Intervista ad Ascanio Celestini Stampa
Teatro - Teatro
Scritto da Margherita Sanna   
Venerdì 14 Ottobre 2011 16:12

Ascanio Celestini, sorride e si rilassa, parla senza eufemismi, sincero e diretto come nei suoi spettacoli. L'abbiamo intervistato in occasione della prima di "Pro Patria. Senza prigioni senza processi", lo spettacolo in scena a Cagliari dal 12 al 14 Ottobre al Teatro Massimo, per la stagione 2011/2012 del Teatro Stabile della Sardegna. Diario24Notizie: Partiamo dal titolo del tuo spettacolo, perché “Pro patria”?

Ascanio Celestini: Perché è un racconto sulla patria, non tanto sul concetto di patria, quanto dell'idea che si aveva, delle possibilità che questo Paese aveva 150/200 anni fa. C'è un passaggio dello spettacolo dove il personaggio narrante, che è un detenuto oggi in prigione nella galera contemporanea, parla idealmente con Mazzini e non soltanto con Mazzini, anche con il proprio giudice, e gli dice: - questi filosofi del catenaccio vorrebbero metterci tutti in galera per poterci tutti quanti liberare e presentarci la libertà non come un diritto, ma come una concessione, come un premio-. E appunto parla della Patria come di un grande tribunale, un centro, dove non c'è più differenza fra un falegname e un ortolano, uno studente, un anziano, sono tutte guardie o ladri. Per cui questo “Pro Patria” da una parte è contraddittorio e provocatorio. Pro Patria per quale Patria? Non quella lì, ma forse un'altra Patria, ma quella dell'800', quella che nell'800' Repubblicano si pensava potesse essere la Patria, non quella che c'era subito dopo la rivoluzione. Ci si è provato in questo Paese, si è andato avanti per decenni. E di fatto poi non ci si è riusciti. Perché noi festeggiamo i 150° anni dall'Unità d'Italia e nel 1961 non c'è stata una Rivoluzione, c'è stato tutt'altro, forse l'annessione, forse no. Però quello che è successo con Marsala non è stata certo una rivoluzione, nel Sud o nel resto dell'Italia. Di fatto ad uno stato delle cose dove c'erano una decina di monarchi, siamo passati ad un unico Paese, in una decina d'anni, a uno stato in cui di monarca ce n'era uno solo. È stata nel peggiore dei casi un'annessione, nel migliore l'Unità.

 


 

Diario24Notizie: Ma secondo te oggi ha ancora senso parlare di patria?

Ascanio Celestini: No, nel senso che quando quei personaggi lì: Mazzini all'inizio, Pisacane, Felice Orsini, piuttosto che i Fratelli Bandiera, parlavano di Patria non pensavano ad un Paese che si riconosce in un inno, in una bandiera; pensavano ad un Paese liberato. In questo quel Risorgimento lì è molto simile a quello che, quando andavo a scuola io, chiamavano secondo Risorgimento, cioè la lotta partigiana. Molti partigiani pensavano sì ad un Paese libero dai tedeschi, però pensavano anche ad un Paese libero dalla Monarchia e dal Fascismo. Ed è quello che è successo fino agli anni 50' dell'800': si pensava sì a un Paese libero dalle dominazioni straniere, ma si pensava anche ad un Paese democratico, al suffragio universale, all'uguaglianza tra uomo e donna, tra ricchi e poveri. C'era uno come Carlo Pisacane che diceva che non bastano i diritti uguali per tutti, l'uguaglianza deve anche passare attraverso l'uguaglianza economica. Perché un Paese dove ci sia uno tanto ricco da poter comprare gli altri, e uno tanto povero da potersi vendere, non è un Paese democratico. Lui addirittura parlava di una democrazia senza deleghe. Per cui era quella la Patria. Più che una Patria segnata da confini geografici, si pensava ad un altro mondo possibile.

 

Diario24Notizie : Un nuovo mondo possibile che oggi è possibile?

Ascanio Celestini: Oggi è possibile. Per prima cosa già questo mondo qua è molto meglio di quello che noi potevamo avere se non ci fosse stata un sacco di gente che ce lavorava insomma. C'è una famosa risposta data da Mario Luzi, il poeta, che dice: “ma la poesia non cambia il mondo. Cerchiamo noi d'immaginare cosa fosse il mondo se non ci fosse la poesia”. Cioè non siamo proprio al fondo del barile.

 

Diario24Notizie: Quindi non è il Paese di Tony il mafioso?

Ascanio Celestini: no, è il Paese di Tony il Mafioso. C'era Curzio Maltese che in un famoso articolo scrisse: “se all'Estero parli dell'Italia ridono, ma se parli di Venezia o Roma o persino di Napoli o Palermo, che sembrano luoghi tanto più disastrati rispetto ad altre zone dell'Italia, la gente già non ride più rispetto a qual è la cultura di questi luoghi e qual è la sua storia territoriale importante”. Questo è già un Paese che non ha visto realizzata né l'Unità vera, né la rivoluzione. È un Paese che è diventato tale sempre grazie a degli intrighi di salotto e a delle decisioni prese dai vertici. Qui difficilmente i cittadini si sentono tali, sentono l'appartenenza ad una cultura ed anche a uno Stato che è la stessa cosa ad Aosta, o a Cagliari piuttosto che in Calabria o in Puglia. C'è molto di più l'orgoglio territoriale e non solamente in un luogo come la Sardegna che sente forte la spinta autonomista, questo qui accade anche a Viterbo piuttosto che a Roma. Venendo qui ho letto “Pisa = Merda”. Evidentemente è arrivato qui qualche Livornese. I Livornesi si vantano de aver scritto questa frase ovunque, anche sul Machu Picchu. Il campanilismo in realtà è sintomo di una realtà molto più interessante di quella fatta dai confini, cioè nel senso che dal centro ci si può allontanare, ma nessuno sta veramente dentro o fuori. Qui invece dove ci sono i confini: o stai dentro o stai fuori. L'Italia sognata da Mazzini oggi non sarebbe soltanto irrealizzabile, ma non c'avrebbe più nessun senso nemmeno realizzarla! Il problema è che non c'aveva più nessun senso nemmeno negli anni 60' o 70', perché rispetto a quello che era successo prima con l'arrivo di Napoleone, poi insomma con tutti i moti carbonari e il Congresso di Vienna, lì non c'era ancora Marx, il marxismo, e un'idea molto scientifica della sociologia. Per cui si era ancora molto lontani da quello che è stata anche la sensibilità del Novecento. Noi siamo passati anche oltre il Novecento. Anche il Marxismo in qualche maniera dev'essere riveduto e corretto, se pensiamo che uno dei Paesi più ricchi e più potenti è la Cina. E la Cina racchiude in sé tutte le contraddizioni del capitalismo e del socialismo reale. Ci hanno detto che l'89' che era la fine del comunismo, e oggi il Paese più ricco del mondo è la Cina. E alcuni uomini della Cina prendono la tessera del Partito per andare al governo, se questa non è una contraddizione che illumina sul concetto di postmoderno, che supera l'idea di un'ideologia, dell'appartenenza all'idea di una visione del mondo, cos'è? Oggi Mazzini non c'avrebbe nessun senso. Ma infatti il personaggio che interpreto io parla con un Mazzini che ormai è fuori dalla storia.

 

Diario24Notizie : Tu in un'intervista hai detto che Mazzini è come Bin Laden, non solo come immagine. Che cosa volevi dire esattamente?

Ascanio Celestini: Allora, questa cosa della somiglianza tra Mazzini e Bin Laden me l'ha fatta notare Mario Martone qualche anno fa quando raccontandomi del film su cui lavorava, quello che è poi stato presentato alla mostra di Venezia, “Noi credevamo”, su un Risorgimento insurrezionalista. La storia di “Noi credevamo” è divisa in due parti: una parte un po' mitica, che è quella degli anni 30', e una seconda parte, quella dell'attentato a Felice Orsini. Felice Orsini, eroe del Risorgimento, muore ghigliottinato nel 58' perché nel 58' fa un attentato vero e proprio: si prepara un mucchietto di bombe – che poi vennero chiamate “bombe Orsini”- e le va a tirare contro Napoleone III, che era quell'imperatore francese che però ai tempi della Repubblica Romana era il Presidente della Repubblica Francese, ovverosia quello che non solo contribuì, ma fu determinante, per la fine della Repubblica Romana, e che riconsegnò la città di Roma al Papa. Quindi la riconsegnò a oltre vent'anni di Medioevo. Quindi il 3 luglio del 1849 – io lo dico nello spettacolo- si approva la Costituzione. Il giorno successivo i francesi stanno a Roma, chiudono i circoli, i giornali. Ma quella Costituzione lì prevedeva il suffragio universale, era stato istituito il matrimonio civile, la possibilità di successione anche per le donne, era stata tolta la censura, la tortura, la pena di morte. La costituzione del 1849 è stata poi la base per quella nostra, che è stata fatta dopo. In realtà quei mesi lì di lotta contro i francesi sono serviti per poter scrivere la costituzione tutto sommato, e che teoricamente rimase in vigore perché nessuno l'ha abrogata, ma che di fatto durò un giorno. Io racconto che nel 1870, nei giorni in cui gli italiani entrano a Roma, quelli di breccia Porta Pia, Mazzini sta in galera, e ce l'hanno messo gli italiani, perché ha tentato l'ennesima insurrezione e stavolta contro lo Stato Italiano, cioè era considerato un terrorista da condannare a morte, non solamente dagli italiani, ma anche da una parte consistente dell'Europa del tempo. Poi dopo si è passati da un momento di conflitto insomma, negli anni, soprattutto nei vent'anni successivi, a un tentativo di ricucire tutti i pezzi insieme. Ma l'altarino che c'abbiamo de Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele e Garibaldi, non è improbabile, era proprio impossibile! Prima cosa Cavour è campato pochissimo, proprio non c'è arrivato al 1870. Garibaldi a fasi alterne è stato considerato prima un eroe, poi un terrorista, poi un eroe... Per cui c'è gente che si sfidò a duello proprio per questo nel 1870, con la differenza che, almeno in quegli anni lì, qualcuno degli ex rivoluzionari sono andati al governo. Nei decenni successivi ci sono state più difficoltà a capire cos'è successo, e io in questo spettacolo parlo dei tre momenti, soprattutto di uno, di quello che nel 1870 c'ha avuto il suo momento più alto. Ma poi parlo anche di quello che il personaggio chiama Secondo e Terzo Risorgimento. Uno è quello della lotta partigiana, e l'altro è quello della lotta armata degli anni 70'.

 

Diario24Notizie: E quindi secondo te Mazzini è come Bin Laden perché è stato considerato un terrorista e forse anche Bin Laden successivamente verrà “riabilitato”?

Ascanio Celestini: Di Bin Laden conosco poco la storia, mi colpiva la faccia, la magrezza. Volevo dire che nell'800' i rivoluzionari sono andati almeno al governo, i partigiani un po' meno, anche se ci sono stati, abbiamo avuto un presidente che era Pertini, abbiamo avuto Tina Anselmi. Gli anni 70' sono un discorso intoccabile. Nessuno oggi dice: parliamo di quello che sono stati gli anni 70' e la lotta armata e cerchiamo di capire perché sono finite in galera cinque seimila persone. Non è mica una banda di matti cinque o semila persone, che alle spalle c'avevano chissà quante altre migliaia di persone, che non erano d'accordo magari con l'uccisione di Moro (però Moro viene ammazzato nel maggio del 78') prima ci sta quasi un decennio di storia. Cioè i primi nuclei insomma che vanno in clandestinità e iniziano la lotta armata, lo fanno non contro le persone o i politici, ma lo fanno perché da comunisti pensano che ci sarà una rivoluzione in questo Paese. C'era gente nelle fabbriche che pensava ci sarebbe stata una Rivoluzione. E in più c'era una situazione del mondo molto diversa: c'era una dittatura in Spagna, in Portogallo, in Grecia. C'erano dittature in Sudamerica, e non solo, protette e finanziate dall'Occidente, l'abbiamo saputo dopo con i Gladio e la P2. C'era quindi una situazione di lotta armata in Italia, che non era motivata esclusivamente dal fatto che Curzio e Franceschini volessero ammazzare le persone, per cui io non è che con questo sto dicendo che oggi nel 2011 la gente si armi. Come diceva Pasolini, questo lo diceva un poeta che non è capace di far male ad una mosca.

 

Diario24Notizie: Allo stesso modo Pasolini però se la prendeva con i ragazzi che protestavano contro i poliziotti che erano in servizio.

Ascanio Celestini: Quella era un'altra cosa però, perché quello è un testo che lui scrisse sugli scontri all'indomani di Valle Giulia, e spesso – non sto dicendo di te – viene citato senza sapere che cosa si dice in quel testo. È una poesia di prosa piuttosto lunga in cui lui dice: -ma non sarà che anch'io starò dalla parte vostra piuttosto che continuare quello che stavo facendo io. Cioè non è che finirò per fare piuttosto che la lotta di classe, passerò alla lotta civile come state facendo voi. Attenzione perché quelli contro cui state combattendo voi sono figli dei poveri, mentre quelli che andavano all'università nel 68' erano figli dei ricchi, se c'erano figli di poveri erano pochissimi-. Mio padre stava là a Valle Giulia, ma stava con il panino, chiuso dentro la macchina, perché stava a lavorare a casa di una signora ricca, faceva il restauratore mobili. Mio padre quindi ce l'aveva l'età di questi ragazzi lì, però non stava all'università, stava a lavorare da una vita. E quindi Pasolini diceva: - attenzione perché noi in questa maniera anche se facciamo qualcosa di buono e di giusto sbagliamo. Loro benché siano dalla parte del torto hanno ragione, e voi benché abbiate ragione state dalla parte del torto, perché a Valle Giulia si è consumato un frammento di lotta di classe, dove i figli dei ricchi hanno preso a sassate i figli dei poveri-. È più complessa di dire: io sto dalla parte dei celerini. Perché non l'ha detto tanto più per uno che è in quegli anni stava facendo “Trilogia di una vita”, o “Teorema” e poi, dopo qualche anno finisce a fare “Salò”.

 

Diario24Notizie: Però da uomo intelligente com'era Pasolini, acutamente ha fatto una riflessione sui poliziotti che erano là perché mandati, e comunque erano dei ragazzi figli della classe povera. E in polizia ci finivano i ragazzi che non avevano altre possibilità.

Ascanio Celestini: Ma ti dirò una cosa in più, negli anni successivi soprattutto per iniziativa di “Lotta continua”, che era un giornale e una serie di circoli, nascono i proletari in divisa, cioè l'idea che non si possa lasciare l'esercito che è stato obbligatorio. A quel tempo, negli anni sessanta c'era il servizio militare obbligatorio. Però in quegli anni e immediatamente successivi, nacquero i proletari in divisa: cioè quelli che dissero:- noi siamo contro l'uso delle armi, e della violenza, e soprattutto della violenza di classe, e non ha senso che un esercito combatta contro un altro esercito. Perché un esercito che combatte contro un altro, sono le classi subalterne di una nazione che combattono contro altre classi subalterne, cioè mandano a combattere i poveri contro altri poveri-. Quando noi andiamo a combattere in Libia, non ci va Berlusconi a combattere contro Gheddafi, ci vanno qualche centinaio di disgraziati a combattere contro qualche altro centinaio di disgraziati. Negli anni successivi ci saranno i proletari in divisa, ci saranno quelli che incominceranno a combattere all'esterno quello che accade all'interno. Ci sarà una democratizzazione dell'esercito, mentre invece guarda quello che sta succedendo oggi: nel momento in cui si può scegliere di non andare, oggi chi va a fare il militare è chi crede nella Patria armata, chi crede nello Stato armato, chi crede nell'uso delle armi. Io non ci credo che uno c'ha vent'anni dice: io vado a servire la Patria perché credo nella giustizia e nella libertà.

 

Diario24Notizie: No, io credo piuttosto che molte persone ci vadano perché non abbiano altre opportunità e credo che questo sia un fenomeno ancora più acuto nel passare del tempo, man mano che la disoccupazione aumenterà.

Ascanio Celestini: Assolutamente. Però o Dio, rispetto agli anni 50' e 60' il Paese è meno povero. Cioè se si potesse arruolare l'immigrato, che sfuggirebbe alla raccolta di pomodori, o al rischio di essere sparato dalla camorra e dalla 'ndragheta, e potesse fare il servizio militare ci crederei, ci credo un po' meno rispetto a un italiano.

 

Diario24Notizie: Beh, e se andasse uno di quei lavoratori del call center che tu hai intervistato nel tuo documentario “Parole sante”?

Ascanio Celestini: Sì però, normalmente chi entra in esercito non c'entra a 35 anni. Quelli che lavoravano nel call center c'hanno l'età mia o pressapoco. Io c'ho 39 anni, per cui normalmente quando uno entra nell'esercito ci entra dal servizio militare, quindi dai 18 anni in poi. A 18 anni un italiano sì, può avere difficoltà nel pensare ad una prospettiva lavorativa, però penso ancora che c'ha l'opportunità dell'università, che non è un'opportunità lavorativa, però perché non farla?

 

 

Diario24Notizie: Perché magari non hanno soldi...

Ascanio Celestini: Sì però rispetto agli anni 50' – 60' ancora non siamo a quel livello, cioè al meridionale che c'ha come alternativa andare a lavorare nel triangolo industriale oppure entrare nei carabinieri. Io temo che possa accadere questo in polizia, nei carabinieri o nei vigili urbani, cioè in quegli ambiti che non sono direttamente militarizzati. Cioè uno che entra nell'esercito, sa che nel suo lavoro ci sarà molto probabilmente di andare a sparare a qualcuno, considerato pure che l'Italia sta intervenendo molto all'estero nei conflitti militari, alla faccia dell'articolo 11! mentre invece quello che entra nei carabinieri ci posso credere che entri perché vuole servire il proprio Paese, perché vuole combattere la mafia, la camorra, perché crede in un'idea magari di giustizia magari differente dalla mia, però assolutamente rispettabile e democratica. Uno che entra nell'esercito, io faccio un po' fatica... Ma in questo io metto a disposizione di chiunque il mio pregiudizio.


Diario24Notizie: Prima stavi parlando del fatto che la libertà personale venga considerato un privilegio anziché un diritto. Tu ti sei molto soffermato sul tema della libertà nei tuoi spettacoli, vorrei sapere se secondo te non stia veramente diventando un privilegio per tutti noi la libertà.

Ascanio Celestini: Vedi... adesso mi vado ad avventurare in un altro discorso che non dovrebbe essere mio perché faccio l'attore, però la libertà non dobbiamo immaginarla come una cosa che sta in un posto e qualcuno se la prende o che qualcuno ce la dà. La libertà è legata a ciò che accade e alle possibilità che abbiamo noi di agire. Quando una persona non ha vincoli, non vive in uno stato dittatoriale, però per sopravvivere lavora dalla mattina alla sera, e magari c'ha un negozio, un baretto, ed è costretto ad aprire pure di domenica, magari fino alle tre di notte, quella persona non c'ha tempo per utilizzare la sua libertà. Qualche anno fa, pochissimi anni fa, si parlava di arrivare a 35 ore settimanali. C'è un pazzo come Silvano Agosti che dice: bisognerebbe lavorare un giorno alla settimana, e tutti gli altri vivere perché siamo noi, stiamo qui e viviamo la nostra vita.

 

Diario24Notizie: Dipende dal lavoro, il tuo non ti piacerebbe farlo tutto i giorni?

Ascanio Celestini: Beh io lo faccio tutti i giorni, però anche questo qua diventa un vincolo. Sì, figuriamoci, il mio è un lavoro che mi piace tantissimo, è quello che ho scelto, che, all'inizio in maniera faticosa e adesso in maniera molto meno faticosa, riesco a fare. Però io non sono solo, c'ho una moglie, c'ho un figlio, e stiamo costruendo la casa nella nostra borgata. Per cui per sentirmi libero, e non prendere la libertà, per poterla utilizzare, agirla, la libertà e quindi pensarla come possibilità d'azione, non solamente come una cosa che c'ho in mano, ci vuole del tempo. E questo tempo vorrei viverlo accanto a mia moglie e mio figlio e nel luogo dove vorrei vivere. Quindi non basta che il mio lavoro sia bello e soddisfacente, ed emotivamente importante, ecc... serve anche che ci sia un tempo importante del non lavoro. Se è così per me, figuriamoci per un operaio, o per uno che lavora in un call center e non sente che quella è un'occupazione identitariamente soddisfacente per sé stesso e quindi non solamente per la sua realizzazione a livello economico, ma anche come essere umano non se sente proprio! Un Paese libero è un Paese dove le persone lavorano poco. Un Paese libero è un Paese non inquinato. Dove viviamo noi fino a poco tempo fa non c'era l'acqua potabile, mia nonna andava a comprare l'acqua nell'osteria, dove vendevano il vino vendevano pure l'acqua, c'era l'acqua cosiddetta “barbuta”. Mia nonna adesso è morta, però nella mia borgata è pieno di donne che vanno a comprare l'acqua al supermercato, e c'hanno l'acqua potabile dal rubinetto, che, detto qualche anno fa, faceva ridere, era come dire che c'abbiamo il vino dal rubinetto, la birra, il bagnoschiuma. Che c'hai nel rubinetto delle cose così preziose come l'acqua vallo a raccontare a uno che per prendere l'acqua si fa 20 km a piedi, e forse è pure inquinata, e c'ha una fila di cento persone davanti a lui, vagli a dire:- lo sai che da noi l'acqua la usiamo anche per lo sciacquone del bagno?- Questo dice:- ma tu sei pazzo!- È come utilizzare il Barolo per lo sciacquone dell'acqua, o il Cannonau visto che siamo in Sardegna. Allora la libertà è anche poter dire: io l'acqua al supermercato non la vado a comprare perché è ridicolo andarla a comprare se ce l'ho potabile dal rubinetto. E così come sarebbe ridicolo andare a comprare il Tavernello al supermercato se c'ho il Cannonau dal rubinetto. Per quale motivo dovrei fare questa cosa così stupida? Il problema è che visto che in qualche maniera c'hanno fatto pensare che la libertà è qualcosa che tu acquisti, e che tu consumi come cliente, come consumatore. La libertà non è mai qualcosa che riguarda te, è sempre qualcosa che sta fuori. È quindi la libertà è poter andare in pizzeria, poter andare in discoteca, avere un computer che costa di più rispetto a quello che avevo prima, la playstation, poter avere una casa più grande... Tutte cose che stanno fuori di me, mentre invece la libertà è qualcosa che fa parte della possibilità delle mie azioni. Io sono libero quando faccio quello che davvero voglio fare, quando recupero il tempo. Invece quando mi dicono: tu sei libero finalmente di poterti comprare una macchina che costa trentamila euro, tu pensi che la libertà stia sempre fuori dalla tua vita, che non ne faccia parte. Per questo dico: ce la vendono sempre come una concessione.Poi a livello di Stato è quella che concedo io ad un detenuto. Ma se mi hanno dato dieci anni di galera perché ad un certo punto esco. No? È strana questa cosa. Cioè se questa è la pena giusta, perché esco cinque anni prima? Dovrebbe pensare un detenuto. Un detenuto non deficiente pensa: esco 5 anni prima per fortuna! Ma al contrario, possiamo dire: perché mi tolgono la libertà per 10 anni? 10 anni è tantissimo. Un anno è tantissimo. La percentuale di persone che si suicidano in galera è una cifra mostruosa, ed è molto più alta che all'estero. Poi tu dici:- ma come in galera ci vanno i disgraziati, gli infami, ma come un infame è così emotivamente fragile che si suicida? Ma quello è un infame. È un assassino! La maggior parte dei suicidi dovrebbe essere fra gli scrittori, i poeti, i teatranti, quelli sono anime fragile. Possibile che i mafiosi si suicidino? Possibile che gli immigrati si ammazzino?- Eppure si ammazzano, il primo, il secondo, il terzo giorno. Si ammazzano in maniere impossibili. Non c'hanno niente per ammazzarsi, c'hanno il sacchetto de' plastica, e allora infilano la testa nel sacchetto e aprono la bomboletta del gas del fornelletto, oppure con i lacci delle scarpe. Se lo Stato pensa che io debba star dentro 10 anni è giusto che stia dentro 10 anni, ma se pensiamo che 10 anni sia un'infinità e che non sia giusto condannare una persona a così tanto tempo, allora dobbiamo pensare che il carcere, che è un'Istituzione che così come la vediamo oggi è nata alla fine del 700' e dell'800', forse ha fatto un po' il suo tempo. Nell'800' è nato il telefono, ora abbiamo il cellulare. C'erano le carrozze, ora abbiamo le auto. Forse anche il carcere è un'istituzione che ha fatto il suo tempo. Se in più sappiamo che un terzo dei detenuti sono tossici – e non dovrebbero stare nemmeno dentro, ma in una comunità di recupero, ma lo Stato se ne frega fuori figuriamoci dentro! – se un terzo dei detenuti sono immigrati che hanno commesso piccoli, anche piccolissimi reati come quello di clandestinità; se il reato di omicidio, quello grosso, volontario, è stato abbattuto di circa il venti per cento, bene allora questo Paese è un Paese dove c'è molta più sicurezza, quella vera, non quella dove me mettono paura in televisione quando parla il ministro. Bene, allora la maggior parte delle persone che sta in galera non ci dovrebbe stare. C'è gente che oggi sta in galera per reati che vent'anni fa non esistevano, ad esempio quelli legati al possesso di droga. Ieri ci ha fermato il finanziere, e ci ha detto:- se consegnate quello che c'avete allora poi ne parliamo, se invece so' io che ve trovo qualche cosa col cane voi finite dentro, andiamo subito nel penale-. Vent'anni fa queste cose non c'erano. Oggi se va in galera pe' na canna. Allora bisogna riflettere sul concetto di giustizia. Se uno può andare in galera semplicemente perché è scappato dal suo Paese, un Paese dove moriva de' fame e de' guerra. Se nel mio Paese finisce in galera uno che c'ha tre piante di marijuana e trenta euro dentro casa, e quest'uomo non può essere uno spacciatore. E quest'uomo che è finito in galera e c'è morto si chiama Aldo Bianzino. Allora forse dobbiamo riflettere su che cos'è la giustizia e su in che modo noi dobbiamo utilizzare questo strumento della privazione della libertà. Il livello poi successivo sono i Cie, i Cpt, dove si può tenere una persona fino a 18 mesi, più di anno, solo perché tu non hai i documenti per stare nel mio Paese.

 

Diario24Notizie: Ho letto che hai dedicato questo spettacolo a Stefano Cucchi, è corretto?

Ascanio Celestini: No, non l'ho dedicato a lui. Nel senso che la scenografia dello spettacolo è un quadrato di due metri per due, sulla parete è appesa una locandina falsa, di un ipotetico spettacolo che in realtà non c'è, che si chiama il discorso della controvertigine, ed è il discorso sul quale sta lavorando appunto il detenuto che sta in carcere e che è il personaggio del testo. Questo manifesto impossibile è strappato e tra gli spazi del manifesto si vedono dei volti, alcuni piccolissimi, altri più grandi, e sono: Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, Giorgiana Masi con Cossiga, Pinelli, c'è quello di Sole e Baleno, Vincenzo Vittorio Massari, ci stanno i morti di Via Fracchia, c'è Casu, c'è Carlo Giuliano, Mastro Giovanni, morto dopo 80 ore legato in un letto di contenzione, noi c'abbiamo 80 ore filmate di questa persone che muore legata in un letto; c'è anche Nichi Aprile Gatti, che è un altro che si è detto si sia suicidato, però con molti dubbi. Tutti morti di cui io non parlo in questo spettacolo, ma di cui s'è detto nei giornali, io parlo di altri, di cui non si è parlato.

 

Diario24Notizie: E quindi perché sono là?

Ascanio Celestini: Stanno lì perché so' incappati, sono finiti sotto la custodia delle forze dell'ordine, della legge insomma.

Diario24Notizie: Sono l'ipotesi di un altro spettacolo?

Ascanio Celestini: No, sono questo spettacolo qui, quelli morti nelle mani della giustizia, in tante maniere diverse. Non è detto che sono tutte persone uccise. Per alcune di queste persone ci stanno ancora dei processi. Però per cercare di dire: questa idea della giustizia è fallimentare. Non funziona. Perché se davvero fosse possibile tirare un confine e dire: da questa parte stanno i buoni e dall'altra i cattivi. La nostra società è buona, e la cattiva è il carcere. Io in linea teorica non sarei d'accordo, ma se poi nella pratica questo accadesse io direi:- avete ragione voi, è possibile-. Ma non è possibile. Il confine non funziona. Non è funzionato per decenni con i cosiddetti manicomi criminali, non funziona adesso con gli Ospedali psichiatrici giudiziari, non funziona adesso con i Cie, non funziona mai. Non funziona ma ti dà un confine e mette da un parte quelli accettati e dall'altra quelli non accettati. Se noi vivessimo in una società dove non c'è più un furto, e dove i ladri fossero due o quattro, direi “va bene”. Ma invece non è così. In più vedo che lo Stato normalmente utilizza la mia paura nei confronti dell'altro per dire “votami”, allora comincio a pensare male, con un altro mio pregiudizio, che questo serve a creare il monumento di uno Stato. Ma noi non viviamo in un monumento, noi viviamo in uno Stato fatto di cittadini.

 

Diario24Notizie: E quindi tu passi il confine per raccontare alla parte buona che non è così tanto buona.

Ascanio Celestini: Che forse non vale poi così tanto la pena sentirsi buoni rispetto ad altri che sono cattivi e chiusi dall'altra parte del muro. Tra l'altro questo lo dico io, ma tanti altri. Addirittura il direttore del carcere di Trieste ha detto: ma perché non pensiamo che almeno al momento della malattia chi sta dentro e chi sta fuori si possano incontrare?

 

Margherita Sanna

 

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Ottobre 2011 14:18