Romanzo di una strage Stampa
Cinema - Cinema
Scritto da Margherita Sanna   
Mercoledì 11 Aprile 2012 08:23

Se n’è parlato tanto prima che uscisse nelle nostre sale italiane, e tuttora se ne parla ancora – spesso in negativo – come di un flop d’incassi, complici le festività pasquali, il bel tempo, la spensieratezza che si ricerca nei cinema, la mancanza di sensibilità verso le opere made in Italy. Ma questo flop d’incassi sarà poi vero? Romanzo di una strage è un bel film. Strutturato in capitoli, asciutto ed evocativo, quest’ultimo film di Marco Tullio Giordana ha la capacità di descrivere anni difficili come quelli della Prima Repubblica in maniera “pulita”, senza troppe sbavature, privo di spettacolarizzazioni. Anche se avrebbe potuto. Si pensi al fatto storico centrale: lo scoppio della bomba nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, sita in Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969 che causò ben 17 morti e 86 feriti. Marco Tullio Giordana decide di riprendere la scena dal di fuori. Avrebbe potuto fare diversamente, puntare le sue luci su quei corpi distrutti, i racconti di quel giorno ci sono e il loro solo ascolto dà la dimensione dell’immane tragedia che si è consumata in quel momento. Un effetto che con i potenti strumenti del cinema sarebbe stato reso perfettamente. Ma Marco Tullio Giordana sceglie la compostezza, lo sguardo un po’ poetico di Aldo Moro verso l’Italia dell’epoca. E per farlo sempre, per tutti i 130 minuti, decide di avvalersi di attori bravissimi come Luigi Lo Cascio, Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino e uno splendido Aldo Moro interpretato da Fabrizio Gifuni (La ragazza del lago, La meglio gioventù, Il dolce e l’amaro). Gioca con i chiaroscuri per tutto il film Marco Tullio Giordana, mentre descrive a chi – i più – non c’era o non sa quegli anni difficili di strategia della tensione, scegliendo come chiave interpretativa la tesi della doppia bomba, del complotto, ispirata dal libro edito nel 2009 di Paolo Cucchiarelli “Il segreto di Piazza Fontana”. Un’idea che non è piaciuta ad Adriano Sofri, che per rispondere a quanto raccontato nel film ha scritto un libro – scaricabile gratuitamente on line – “43 anni” nel quale afferma: “La “bomba doppia”: un’assurdità bevuta con naturalezza. Nel film, raccontata come una favola dal poco fiabesco capo degli Affari Riservati D’Amato, la tesi suona, oltre che cervellotica, posticcia, e non ne inficia la narrazione. Nel libro è una onnivora superstizione”. Teoria che poi argomenta lungamente nel corso del libro.

Ma il film è un film e come tale va giudicato, nonostante le tematiche affrontate portino il peso delle loro radici storiche. A lungo ci si è attardati a giudicare “Romanzo di una strage” per i suoi collegamenti con la realtà, le scelte di rappresentazione degli stessi personaggi storici, secondo alcuni il commissario Calabresi (Valerio Mastandrea) non avrebbe molto a che fare con il reale commissario ucciso il 17 Maggio 1972, per il quale proprio Adriano Sofri sta scontando i suoi 22 anni di carcere come mandante dell’omicidio. Ma l’interpretazione Mastandrea regge il suo tono per tutto il film e conferisce al commissario una dimensione umana e tragica insieme che fa un tutt’uno con quella di Pierfrancesco Favino, nei panni dell’anarchico Pinelli. Le vicende storiche sulle quali è costruito il film sono di per sé stesse complicate e presentano ancora numerosi interrogativi, ma Marco Tullio Giordana cerca di rispondere a suo modo e offre – come da sempre nei suoi meritevoli film, “I cento passi”, “La meglio gioventù”- chiavi di lettura, spunti di ricerca e curiosità, per solleticare l’attenzione su anni complicati della nostra storia democratica, anni in cui si è formata l’Italia che ora siamo noi.

 

Margherita Sanna

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 11 Aprile 2012 20:16