Trasparenza e diritto all'oblio, nuovi dubbi nella PA Stampa
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Scritto da Elio Gola   
Mercoledì 19 Settembre 2012 17:58

Quando si parla di ”burocrazia e burocratese” il pensiero corre immediatamente a un intricata selva di parole incomprensibili, di meccanismi farraginosi, di subdoli tentativi di rendere quanto più ostico possibile il mondo di alcuni uffici più o meno pubblici. Recentemente stiamo fortunatamente assistendo a una positiva e inesorabile rivoluzione, seppur lenta, nell’approccio della Pubblica Amministrazione con i cittadini. L’avvento del digitale ha profondamente cambiato i modi e i tempi con cui l’amministrazione soddisfa le esigenze di trasparenza e disponibilità nonché di controllo del proprio operato. Quando il risultato di una amministrazione trasparente appare controllabile e sembra finalmente a portata di click ecco che però si riaffaccia prepotentemente  i l lato conservatore a porre un freno al tagadà informativo in cui i più spericolati comunicatori pubblici si sono fiondati a capofitto. Se da un lato i cittadini chiedono trasparenza e interazione, dall’altro i più prudenti chiedono la tutela del diritto all’oblio. Diritto che non è chiaro se appartenga più ai cittadini ai quali tale diritto viene leso o se questo non protegga in realtà coloro che potenzialmente potrebbero lederlo.

Così, tra vedere e non vedere, tra pubblicare e non pubblicare, la scelta sembra ricadere sul “pubblichiamo ma solo per lo stretto necessario”, che tradotto significa “trasparenti sì ma solo perché e finchè c’è l’obbligo”. Sono pochi gli addetti ai lavori che parlano di trasparenza in termini di “perché è giusto così”, “perché non c’è niente da nascondere”, “perché se qualcosa non è chiara è bene spiegarla”.

D’altra parte  spiegare una cosa complessa come l’amministrazione della cosa pubblica è molto più faticoso dell’amministrare stesso; un po’ perché è difficile e un po’ perché, mediamente, il cittadino non è disposto a capire le ragioni di quello che considera il più delle volte un inutile produzione di documenti, a meno che quegli stessi documenti non gli tornino utili per far valere un proprio diritto.  In più modificare il modo di scrivere gli atti in funzione della trasparenza totale e contemporaneamente della tutela della privacy e del diritto all’oblio presuppone una riformulazione del modus operandi che spaventa non poco, specialmente in una fase in cui c’è sempre qualcuno che caccia le streghe e in cui effettivamente un certo numero di streghe sono probabilmente ben nascoste tra gli anfratti documentali  di uffici importanti.

Così anche nei casi più virtuosi, laddove si è cercato di adeguarsi in tempi ragionevoli alla nuova concezione di Amministrazione digitale, lo spettro del gambero spunta dietro l’angolo. Il legislatore di turno, il garante di non si sa bene quale privacy ribadisce che, oltre ai dati sensibili già ampiamente tutelati, anche i dati personali, quandanche pertinenti ad atti di pubblico dominio, debbano essere garantiti nel diritto all’oblio e, anziché suggerire un nuovo modo di concepirne la stesura mantenendo integra la pubblicazione e la conservazione nel tempo,  ne consiglia il mantenimento per il tempo strettamente necessario a quanto previsto dalla legge per la conclusione delle procedure.

Il rischio, neanche tanto remoto, è che si prenda la scorciatoia dell’eliminazione  dalla memoria cancellando insieme ai nomi anche i fatti con il risultato che, il millantato controllo da parte dei cittadini rispetto alle attività della pubblica amministrazione, rimane solo sulla carta, o meglio nei bit. Un sorta di prescrizione breve, anzi brevissima che qualcuno collega forzatamente al diritto all’oblio senza ricordare che questo sacrosanto diritto dovrebbe garantire dall’eccesso di informazioni lesive della dignità umana, come se vincere una gara d’appalto fosse poco dignitoso.

Elio Gola

Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Settembre 2012 10:52