala vita” in cui è ineluttabilmente entrato. Ben presto si accorge che il carcere è un mondo parallelo all’interno del quale si può continuare a delinquere, ci si può arricchire e si può perfino dare la scalata alla gerarchia del potere fingendosi imparentato con un pezzo grosso della delinquenza corsa. Malik sconta la sua pena e quando esce, a venticinque anni, non è un uomo redento. Il mondo del carcere si lo ha cambiato, ma in peggio. Da piccolo criminale è diventato, in sei anni di alta specializzazione, un vero e proprio capo. Da fragile ragazzino è diventato un uomo duro e violento. È diventato una persona spietata e pronta a tutto come sottolinea ineluttabile la melodia di Die Moritat von Mackie Messer (la ballata di “Mackie Messer” il più grande e più famoso criminale di Londra), tratta dall’”Opera da tre soldi” di Bertold Brecht, che magistralmente accompagna la conclusione del film. Indimenticabile.

Marco Mura

Ultimo aggiornamento Giovedì 08 Aprile 2010 01:25